La manifestazione di sostegno agli iraniani, sabato scorso a Roma organizzata dai radicali (LaPresse)
il racconto
Eravamo quattro gatti in piazza contro il regime iraniano
Più telecamere che politica, anche per l’Ucraina. Perché i partiti, soprattutto a sinistra, fanno sempre più fatica a organizzare manifestazioni di massa
Perché destra e sinistra hanno perso troppo tempo per scendere in piazza per l’Iran, quando bastavano un cellulare, due occhi e un cuore? Che poi scendere in piazza significa sentire qualcosa come vitale, impellente, coinvolgente, qualcosa per cui non puoi restare in casa, a fare quello che fai tutti i giorni, che ti strappa dalla tua vita e te la restituisce in strada, tra gli altri. La destra italiana non sente l’Iran perché è al governo, è maggioranza. E se stai al governo in Italia, per ragioni storiche, economiche, perfino culturali, l’Iran ti guardi bene dall’affrontarlo direttamente. Questo spiega la cautela, la prudenza, gli imprenditori, le relazioni. Le dichiarazioni stitiche, paludate. Si dice sempre della sinistra, ma questa destra che sbandiera libertà – ehi, Forza Italia, ehi Fratelli – non si è proprio affannata a dire a quei ragazzi presi a bastonate o uccisi per strada siamo con voi.
La ritrosia della sinistra a scendere in piazza, invece, si spiega tutta o quasi con due parole, anzi con due nomi: Trump e Netanyahu. Secondo il principio che il nemico del mio nemico è mio amico o giù di lì. E se il mio nemico, l’arcinemico è Israele o l’Amerika io, in fondo, sotto sotto preferisco Maduro, preferisco Khamenei. Non parlo dei partiti, ma ci siamo capiti. Quando la dittatura diventa la premessa di un ragionamento, il suo prologo – siamo tutti contro il regime iraniano, e tuttavia – significa che qualcosa di profondo lì si è rotto, si è guastato.
Andando alla manifestazione sotto la statua di Firdousi, il Dante persiano, a Villa Borghese, mi fermo a comprare i fiori, delle rose bianche. Non so perché ne prendo undici, mi rimbalza in testa qualcosa sui fiori dispari, confondo con le dozzine. Cecilia D’Elia che ha più classe porterà dei tulipani bianchi, Lia Quartapelle voleva prendere dei socialistissimi garofani, ma non ha fatto in tempo. Pomeriggio presto, quasi piove. Visto il numero esiguo dei manifestanti, i due mazzi basteranno a consentire a tutti i manifestanti, uno per uno, in un improvvisato cerimoniale, di deporre un fiore ai piedi del poeta, un omaggio ai ragazzi in piazza in Iran. Una consigliera comunale di Italia Viva, tre esponenti di Più Europa, una decina di liberaldemocratici, quelli di Marattin, con le bandiere e un’aria di divertita militanza. Noi, in cinque, poi a rate sarebbero venuti i ragazzi, i giovani democratici, tre, una in bici, “mettiti in posa da staffetta partigiana” le dico sotto la statua. Più telecamere che politica, potrebbe essere il brocardo di una stagione, questa. Era il 3 gennaio, gli iraniani erano scesi in piazza dal 28 dicembre. La prima manifestazione vera e propria – non flash mob o stunt per i fotografi e i profili Instagram – si terrà il 16 gennaio, venerdì scorso. Sono passate tre settimane.
I partiti politici fanno sempre più fatica a organizzare manifestazioni di massa. Ha a che fare, certo, con la mancanza di presa dei partiti su un elettorato sempre più mobile e aereo, per il quale il giorno del voto conta di più l’opinione che una militanza granitica, identitaria, valoriale. Facciamo fatica a mobilitare perfino sui temi economici, sociali. Ci appoggiamo e affidiamo a sindacati che a loro volta fanno sempre più fatica a chiamare alla piazza. Lo si continua a fare, quasi come un atto di devozione verso un glorioso passato, ma con uno sforzo organizzativo che possono sostenere a malapena solo i cosiddetti grandi partiti: i pullman, gli striscioni; diventano manifestazioni di militanti, e non di cittadini. Servono a dire guarda quanti siamo. Noi. E lo facciamo soltanto quando proprio dobbiamo, magari sotto voto. Per un sindaco o un presidente di regione. La famosa chiusura. Ogni volta un sospiro di sollievo alla fine, a dire ce l’abbiamo fatta, non sappiamo neanche noi come.
