Ansa
La crepa interna
Le minacce al cuore del regime sono insidiose e autoindotte. La rete dei “fiduciari” di Teheran
Sono gli uomini attraverso i quali la Repubblica islamica aggira la tenaglia delle sanzioni, accantona valuta estera, finanzia i proxy. Ma almeno cento di loro presentano “profili di corruzione sistemica" e solo nel 2025 avrebbero sottratto 150 milioni di dollari alle casse dello stato
I sacchi sono neri o grigio piombo. L’uno accanto all’altro o accatastati dentro alle camere mortuarie, nei parcheggi dei cimiteri, nei complessi sportivi. Numerati. Nelle grandi città presentano l’indicazione del quartiere, troppo difficile individuare i morti altrimenti. Sono chiusi questi sacchi, ma non sempre. In certi casi spunta una mano, o la cerniera si schiude all’altezza di una fronte intrisa di sangue. A volte, come nel caso di una foto che circola da 48 ore, il sacco è proprio aperto e si vede il corpo di un uomo che ha ancora attaccati sotto al ventre i tubicini dell’ospedale. E’ lì che lo hanno stanato i pretoriani del regime, dove gli abbiano inferto l’ultimo colpo, il colpo che lo ha ucciso, invece, non lo sa nessuno. I terroristi vivi o morti non hanno diritti, spiega alla televisione l’esperto Morteza Samyarieh. Qualcuno lo riconosce, l’esperto sul Mossad è uno degli inquisitori di Evin.
In un orario diverso, sugli stessi schermi, compare una famiglia: padre, madre e due figli. Hanno un altro figlio che manca all’appello. Ucciso dai “terroristi”, è un martire suggerisce una voce fuori campo. Il padre tiene in mano il microfono e ripete. Per tutta la durata del filmato la moglie non alza lo sguardo. Altro canale, stavolta dell’opposizione, Manoto. Una donna con la voce rotta confessa di essere figlia di un comandante, uno di “loro”. Parla di corruzione e di passaporti falsi, disconosce il padre, vorrebbe fuggire l’orrore. Sono queste le giornate degli iraniani. Sacchi neri e propaganda.
Il braccio di ferro tra la forza morale dei manifestanti e la violenza delle forze di sicurezza è un massacro che pietrifica. Legittimità, credibilità. Ogni ondata di manifestazioni in Iran, dal ‘99 al 2026 le ha erose in modo diverso. In mezzo ci sono due copertine dell’Economist, quella del ‘99 in cui campeggiano le speranze insanguinate di una generazione di studenti e quella di questa settimana, con la morte chiusa dentro migliaia di sacchi, una morte che stavolta appartiene a una società intera e che rende difficile, pressoché impossibile, immaginare il ritorno al già complicato status quo ante.
Sì, la repressione è lo strumento più potente nell’armamentario del regime, a questo punto la base stessa del suo potere, ma c’è da chiedersi se possa bastare. Perché su questa base, e sul cemento che la tiene insieme, si allungano molte crepe. “Le scosse si susseguono di continuo”, sottolinea Farzan Sabet del Geneva graduate institute a colloquio con il Christian Science Monitor, “Il regime è costretto a gestirne una in fila a un’altra, ma scossa dopo scossa è sempre più fragile”. Esiste un dato da tenere presente ed è che non tutte queste scosse sono esterne al cuore del sistema khomeinista. Tutt’altro. Alcune di queste minacce, minacce insidiose, sono interne, vicinissime ai gangli del potere, scosse autoindotte che complicano non poco i margini di manovra di chi le vorrebbe arginare. Esempio su tutti, il network dei cosiddetti “fiduciari”, gli uomini attraverso i quali la Repubblica islamica aggira la tenaglia delle sanzioni, accantona valuta estera, finanzia i proxy e una pletora di altre attività nefaste. Grazie ai “fiduciari” Teheran vende il suo petrolio, incassa i relativi proventi e li muove attraverso canali riservati. Secondo il quotidiano Shargh, gli intermediari operano prevalentemente in paesi come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Oman, almeno cento di loro presentano “profili di corruzione sistemica” e negli ultimi due decenni avrebbero accumulato fino a 50 miliardi di dollari.
Il 7 dicembre Fars News, l’agenzia di stampa legata al corpo dei pasdaran, ha scritto che i “fiduciari” hanno sottratto 150 milioni di dollari alle casse dello stato nel solo 2025. Il modus operandi è sempre il solito: invece di girare a Teheran gli importi che pretende, gli intermediari ritardano di un mese, due, persino di un anno e nel frattempo generano profitti senza alcuno sforzo. Di fatto trattenendo valuta estera questi intermediari controllano il mercato interno iraniano. Sanno che ogni ritardo nella restituzione della valuta straniera farà alzare il costo del dollaro e quando il dollaro sale, insieme al suo valore, sale il valore degli asset all’estero dei “fiduciari”. In sintesi, i fondi clandestini del regime sono diventati il capitale speculativo di una rete di affaristi che fa il bello e il cattivo tempo. Un altro organo di stampa dei falchi, Bultan News, ha definito quelli dei “fiduciari” abusi gravi, nel 2023 la Banca centrale iraniana ha vergato una lettera allarmata e l’ha indirizzata al Supremo consiglio per la sicurezza nazionale. Non è cambiato niente. Gholamreza Tajgardoon, capo della commissione parlamentare del Bilancio, è recentemente tornato sull’argomento tuonando: “L’Iran ha guadagnato 21 miliardi di dollari grazie all’esportazione di petrolio, ma solo 13 miliardi sono effettivamente tornati indietro”.
Cosa ne è stato degli altri 8 miliardi? Lo sanno solo i “fiduciari” che non sono classici signor 10 per cento che fanno la cresta ove se ne presenti l’occasione, la sfida per gli uomini dei numeri di Teheran è improba, perché questa è una situazione in cui “gli amici degli amici” spariscono quando vogliono, minacciano quanto vogliono e vivono nell’impunità. Perché possono. Vantano relazioni con le più importanti famiglie clericali e sono soprattutto legati a doppio filo ai pasdaran, o meglio a diverse e altrettanto rapaci fazioni della galassia pasdaran. Il “fiduciario” di successo ha un profilo simile a quello di Hossein Shamkhani, broker di armi e di petrolio, di casa a Dubai, tra i più influenti del medio oriente stando al Monde. Il padre Alì, ex ammiraglio delle guardie rivoluzionarie, è stato segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale fino al 2023 (Alì è il padre emozionato di una sposa molto scollata in un video, uscito l’estate scorsa, che ha causato al regime non poco imbarazzo). In tempi normali il regime avrebbe il tempo di esercitare pressioni e studiare strategie. Ma questi non sono tempi normali e mentre il sistema batte cassa, i “fiduciari”, annusato il vento, si tengono il malloppo. Otto miliardi di dollari sono pur sempre una polizza assicurativa niente male se le cose, per il regime, di male si mettessero in peggio.