Il viaggio della premier
Meloni in Asia tra sicurezza e affari, in un momento a dir poco complicato
La visita nell’Indo-Pacifico, rimandata ad agosto, inizia domani, ma dall'Oman. Niente più Bangladesh e Vietnam, solo Giappone e Corea del sud. A Tokyo la premier Takaichi cerca la solidarietà della premier italiana contro la Cina, mentre per il presidente sudcoreano Lee Jae-myung è il primo vertice con una leader europea
Nei prossimi giorni la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarà costretta ad affrontare di persona un’altra crisi, considerata regionale soltanto a un primo sguardo superficiale. La visita della premier in Giappone e Corea del sud era prevista ad agosto scorso, nell’ambito di un viaggio più ampio nell’Indo-Pacifico che prevedeva tappe anche in Bangladesh, Singapore e Vietnam.
Poi Palazzo Chigi aveva rinviato tutto per concentrarsi su questioni più urgenti, fra le quali i negoziati tra America, Russia e partner europei sulla pace in Ucraina – poi falliti. E quindi il viaggio nell’Indo-Pacifico inizia domani, ma con un programma ridotto a due soli paesi, Giappone e Corea del sud, e quindi senza la tappa a Dacca, cruciale per le politiche migratorie del governo: il Bangladesh era stato appena inserito nell’elenco dei paesi sicuri dall’esecutivo quando le proteste popolari nel paese portarono alla fuga della premier Sheikh Hasina. Poi è arrivato il governo di transizione guidato da Muhammad Yunus che ha convocato le elezioni per il mese prossimo, in un clima di incertezza e rischi dovuto anche al crescente estremismo islamico nel paese.
Domani la premier volerà in Oman, ma solo per poche ore: a Muscat si parlerà anche del ruolo italiano dentro al Board of peace che supervisionerà l’amministrazione transitoria della Striscia di Gaza. Subito dopo Meloni atterrerà a Tokyo, e troverà una situazione ben diversa dal suo ultimo viaggio, quello del febbraio del 2024, quando con l’allora premier Fumio Kishida c’era stato il passaggio di consegne della presidenza del G7. La nuova premier, Sanae Takaichi, l’aveva abbracciata calorosamente a novembre scorso, al G20 in Sudafrica, e ora ha bisogno più che mai del sostegno di un paese europeo.
Nei corridoi del Kantei, il palazzo del governo di Tokyo, qualcuno ha notato che l’Italia è stato l’unico paese del G7 a non aver fatto neanche una dichiarazione sulle attività coercitive della Repubblica popolare cinese contro Taiwan, culminate con un blocco navale di 48 ore attorno all’isola neanche due settimane fa. Secondo quanto risulta al Foglio, la cautela della Farnesina avrebbe a che fare con la delegazione parlamentare guidata dal forzista Alessandro Cattaneo atterrata a Taipei venerdì scorso, secondo viaggio dopo quello di alcuni membri del Parlamento di settembre 2025. Ma per Taiwan, il Giappone sta subendo ormai da mesi una violentissima e inusuale rappresaglia – per ora solo politica ed economica – da parte di Pechino, dopo che Takaichi ha parlato di un coinvolgimento delle Forze di autodifesa di Tokyo in caso di invasione militare. Al di là delle celebrazioni del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche fra Giappone e Italia, e delle discussioni sul sempre più importante Gcap, il progetto multinazionale tra Giappone, Italia e Regno Unito per la creazione di un caccia di sesta generazione, Takaichi cerca in Meloni una sponda per mandare un messaggio di unità fra paesi “like minded”, alleati e democratici, e sulla necessità di riaffermare il principio della libertà di navigazione. E’ probabile che Meloni, dopo il bilaterale con Takaichi di venerdì prossimo, annunci nuove missioni militari italiane in Asia orientale che coinvolgeranno sia l’Aeronautica sia la Marina, dopo la missione operativa del Cavour del 2024. Tutto in una chiave di contenimento della Cina.
La premier giapponese Sanae Takaichi, che valuta lo scioglimento anticipato della Camera bassa all’apertura della Dieta, il Parlamento giapponese, il prossimo 23 gennaio, con le elezioni da tenere già a febbraio per sfruttare il consenso ancora alto, ha fatto sapere nei giorni scorsi che i suoi prossimi appuntamenti diplomatici saranno particolarmente importanti: quello con Meloni, leader europea da cui si aspetta complicità e appoggio internazionale, ma subito prima quello con il presidente Lee Jae-myung, presidente sudcoreano, democratico e populista. Lee è tornato da pochissimo da una missione a Pechino, dove il leader cinese Xi Jinping ha espressamente chiesto alla Corea del sud di “stare dalla parte giusta della storia”, cioè dalla parte della Cina. Le relazioni fra Tokyo e Seul sono particolarmente tese, non più soltanto storicamente, ma anche per questo tentativo cinese di serrare le fila delle alleanze. E quindi Meloni si muove su un piano inclinato, delicatissimo: dopo il Giappone, in Corea del sud sarà la prima leader europea a compiere una visita dal presidente Lee, e il business bilaterale è in una fase di grande espansione – la Corea del sud, come il Giappone, è una fonte di approvvigionamento cruciale per l’industria tecnologica italiana, mentre i coreani sono primi in Asia per spesa pro capite sul Made in Italy. In un contesto così sensibile il confine tra diplomazia e incidente strategico è sottile, e per trasformare un equilibrio instabile in vantaggi concreti tra quei 1.150 chilometri che dividono Seul e Tokyo servono molti nervi saldi, e soprattutto dossier dettagliati.
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