Ansa
Gli editor dei terroristi
Se la lingua di Hamas è entrata anche nella nostra cultura
In Francia il colosso che controlla il quaranta per cento del mercato scolastico usa nei libri di testo il lessico dei comunicati dei terroristi di Gaza. E non si tratta di sviste, ma di una presa di posizione che si verifica anche altrove
Un adolescente francese di sedici anni si prepara alla lezione di Storia, apre il manuale Hachette e legge: “Nell’ottobre 2023, in seguito alla morte di oltre 1.200 coloni ebrei in una serie di attacchi di Hamas, Israele ha deciso di inasprire il suo blocco economico e invadere gran parte della Striscia di Gaza, innescando una crisi umanitaria su larga scala nella regione”. Non si tratta di un errore o di una svista, tantomeno della formulazione maldestra di un autore o un editor distratto. E’ una presa di posizione. E’ come se Hamas scrivesse i nostri manuali scolastici. E’ la traduzione in prosa scolastica, destinata a imprimersi nella memoria di generazioni, della narrazione che circola da anni nei campus occidentali, in certe ong, redazioni di giornale e nelle facoltà di scienze politiche di Sciences Po e della London School of Economics.
Il lessico non è casuale. “Coloni ebrei” non è una descrizione neutra: è preso dai comunicati dei terroristi di Gaza. Trasforma un pensionato di Nir Oz, una ragazza del Nova Festival e un bambino di dieci mesi di Be’eri in un’entità da sradicare. Fa della vittima di un pogrom un occupante colpevole per il solo fatto di esistere dall’altra parte di una linea verde immaginaria. One settler, one bullet. E quel numero, 1.200, abbinato all’aggettivo “coloni”, diventa una statistica di guerra di liberazione, non il bilancio di una strage. Il presidente di Hachette, Arnaud Lagardère, si è scusato e ha ritirato i volumi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha reagito con rapidità e durezza e parlato di “scandalo inaccettabile”.
Il problema non è tanto che il presidente della Repubblica sia intervenuto contro Hachette (doveroso), quanto che sia stato necessario un intervento dell’Eliseo per far ritirare un manuale scolastico edito dal più grande gruppo editoriale francese. Hachette non è un editore marginale né una piccola casa militante di estrema sinistra che stampa tremila copie per le librerie alternative del Marais. E’ un colosso che controlla il quaranta per cento del mercato scolastico francese ed è il fornitore quasi monopolistico dei libri di testo. Intanto il più blasonato festival culturale australiano è stato cancellato dopo la decisione di disinvitare una importante scrittrice australiano-palestinese, decisione che ha scatento una massiccia reazione negativa, un esodo di massa di altri autori e la cancellazione del festival. Randa Abdel-Fattah è stata rimossa dal programma dopo la strage di dicembre a Bondi Beach, in cui furono uccisi quindici ebrei. Dall’ex premier neozelandese Jacinda Ardern alla scrittrice britannica Zadie Smith, in tanti si sono cancellati a loro volta, quasi l’intero parterre di autori “di prestigio”, in blocco, come in un esperimento di obbedienza collettiva. Abdel-Fattah ha scritto che “i sionisti non hanno alcun diritto o pretesa alla sicurezza culturale” e che “l’obiettivo è la decolonizzazione e la fine di questa colonia sionista assassina” (Israele). Tra le polemiche che la riguardano c’è anche un’immagine pubblicata sui suoi social nelle ore successive all’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre, che raffigura una persona che si lancia con il paracadute con una bandiera palestinese. Al Nova Festival ne sanno qualcosa.
Un anno fa, l’Australia aveva ritirato la nomina di Khaled Sabsabi a rappresentante alla Biennale di Venezia 2026. Il ritratto di Hassan Nasrallah, il leader terrorista di Hezbollah, avvolto in una cornice di luce dorata, realizzato da Sabsabi, era troppo anche per l’establishment liberal di Canberra. I due casi, Hachette e Adelaide, suggeriscono che la narrazione di Hamas del 7 ottobre come “operazione militare contro i coloni” ha smesso di essere esclusiva di frange terroristiche per diventare senso comune accettabile anche negli ambienti che si considerano progressisti. Quando la distinzione tra pogrom e “resistenza”, tra stupro di massa ed “espressione di rabbia anticoloniale” diventa oggetto di negoziato accademico-editoriale-festivaliero, allora non stiamo più assistendo a un dibattito ideologico. Siamo dentro a una colonizzazione culturale condotta da chi ha tutto l’interesse a delegittimare l’esistenza di Israele prima ancora di colpirne i confini. L’odiosa macchina della post verità non ha più bisogno di essere nascosta: può presentarsi in copertina cartonata, con illustrazioni a colori e scheda di sintesi alla fine del capitolo. Quando si arriva a questo punto, non è più questione di correzione di bozze, ma di civiltà. Andata a male.