I partiti politici, a differenza del passato, faticano molto di più a mobilitare sui temi dell’agenda internazionale, figuriamoci dei diritti umani. La stessa manifestazione per Gaza che è stata promossa dai partiti dell’opposizione è venuta dopo mesi e mesi di piazze spontanee, partecipatissime, che attraversavano le strade di tutti i paesi del mondo. La riuscita di quella manifestazione poggiava, dunque, su una indignazione che veniva come si diceva un tempo dal basso e non certo, purtroppo, dalla capacità di mobilitazione dei partiti.
Questo significa che per l’Iran nessun partito mobiliterà i suoi militanti in una manifestazione ampia. Ci potranno essere flash mob, presidi, iniziative di protesta, megafoni davanti all’ambasciata, ma non San Giovanni. Ci sono state grandi manifestazioni convocate dai partiti sull’Ucraina, il fronte decisivo della nostra vita di europei? Me ne ricordo una del Partito democratico, segretario Letta, nelle ore dell’invasione, sotto l’ambasciata russa, a chiedere di fermarsi (non ci andai, non pensavo bisognasse chiedere niente a quella gente, solo ricacciarli a calci nel culo via dall’Ucraina. Lo pensavo allora, lo penso anche adesso). Africa, dove la strage è quotidiana, Sudan, Nigeria? Non ne parliamo neanche. Georgia? Se non ci fosse Eka Kacharava e il coraggio indomito delle ragazze della diaspora, ci ritroveremmo sempre gli stessi. Bielorussia? Nah. Venezuela? Abbiamo visto, con quelli che pretendevano di insegnare ai venezuelani cosa fosse meglio per loro, lasciamo perdere. Nessun partito si è speso o si spenderà per queste cause con una mobilitazione larga, partecipata, potente.
Scrollo su X i profili dei ragazzi che ormai da più di un anno scendono in piazza in Georgia ogni giorno che il Signore manda in terra. Bandiere dell’Iran e bandiere georgiane insieme a quelle europee, a quelle ucraine a protestare davanti all’ambasciata iraniana a Tbilisi. “Sono qui stasera per essere la vostra voce”, grida un cartello. Di una popolazione, i georgiani, ai quali viene impedito, pena l’arresto, non di scendere in piazza, ma addirittura soltanto di attraversare una strada, Rustaveli. Giusto un anno fa veniva incarcerata la giornalista Mzia Amaglobeli.
Penso al regime che chiude Internet, il buio nel quale pestare, arrestare, uccidere. Senza testimoni. Cercando di impedire ai manifestanti di scambiarsi informazioni, di organizzarsi tra loro. E di far vedere in diretta al resto del mondo cosa accade nelle strade di Teheran e delle altre città iraniane. Penso alla ricerca di segnale, di Starlink, le poche immagini che arrivano della strage, come in Ucraina, nei primi tempi dell’invasione, Musk che teneva aperto il satellite, la banda, come un tempo faceva il dipartimento di stato con le primavere arabe. Oggi, quella rete che per noi è passata nel giro di qualche anno da spazio di libertà a grande fratello che sa tutto e controlla e compra e vende le nostre vite espropriate, in Iran è l’unica arma per esistere e resistere. Per dire guardate cosa ci sta accadendo. Per gridare aiuto, svegliatevi, muovetevi. Adesso.
Zahra Bahlolipour, 19 anni, studiava italiano alla università di Teheran. Uccisa con un colpo di kalashnikov alla testa dalle forze di sicurezza del regime giovedì scorso a Fatemi street. Nelle sue foto sui social un baschetto vezzoso in testa, occhialoni quadrati, cellulare in mano.
