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l'editoriale del direttore

L'incredibile rimozione della parola “islamismo” di fronte ai massacri del regime iraniano

Claudio Cerasa

Non parlare esplicitamente di islamismo politico di fronte a un regime che giustifica i massacri con i versetti del Corano non significa essere prudenti. Significa semplicemente voler chiudere gli occhi di fronte alla violazione della libertà: non solo degli iraniani ma di tutti noi

Ci sono due tipi di indifferenze spaventose che riguardano il futuro dell’Iran. La prima indifferenza ricorrente è quella che ha a che fare con un pezzo importante di opinione pubblica che di fronte al possibile regime change cerca sistematicamente di voltarsi dall’altra parte, quasi a voler esorcizzare un incubo. Per un pezzo di mondo progressista, l’Iran rappresenta da anni un baluardo contro l’imperialismo capitalista, contro l’America, contro Israele, contro l’occidente, e quel pezzo di mondo progressista che ha costruito parte della sua identità combattendo gli stessi nemici che combatte l’Iran non può non sentirsi a disagio di fronte alla possibilità che un suo prezioso alleato morale possa essere riportato a più miti consigli. E in questo senso, non c’è dubbio che una caduta del regime iraniano rappresenterebbe un problema grave per tutti coloro che combattono in giro per il mondo la globalizzazione, l’occidente e l’internazionale del capitalismo.

 

C’è però una seconda indifferenza che in queste ore risulta ancora più evidente e ancora più grave quando si parla del futuro del regime iraniano. La forma di imbarazzo forse più clamorosa è quella che si registra osservando un’omissione incredibile che emerge dalla lettura di molti giornali e dall’ascolto di molti notiziari. Non si può più dire che il tema Iran non sia sui giornali. Ma si può dire con certezza che, con cura certosina, dalla titolazione delle cronache sull’Iran c’è una parola che in molti casi è stata eliminata, come se fosse un elemento superfluo: l’islamismo. Così come di fronte a un terrorista che uccide un infedele in nome del proprio Dio si cerca in tutti i modi di minimizzare, di non andare alla radice, per paura di essere offensivi e di generalizzare, allo stesso modo di fronte a un regime che da quasi cinquant’anni ha rubato ai cittadini iraniani la libertà in nome dell’islamismo radicale si cerca di essere prudenti, di non offendere, di non generalizzare, di non discriminare e di omettere qualche particolare che in realtà non dovrebbe essere del tutto secondario. Per esempio, che è l’islamismo politico e radicale che ha portato a trasformare ogni manifestazione di libertà in un atto eversivo. Per esempio, che è l’islamismo radicale ad aver trasformato ogni donna desiderosa di emanciparsi dalla dittatura del velo in un nemico del popolo. Per esempio, che è l’islamismo radicale ad aver armato la violenza con cui i sovrani dell’Iran colpiscono il proprio popolo.

 

Guardare negli occhi gli orrori commessi non in nome di una dittatura generica ma in nome dell’islamismo politico è doloroso, turba, costringe a sfuggire gli eufemismi. Ma per mostrare empatia, vicinanza e solidarietà nei confronti dell’eroico popolo iraniano non basta parlarne in modo generico. Occorre riconoscere quanto sia stato eversivo aver fatto negli ultimi anni lo stesso gioco degli ayatollah solo per cercare utili alleati contro l’occidente, contro il capitalismo, contro Israele. E occorre riconoscere che non parlare esplicitamente di islamismo politico di fronte a un regime che giustifica i massacri con i versetti del Corano non significa essere prudenti. Significa semplicemente voler chiudere gli occhi di fronte alla radice di un massacro. Senza capire che la libertà violata di un iraniano non è una libertà di un singolo: è la libertà di tutti noi.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.