I cristiani di Qaraqosh rifugiati a Erbil, nel Kurdistan iracheno (LaPresse)
vittime invisibili
Mai così tanti cristiani uccisi e perseguitati. Ma nell'equazione umanitarista, non contano
Il nuovo World Watch List di Porte Aperte documenta quasi 5 mila uccisioni in un anno e 388 milioni di fedeli discriminati. Dalla Nigeria alla Corea del Nord, l’emergenza cresce, ma chiese chiuse e stragi faticano a trovare voce pubblica nell'agenda occidentale
Il numero di cristiani uccisi per la loro fede è aumentato ancora una volta, da 4.476 vittime a 4.849 in un anno. Si tratta di tredici cristiani uccisi in media ogni giorno, uno ogni due ore. Numeri dal rapporto World Watch List di Porte Aperte in uscita oggi e che viene presentato nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato su invito dell’Intergruppo per la tutela della libertà religiosa dei cristiani nel mondo. Ancora record di persecuzione anticristiana in termini assoluti: mai così intensa in 33 anni di ricerca. Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (un cristiano ogni sette), di cui 201 milioni sono donne o bambine, esposte a violenze sessuali, matrimoni forzati e ostracismi sociali che riducono la fede cristiana a lettera scarlatta. Tra i cento paesi monitorati si conferma l’accelerazione degli ultimi quindici anni e salgono da 13 a 15 i paesi con un “livello estremo”.
La Corea del nord rimane stabile al primo posto dei persecutori, dove il mero possesso di una Bibbia può condurre a campi di lavoro o esecuzioni sommarie. Ma è l’ombra dell’islamismo radicale a dominare la classifica. Nelle prime cinque posizioni ci sono tre nazioni fortemente islamiche, “come prova del fatto che l’oppressione islamica rimane una delle fonti principali di intolleranza anticristiana. Somalia, Yemen e Sudan. La Siria è la vera sorpresa di quest’anno, portando il paese dal diciottesimo al sesto posto, unico nuovo ingresso nella top ten. La violenza è aumentata, con 27 cristiani uccisi in un anno e numerosi attacchi contro le chiese. La pressione varia per regione, ma include la chiusura di scuole, l’imposizione della jizya e la propaganda islamica anticristiana. Cresce ancora il punteggio della Nigeria, stabile al settimo posto, confermandosi il mattatoio globale e la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo (3.490). Eppure, la Bbc si domanda se davvero “i cristiani siano perseguitati in Nigeria come dice Trump”. Sguinzaglia anche la sua Global Disinformation Unit. Il Pakistan all’ottavo posto è stabile con almeno 24 cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede. L’Iran vede peggiorare la situazione (decimo posto), a causa di un aumento della violenza anticristiana. La pressione è rimasta a livelli estremi in quasi tutte le sfere della vita. “Il governo considera i convertiti iraniani al cristianesimo come una minaccia occidentale tesa a minare l’islam e il regime islamico dell’Iran”.
Eppure, nessun corridoio umanitario, nessuna ong occidentale, niente al Jazeera, nessuna flotilla, nessuna relatrice speciale, neanche una veglia. In Congo, l’Isis massacra migliaia di cristiani, anche nei letti d’ospedale. In Mozambico, intere comunità sono spazzate via. E mentre le proteste pro Palestina martellano ancora le città in Europa e in occidente, non si è sentito di marce “Liberate i cristiani africani”. Nessun sudario da Palazzo Marino, nessun appello di accademici “anticolonialisti” di Bologna, nemmeno l’eco degli hashtag digitali per smantellare il “colonialismo arabo” in Sudan. Anche i governi occidentali, intrappolati in calcoli geopolitici, evitano di alienare alleati strategici dove la persecuzione è estrema ed endemica. Uno su tutti, il caso algerino: tutte e 47 le chiese protestanti sono state chiuse e si stima che oltre il 75 per cento dei cristiani algerini abbia perso il contatto con la comunione. A rischio di carcere, quei cristiani che si riuniscono lo fanno ora segretamente in case private o proprietà commerciali.
I colpevoli sono quasi tutti islamisti e la coscienza dell’occidente funziona solo all’interno di un’equazione familiare: la sofferenza acquista significato se può essere ricondotta al senso di colpa occidentale. Il bambino palestinese e il soldato israeliano, la tenda umanitaria e il fence sionista sono predisposti per una rappresentazione mediatica. E nella teologia postcoloniale, la sofferenza del “Sud del mondo” è soltanto un prodotto del dominio occidentale (mai di quello cinese o russo o islamista) e se il soldato israeliano è sempre un mostro mediatico, il miliziano fulani che brucia villaggi cristiani diventa una “vittima del cambiamento climatico”. Così un singolo incidente di un camion di aiuti umanitari assaltato a Gaza mobilita milioni, mentre migliaia di cristiani africani svaniscono ogni anno nell’angolo cieco dell’umanitarismo.
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