I partiti al massimo aderiscono, questa è la formula. Aderire. Se vedono iniziative convocate da associazioni di cui si fidano, colgono fior da fiore per adattare quelle battaglie al loro bouquet, al loro menù valoriale, valutano occhiutamente le piattaforme, visto mai, al massimo ci saremo anche noi, senza impegno, mandiamo una delegazione, con le bandiere o senza bandiere, ci si vede lì in caso.
Per convocare una manifestazione per l’Europa, che sarebbe casa nostra, c’è voluto il fegato di Michele Serra che si è dovuto sorbire un mese di dibattito pubblico dei partiti sulla opportunità di andare o meno in piazza, e con quali bandiere, quella della pace o quella dell’Europa, per dire cosa poi? Semplicemente, siamo europei e difendiamo il nostro modello, i nostri valori, fatti di democrazia e libertà. Tutto qui.
Ho provato qualche settimana fa da mitomane a rimobilitare sull’Europa. La risposta è stata: abbiamo judo.
E se nell’era di Trump il regime change non fosse il cambio del regime, ma il regime che cambia, cosi come avvenuto in Venezuela. Caduto (o venduto) Maduro, resta Delcy. Regimi capaci di adattarsi, di assicurare o rassicurare gli Stati Uniti o il potente – regionale o globale - di turno e di restare però in sella, sempre loro, i vice magari, provvedendo risorse, materie prime, come si porta molto oggi alla Casa Bianca, dall’esportazione della democrazia all’importazione di petrolio, e promettendo di fare meno rumore possibile quanto alla compressione dei diritti, non voglio noie nel mio locale, se fosse questa la novità e la verità della dottrina Donroe?
Quando prende la parola Marco Lombardo in sala Nassiriya al Senato, a un certo punto sottolinea che quella che sta avvenendo in Iran non è una rivolta, ma una rivoluzione. Conoscendolo, se l’è provata, è sempre molto preciso e intelligente. Quasi liberate, Pegah Moshirpour in collegamento da Milano, le mani giunte, e Rayhane Tabrizi e Shervin Haravi in sala applaudono.
Masih Alinejad legge al Palazzo di Vetro i nomi dei ragazzi uccisi in Iran in queste ore. Scandisce: Negin Ghadimi, 28 anni, morta tra le braccia del padre, ammazzata dalle Guardie della Rivoluzione. Poi prova ad andare avanti, ma non ce la fa, la sua voce si incrina per un momento lungo come una vita, quasi persa: “Mi sento colpevole di non leggere i nomi di tutti gli altri”. Come se dirli volesse dire poterli ancora salvare, tenerli in vita. Poi ritrova forza, trattiene le lacrime, soffia via l’aria: “Il popolo iraniano chiede al mondo di agire, non vuote condanne. Solo così potrete salvare vite”.
Non credo di avere visto niente di più orribile, l’inferno, dei sacchi neri, le bodybags, con dentro questi ragazzi uccisi dal regime iraniano come dai russi in Ucraina. Pura antimateria. Il contrario dell’essere. Il male.
Mi aggiro, febbrile, tra i giornalisti, la conferenza stampa sta per iniziare, manca ancora qualche esponente politico, ma ci siamo. Sono preso dagli onori di casa, saluti, pacche, ultimi dettagli organizzativi in corsa. Poi, all’improvviso, sento alle mie spalle un silenzio, come se tutte le voci, i rumori venissero in un istante risucchiati e azzerati. Allora mi giro, come se avessi sentito uno sparo, e vedo Shervin e Rayhane che si abbracciano, si aggrappano l’una all’altra, si fondono in una cosa sola, fatta di disperazione e di dignità. Tutti i fotografi e le telecamere puntate in quel punto. La conferenza stampa che deve ancora cominciare per me è finita lì.
Filippo Sensi, senatore Pd
Gli editor dei terroristi