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oltre il venezuela

I cinque motivi per cui in America latina nessuno urla “yankee, afuera!”

Loris Zanatta

Dall'economia alla teologia, fino a Donald Trump. L'antiamericanismo ha radici troppo antiche e profonde per svanire d’incanto dal continente, ma la speranza è che la democrazia laica e pluralista diventi patrimonio dell’intero emisfero

Sulla crisi venezuelana s’è detto di tutto e ancor più si dirà quando ne sarà investita Cuba: la fibrillazione diventerà allora spasmodica eccitazione. Tra tanto vociare, tuttavia, mi colpisce la scarsa attenzione al suo aspetto più sorprendente, nonostante l’enorme rilevanza politica e portata storica: come mai non s’è levata in America latina un’ondata di antiamericanismo? Nel 1958, l’allora vicepresidente Nixon fu quasi linciato a Caracas. Per decenni, immense e bellicose marce sfilarono al grido di “yankee, fuera!”. Rappresentare gli Stati Uniti nelle capitali della regione era un mestiere pericoloso, a qualcuno costò la vita. Oggi nulla, appena alcuni sparuti gruppi, l’immagine dell’irrilevanza. Viceversa, nelle piazze hanno festeggiato i venezuelani, felici d’essersi tolti di dosso Maduro. Come spiegarlo?

La prima spiegazione è la più ovvia e visibile: si chiama economia. Il regime chavista è entrato nel guinness dei primati dell’incompetenza economica. Ha dilapidato un decennio di prezzi stellari del petrolio. Re Mida a rovescio. In Europa alcuni fingono di non saperlo, ma in America latina lo sanno tutti e lo sanno da tempo. Lo sanno perché s’imbattono ovunque in venezuelani costretti a guidare taxi e pulire strade lontani dal loro paese. E da che mondo è mondo, il passaparola è la pubblicità più efficace. Da Bogotà a Buenos Aires, da Lima a Santiago, il chavismo s’è fatto da sé la pubblicità negativa di cui paga il conto. Chi uscisse in piazza a difenderlo verrebbe preso per un marziano, per di più masochista. Se c’è una cosa chiara ai latinoamericani, è questa: non vogliamo fare la fine dei venezuelani. Un brutto colpo per il terrapittismo economico dei populismi nativi, perverso impasto di anticapitalismo cattolico e socialista, di comunismo evangelico da casa del popolo.

La seconda spiegazione si chiama ideologia, verrebbe da dire teologia. Il Venezuela, lo ripeto da anni, è la tomba della “sinistra” latinoamericana e dei suoi fan europei. Non è questione di profetizzare, basta osservare. Aliena all’ethos liberale, è una “sinistra reazionaria”: identitaria, confessionale, nazionalista. L’opposto di quella progressista erede degli illuministi. Non a caso ha per amici la teocrazia islamista di Teheran, l’unione di trono e altare di Mosca, il comunismo confuciano di Pechino. Capita così che sia diventata la peggior nemica di democrazia e libertà. E che coloro che invece le invocano non disdegnino l’aiuto di Washington. Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador, Venezuela: è il fallimento dei regimi bolivariani a spalancare la porta a Trump, non Trump a causarne il fallimento.

La terza spiegazione si chiama geopolitica. Ai miei studenti insegno a distinguere in America latina un’area del baseball da un’area del football. La seconda, formata dai grandi paesi del Sudamerica, conserva radici europee e ruota intorno all’equilibrio di potere tra il Brasile e i paesi ispanici. La prima, quella che si affaccia sui Caraibi, ruota intorno agli Stati Uniti, sia perché per essi è strategica, sia perché tutti ne dipendono. I loro interventi militari sono sempre e solo stati in quest’area. Quello per deporre Maduro, perciò, sconvolge più chi lo guarda da lontano di chi lo vive da vicino. Vige infatti in quella regione una tacita logica di bandwagoning, di gara, cioè, a salire sul carro del vincitore: poiché non possiamo fare a meno degli Stati Uniti, cerchiamo di conquistarne la benevolenza. Trump s’erge così ad arbitro tra il regime e l’opposizione che se la contendono. Ovvio che nessuno gridi “yankee, go home!”.

La quarta spiegazione ha nome e cognome: Donald Trump. Le ragioni per cui irrita sono le stesse per cui piace. E viceversa. Trump è un caudillo populista, il più latino, per cultura politica, dei presidenti degli Stati Uniti visti finora. Il caudillo è un capo religioso, non si sente vincolato dalla legge. Si crede investito della missione di guidare un popolo eletto, il suo, alla terra promessa. Da ciò l’assidua crociata contro le “élite” che si frappongono sul cammino. E’ l’Abc d’ogni populismo, il Dna di quello latinoamericano. Piccoli Trump, infatti, crescono in America latina, ripropongono da “destra” la filosofia manichea della storia che i bolivariani imposero da “sinistra”. Gli insulti ai giornalisti sgraditi, la benedizione dei poliziotti omicidi, la derisione dei diversi, il disprezzo degli intellettuali, l’assalto alla divisione dei poteri: quel che a molti di noi indigna, esalta le loro basi, ne eccita gli istinti, le sintonizza su Washington.

Rimane, infine, la quinta spiegazione, credo la più importante, la madre di tutte, la meno considerata: la rivoluzione religiosa in America latina. Il continente cattolico per antonomasia non c’è più, o c’è sempre meno. E’ un puzzle in frenetico movimento dove i ceti istruiti si secolarizzano in fretta e quelli popolari altrettanto in fretta abbracciano l’evangelismo. In un continente dove politica e religione sono avvinghiate, il mutare della cultura religiosa muta anche la cultura politica. Ora, il furibondo antiamericanismo latinoamericano s’abbeverava perlopiù alla fonte cattolica. Valeva per il nazionalismo rivoluzionario: Fidel Castro morì invocando l’unione di cattolici e islamici contro “l’eterno nemico” anglosassone; ma anche per il nazionalismo reazionario, nostalgico della cristianità ispanica caduta vittima del secolarismo protestante. Cosa rimane di tutto ciò? Sospetto che la portentosa crescita degli evangelici, unita ai disastri delle ideologie d’ispirazione cattolica, stiano alimentando un nuovo paradigma culturale nella regione. Il liberismo economico, prima tabù, non l’è più, la “teologia della prosperità” consola più di quella della povertà. Ma giunge avvolto in un abito di intollerante moralismo, in una narrazione storica altrettanto messianica di quella d’un tempo.

L’antiamericanismo è dunque morto in America latina? Non credo. Ha radici troppo antiche e profonde per svanire d’incanto. Lo stesso Trump è il maggior candidato a resuscitarlo a colpi di arroganza e nazionalismo, suprematismo e unilateralismo. Semmai si direbbe che siano gli Stati Uniti a latinoamericanizzarsi. La mia speranza, sempre tenue ma anche l’ultima a morire, è che cessi un giorno l’oscillare del pendolo da un populismo all’altro, che la democrazia laica e pluralista diventi patrimonio dell’intero emisfero. Oggi non ve n’è ombra.

 

 

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