il viaggio in asia
Le due questioni che Meloni, sulla Cina, presto non potrà più ignorare
La presidente del Consiglio a Tokyo, fra manga e auguri di compleanno, stringe con la premier Sanae Takaichi un’alleanza anti Pechino – ma senza dirlo ufficialmente
Abbracci, sorrisi, torte, auguri di compleanno e manga. Della missione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Giappone – il viaggio che avrebbe dovuto fare a fine agosto, poi rimandato per la presunta tregua di Anchorage, poi prevedibilmente fallita – i media nipponici hanno selezionato accuratamente l’aspetto più kawaii, più pop, che rinvigorisce l’intesa con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi, e cioè fra le prime due donne premier di due paesi del G7 che di capi di governo donne non ne avevano mai visti. Dentro alla visita, però, c’è un messaggio ben più concreto, e che è stato esplicitato ieri dal quotidiano conservatore Sankei: a Tokyo considerano Meloni la principale alleata del Giappone in Europa, e questo vale soprattutto quando si parla di Cina. E di Pechino, Meloni e Takaichi hanno parlato a lungo nel loro primo bilaterale a porte chiuse.
La prima ministra giapponese, che si è insediata da poco meno di tre mesi, vuole dare alla sua leadership un taglio molto umano e poco burocratico (l’ha fatto anche suonando la batteria con il presidente sudcoreano Lee Jae-myung qualche giorno fa), ed è questo il motivo di tutti gli abbracci offerti a Meloni, in un protocollo un po’ innaturale rispetto alla tradizionale rigidità dei funzionari politici giapponesi. La prossima settimana Takaichi scioglierà la Camera bassa e andrà a elezioni anticipate, come fanno non di rado i leader giapponesi, ma su di lei in pochi scommettevano che avrebbe avuto il coraggio di fare l’azzardo di testare il consenso sulla sua leadership, soprattutto per via della politica estera. Dall’inizio di novembre il Giappone è vittima di una rappresaglia violentissima da parte della Cina, dopo le parole di Takaichi sulla difesa di Taiwan e un possibile intervento giapponese. E per questo durante le dichiarazioni alla stampa Meloni ha fatto riferimento a “un ordine internazionale libero, giusto e aperto” come “strada maestra per assicurare pace e prosperità”. In Asia orientale, e a maggior ragione in Giappone, quando si parla di coercizione e di ordine illiberale, si parla di Cina.
Come la pensi Meloni sul tema è abbastanza chiaro in background, e a porte chiuse è esplicita nel menzionare la “minaccia cinese”. Ma con uno stile che ricorda quello giapponese, la premier italiana è sempre cauta nel menzionare la Cina pubblicamente, e anche l’uscita dalla Via della seta in sordina era avvenuta seguendo quella logica. L’annuncio di una nuova operazione delle Forze armate italiane nel 2026 nell’Indo-Pacifico, dopo la prima nel 2024, ha a che fare con l’alleanza internazionale che svolge operazioni di libertà di navigazione nelle acque del Mar cinese meridionale e orientale per contenere l’assertività cinese, ma il messaggio pubblico è quello di attività di routine, niente di più. Del resto, il governo italiano ha diverse questioni in sospeso con Pechino, ed evita di prendere posizioni ufficiali forti in modo da non finire nella trappola della rappresaglia economica – la stessa in cui si trova oggi Takaichi, che in questo è sostenuta però dall’opinione pubblica e da tutta la maggioranza. Eppure a guardare da vicino ci sono almeno un paio di questioni che costringeranno prima o poi Meloni a prendere una posizione tra America e Cina, fra Trump e Xi Jinping.
La prima questione riguarda Xu Zewei, un cittadino cinese di 33 anni arrestato a luglio 2025 all’aeroporto di Malpensa in esecuzione di un mandato dell’Fbi. E’ una faccenda delicatissima, che ha diversi precedenti – con potenze diverse – a dir poco complicati per l’Italia. Xu in America è accusato di essere parte di Hafnium, il gruppo di spionaggio informatico alle dipendenze del ministero della Sicurezza di Pechino. La Corte d’appello di Milano ha concluso il processo d’estradizione l’8 gennaio scorso, e si è data tempo fino a metà febbraio per deliberare. Se decidesse di estradare Xu negli Stati Uniti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio potrebbe comunque fermarla. Se per l’Amministrazione Trump il processo in America di Xu sarebbe il primo a un presunto hacker cinese, quindi dal valore significativo – diversi membri della Casa Bianca hanno portato questa argomentazione direttamente a Palazzo Chigi – di certo l’ambasciata della Repubblica popolare cinese a Roma ha tutto l’interesse affinché Xu non venga estradato, e negli anni ha costruito diverse relazioni proprio da sfruttare in casi come questo (a quanto risulta, rappresentanti del consolato cinese a Milano sono andati a parlare con la Corte d’appello di Milano per chiedere un “processo giusto”). Per Meloni, comunque, resta una grana in sospeso fino a metà febbraio. La seconda questione riguarda la tecnologia di Nuchtec: c’era già Meloni a Palazzo Chigi quando, nell’ottobre del 2024, il colosso cinese degli scanner è riuscito a vincere – nonostante le raccomandazioni sulla sicurezza di certe tecnologie – due bandi di gara dell’Agenzia delle dogane italiana per l’istallazione di sei scanner mobili per altrettanti porti italiani e quattro scanner a retrodiffusione di raggi X per gli uffici dell’Agenzia. All’epoca c’erano state diverse discussioni sull’anomalia di quel bando di gara, sui testi e sulle revisioni, ma ormai era stato assegnato, e un cambiamento dell’ultimo minuto sarebbe stato percepito come un’ingerenza politica. A poco più di un anno di distanza, secondo Bloomberg, l’ambasciata americana in Italia avrebbe portato il problema direttamente a Palazzo Chigi. Nel frattempo Meloni abbraccia Takaichi, e per Pechino è già un segnale.