Sanzioni mascherate
Non solo petrolio: perché per la Cina l'Iran pesa più del Venezuela
Le pressioni americane sull'Iran rischiano di far saltare l'incontro Trump-Xi di aprile
I nuovi dazi annunciati da Trump contro chi commercia con Teheran colpiscono soprattutto la leadership cinese. Dopo il caso venezuelano, l’Iran rischia di diventare il vero nodo economico e strategico nel confronto con Washington
Il presidente americano Donald Trump ha annunciato martedì sul suo social Truth l’introduzione di dazi del 25 per cento su tutti i paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran. La misura entrerà in vigore “con effetto immediato” su tutto il business con gli Stati Uniti, e pur avendo aggiunto che “questo ordine è definitivo e conclusivo”, non è ancora chiaro l’elenco dei paesi coinvolti. Il messaggio però è eloquente, e arriva il giorno dopo le sue dichiarazioni sulla possibilità di un intervento militare contro la leadership iraniana che sta reprimendo con la forza le proteste popolari – duemila morti sono le stime, ovviamente al ribasso, ufficializzate ieri dal regime. Dopo l’operazione in Venezuela che ha portato all’arresto di Maduro e al controllo dell’export di Caracas nelle acque del Mar dei Caraibi, i nuovi dazi – di fatto sanzioni secondarie – sono un problema soprattutto per la Repubblica popolare cinese. E se c’è un filo conduttore nelle ultime azioni e dichiarazioni di Trump sembra proprio essere il ruolo economico e strategico della Cina, soprattutto nei teatri considerati più sensibili per la sicurezza americana.
Poche ore dopo l'annuncio di Trump, Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ha risposto alle minacce di dazi dicendo che la Cina “difenderà con determinazione i propri diritti e interessi legittimi”, riferendosi soprattutto agli affari con Teheran: “Abbiamo sempre creduto che non ci siano vincitori in una guerra dei dazi”, ha detto Mao. Già da settimane, il controllo militare americano sull’export del petrolio venezuelano in violazione delle sanzioni è diventato un problema per la Cina, il più grande importatore mondiale di greggio. La leadership cinese ha investito molto nelle relazioni diplomatiche in America latina, e il Venezuela di Maduro era al centro di un’offensiva negoziale che va avanti da anni, parte di una strategia di equilibri e alleanze con i paesi non allineati. Di recente, però, Pechino aveva ridimensionato e diversificato le importazioni dirette di greggio dal Venezuela – che comunque rappresentano solo il 5 per cento del totale importato – in favore di una dipendenza maggiore verso Iran e Russia. Nei giorni scorsi Trump ha aperto alla possibilità di gestire direttamente il business con la Cina, che con il greggio venezuelano ci ripaga il debito contratto da Caracas con Pechino, ma secondo Bloomberg aziende statali come la China National Petroleum hanno sollevato diverse perplessità con la leadership cinese, chiedendo di fatto indicazioni su come comportarsi – intanto all’inizio della settimana almeno due megapetroliere cinesi che stavano navigando verso il Venezuela per prelevare il petrolio hanno invertito la rotta e sono tornate in Cina.
Con l’Iran l’esposizione cinese è ben maggiore. Secondo i dati delle dogane cinesi, tra gennaio e novembre dello scorso anno Pechino ha esportato verso l’Iran merci per un valore di 6,23 miliardi di dollari, mentre le importazioni iraniane in Cina hanno raggiunto i 2,86 miliardi. Ma le cifre non includono le forniture di petrolio iraniano acquistate attraverso le cosiddette “teapot”, le piccole raffinerie indipendenti cinesi, per lo più collocate nella regione dello Shandong, che comprano petrolio per poi rivenderlo, e che assorbono circa il 90 per cento delle esportazioni petrolifere dell’Iran, consentendo a Pechino di aggirare almeno in parte le misure sul petrolio iraniano imposte da Washington. Già ad aprile, Trump aveva messo sanzioni contro una di queste teapot, la Shandong Shengxing Chemical, annunciando che la Casa Bianca era determinata “a ridurre a zero le esportazioni illegali di petrolio dall’Iran, comprese quelle verso la Cina”.
Molti osservatori di politica cinese facevano notare ieri che la leadership di Xi Jinping già da tempo aveva valutato un disimpegno, più economico che diplomatico, dall’America latina, ma il livello di esposizione di Pechino con il regime iraniano è troppo vasto – non c’è solo la dipendenza dal petrolio, ma anche un’alleanza strategica che riguarda la diplomazia e la Difesa: questa settimana sono in corso esercitazioni navali congiunte tra Cina, Russia e Iran nelle acque sudafricane.
Il rischio è che la linea Bessent, cioè quella del segretario al Tesoro degli Stati Uniti che spinge per un compromesso commerciale diretto fra America e Cina, possa saltare, così come l’incontro fra Donald Trump e Xi Jinping previsto a Pechino ad aprile.