Tra Washington e Teheran
La guerra rapida che piace a Trump non può cambiare l'Iran
L’oscuramento continua, voci soffocate raccontano atrocità continue. La promessa del presidente americano ai manifestanti, fra timori di tradimento e inganno al regime
Una settimana fa, il regime iraniano chiudeva il paese, toglieva ogni possibilità di contatto con l’esterno. Qualche voce è uscita, strozzata, confermando tutto quello che si temeva: il vuoto informativo, il massacro dei manifestanti, l’accanimento sulle loro famiglie. Il blocco di internet serve a oscurare, a non mostrare, a reprimere con più facilità. Finché rimane in vigore è garanzia che dentro al paese si muore, si soffre. La conta dei corpi non è stata mai confermata, chi ha subìto la tortura di una perdita, rischia di subire poi quella della violenza del regime che ha dato ordine alle forze di sicurezza di fare irruzione nelle case delle famiglie delle vittime, interrogare, perquisire, intimidire e imporre gli orari per i funerali: devono essere fatti all’alba, per evitare il rischio che la cerimonia diventi un momento unificante, di resistenza, di saluto e rabbia.
Gli scagnozzi del regime sono ovunque, anche dentro agli ospedali, dentro agli obitori, ovviamente per le strade dove, secondo alcune fonti, sono iniziati a comparire anche dei carri armati. La repressione è contro i manifestanti, ma è anche dentro al regime, propenso a togliere di mezzo le correnti che non sono ritenute più utili in questo momento in cui la Repubblica islamica punta soltanto a sopravvivere e ha fatto i suoi calcoli: si sopravvive uccidendo, arrestando, senza trattare o cedere alle minacce del presidente degli Stati Uniti. Donald Trump ha iniziato a rilasciare dichiarazioni che contrastano con tutto quello che ha fatto e promesso. Ha detto che la mattanza stava finendo, che non ci sono esecuzioni e che tutto si è fermato grazie al suo intervento. Aveva chiesto ai manifestanti di continuare a scendere in strada, di rischiare la vita perché “l’aiuto americano è in arrivo”. Ha creato aspettative, si è davvero fermato? Se sì, per gli iraniani che hanno percorso le strade del paese allineandosi in cortei che andavano dritti verso la morte, questo passo indietro del capo della Casa Bianca è un tradimento.
“Gli Stati Uniti hanno una burocrazia complessa”, spiega Danny Citrinowicz, ex capo della sezione iraniana della divisione ricerca e analisi dell’intelligence israeliana. “Per gli americani ci vuole sempre tempo per rispondere a un evento dirompente, la loro struttura ha tempistiche lunghe per muoversi dal punto A al punto B. Trump si trova davanti a un dilemma”. Deve l’aiuto ai manifestanti, l’ha promesso, ha creato un’aspettativa tale che azioni come un cyberattacco non sarebbero sufficienti. Il presidente americano ha parlato, minacciato e promesso perché è convinto di poter intervenire e le sue ultime parole sul regime che gli ha dato ascolto potrebbero essere parte di azioni psicologiche per diminuire il livello di guardia della Repubblica islamica, prendere tempo e risolvere il dilemma. “Gli Stati Uniti hanno capacità enormi, ma non sono sicuri di poter replicare in Iran quella che finora è stata la modalità di intervento di questa Amministrazione. Il modello veni, vidi, vici che abbiamo visto finora non è applicabile se l’obiettivo è assestare un colpo duro al regime. Trump vuole dire: abbiamo bombardato e abbiamo vinto”.
Il presidente americano non ha specificato che tipo di vittoria vuole, ha promesso aiuto e dovrà trovare il modo di fornirlo ai manifestanti, all’opposizione. La caduta del regime di Teheran non si ottiene con le guerre brevi che finora ha portato avanti nel giro di una notte: in Iran nel giugno scorso, bombardando i siti per l’arricchimento del nucleare; in Siria o in Nigeria contro lo Stato islamico; in Venezuela per portare via il dittatore Nicolás Maduro. Contro la Repubblica islamica questa volta non può essere un mordi e fuggi, per questo i primi a chiedere a Trump di posticipare l’attacco, almeno fino a quando non sarà tutto pronto, sono stati i vicini dell’Iran. Secondo il New York Times, oltre ai paesi del Golfo, anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe chiesto alla Casa Bianca di fermare l’attacco che, come riferiscono alcune fonti, era pronto per la notte fra mercoledì e giovedì. “Un attacco serio richiede tempo, per la preparazione e per assorbire le conseguenze: gli iraniani rispondono sempre militarmente e in questo momento i paesi del Golfo e Israele non hanno voglia di guerra”. Trump ha portato la situazione a un punto in cui qualsiasi cosa possa fare nel breve periodo sarà al di sotto delle aspettative, “il regime iraniano ha molte vulnerabilità, ma è in piedi dal 1979. Fra problemi di ogni tipo ha imparato come resistere”, per buttarlo giù non basta colpire una base dei pasdaran o dei picchiatori bassiji. Non basta neanche eliminare la Guida suprema, Ali Khamenei. La guerra rapida che piace a Trump non può davvero cambiare l’Iran. Rimanere senza fare nulla vuol dire però tradire i manifestanti.