Teheran al buio
Anche Starlink in Iran non funziona più. I “jammer” del regime e l'intervento di Musk
Pur di togliere internet agli iraniani, la Repubblica islamica accetta il “kill switch”, circa 1,56 milioni di dollari in perdita per ogni ora di inattività della rete. Il bilancio dei manifestanti uccisi è arrivato a 648
“L’Iran è offline da 96 ore”, scriveva ieri NetBlocks nel suo ultimo aggiornamento, “limitando la segnalazione e l’assunzione di responsabilità sulle morti di civili mentre gli iraniani protestano e chiedono un cambiamento; internet fisso, dati mobili e chiamate sono disabilitati, mentre anche altri mezzi di comunicazione sono sempre più presi di mira”. L’organizzazione che monitora la connettività a internet aveva segnalato il blackout per la prima volta l’8 gennaio, da quel momento la connessione degli iraniani a internet è scesa all’uno per cento rispetto ai normali livelli e non è mai stata ripristinata, impedendo alla popolazione di organizzarsi, condividere notizie su cosa sta accadendo nel paese e consentendo al regime di reprimere il dissenso senza alcun ostacolo.
I gruppi di monitoraggio come NetBlocks sono utili anche ai pochi iraniani che riescono ancora a connettersi a internet per rimanere informati su come è possibile aggirare le restrizioni, tra le opzioni ci sono le radio a onde corte, le torri cellulari alle frontiere, i satelliti diretti alle cellule o i terminali Starlink. Negli ultimi giorni la Repubblica islamica starebbe però per la prima volta interrompendo anche il traffico internet dei satelliti di Elon Musk con dei “jammer” di tipo militare e domenica scorsa anche il presidente americano Donald Trump, in risposta a una domanda su un suo intervento per ripristinare la rete in Iran e quindi continuare a utilizzare il servizio satellitare, ha parlato della possibilità di interpellare Elon Musk: “E’ molto bravo in questo genere di cose, ha un’ottima azienda”.
Non è la prima volta che gli iraniani aggirano lo shutdown di internet grazie al servizio di SpaceX, in grado di fornire una banda larga mobile tramite una rete di satelliti in orbita e formalmente non autorizzato dal regime: già nel 2022, durante la proteste per la morte di Mahsa Amini, un gran numero di iraniani si affidò a Starlink per condividere foto e video delle proteste, poi di nuovo la scorsa estate durante la Guerra dei dodici giorni con Israele, il traffico sul servizio satellitare “illegale” aumentò notevolmente. Secondo una stima dello stesso regime iraniano, nella Repubblica islamica ci sarebbero decine di migliaia di ricevitori Starlink, con quasi 50 mila abbonati: dalla guerra con Israele Teheran ha iniziato però a interrompere i segnali gps, necessari al servizio per connettersi ai satelliti in orbita bassa, e nel blackout degli scorsi giorni diversi analisti hanno riscontrato una perdita di circa il 30 per cento dei pacchetti inviati dai dispositivi Starlink, fino ad arrivare all’80 per cento in alcune aree del paese. Il ricercatore Amir Rashidi ha detto alla testata IranWire che l’interferenza dalle apparecchiature militari “jammer” è altamente sofisticata, di tipo militare, “non era mai stata rilevata in vent’anni di ricerca” ed è stata probabilmente fornita al governo da Russia o Cina. Sempre secondo IranWire, il regime starebbe effettuando raid nelle abitazioni e arrestando chi possiede attrezzature satellitari, per ridurre il traffico internet ai minimi storici, mentre la propaganda sugli account del governo continua a essere diffusa senza disturbi su tutti i social.
Ieri, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi dichiarava che la situazione era “tornata sotto controllo”, la connessione alla rete internet continuava a rimanere invariata e l’organizzazione per i diritti umani Iran Human Rights (Ihrngo) diffondeva l’ultimo bilancio dei manifestanti iraniani uccisi dall’inizio delle proteste, il 28 dicembre scorso: sarebbero almeno 648, di cui nove di età inferiore ai 18 anni, ma secondo alcune stime non verificate potrebbero essere state uccise più di sei mila persone, e la difficoltà nel verificare le notizie è proprio il blackout di internet. “Questa è la guerra dell’Iran contro la sua stessa popolazione, che usa mezzi digitali”, ha detto il ceo di NetBlocks Alp Toker riguardo al blocco di internet, definendolo un “kill switch”, una misura estrema che ha un costo elevato anche per il regime – circa 1,56 milioni di dollari in perdita di attività economica per ogni ora di inattività di Internet – e che dimostra un’estrema preoccupazione che le informazioni sulla repressione delle piazze riescano a uscire dal paese. Anche i pochissimi video e messaggi arrivati ieri sera dalle proteste sono stati pubblicati tramite Starlink, per farlo è necessario avere un ricevitore e gli iraniani sanno quanto è rischioso se venissero scoperti: una legge approvata dal Parlamento soltanto qualche mese fa stabilisce che chiunque ne faccia uso rischia una pena detentiva da sei mesi a due anni, senza escludere l’accusa di spionaggio per gli Stati Uniti o Israele. La pena è la condanna a morte.