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La spallata suprema

“Se l'occidente sostiene il dissenso iraniano, Khamenei cadrà”. Parla l'israeliano Kedar

Giulio Meotti

Ci sono state ondate di rivolte interne in Iran, ma stavolta è diverso. La strategia di Netanyahu è “monitorare, sostenere, sperare”, consentendo a Washington di prendere l’iniziativa. "Se i ribelli sentono che il mondo civile è con loro, possono dare la spallata al regime", dice l'esperto di islam politico e medio oriente

Il comune sentire nell’intelligence israeliana è che senza l’aiuto occidentale la più grande rivolta della storia della Repubblica islamica potrebbe fallire o, alle brutte, portare a un governo dei militari al posto di quello della Guida suprema. L’apparato di sicurezza israeliano sta monitorando attentamente gli sviluppi in Iran, per prepararsi a ogni possibile scenario. Non è una situazione binaria: la caduta del regime degli ayatollah non porterà necessariamente a un governo democratico. Esistono anche possibilità peggiori, così come scenari intermedi, ad esempio un danno alla leadership seguito dall’insediamento di reggenti o la nomina di un leader fantoccio controllato da dietro le quinte dai pasdaran.

 

Per ora, la strategia del premier israeliano Benjamin Netanyahu è “monitorare, sostenere, sperare”, consentendo a Washington di prendere l’iniziativa e minacciare il regime. “Dipende da America, Israele ed Europa” dice al Foglio Mordechai Kedar, fra i massimi esperti israeliani di islam politico e medio oriente. “Se i ribelli in Iran sentono che il mondo civile è con loro, possono dare la spallata al regime. Altrimenti si arrenderanno, a causa della brutalità del regime. Se ci fossero attacchi aerei occidentali ai pasdaran, la ribellione si rafforzerebbe”.

 

Anche prima di oggi avevamo assistito a ondate di rivolte interne, ma stavolta è diverso. “Ci sono alcuni elementi in più. C’è il collasso economico totale del regime, in cui tutti sono coinvolti, dal bazar agli studenti alle donne. Poi c’è Donald Trump che ha sostenuto due volte i ribelli iraniani apertamente e ha minacciato attacchi militari. Poi c’è la caduta di Maduro, ovvero l’Iran sta perdendo pezzi del suo impero, anche ai tropici. Quindi il momento è propizio. Senza dimenticare la guerra d’Israele di giugno, quando Teheran ne è uscita malmessa. Ma oggi a differenza di giugno, i capi del regime iraniano non sono a casa, ma in allerta e nascosti, Khamenei stesso è uccel di bosco”.

 

Kedar non crede a chi, come Simon Sebag Montefiore, parla di un venti per cento di iraniani dietro il regime islamico. “Credo che il sostegno al regime venga solo da chi ne beneficia, i soldati, i basiji, i pasdaran, gli ufficiali, il clero degli ayatollah, nessun altro sostiene la dittatura”. Ad aggravare la rivolta ci sono le spinte indipendentiste. “Non c’è un popolo iraniano, ma ci sono molti gruppi etnici come persiani, azeri, curdi, arabi, baluci, turcomanni e altri, come caspiani, parliamo di qualcosa come quaranta gruppi etnici che non sono mai diventati una nazione. E quindi c’è una richiesta di indipendenza. Reza Pahlavi oggi si è intestato una leadership che fino a ieri non c’era. Non sappiamo quanto possa unire il popolo iraniano”.

 

Gilles Kepel ha scritto che l’eventuale caduta del regime sarebbe come la caduta del Muro di Berlino. “La caduta del regime significherebbe il ritorno del Libano nella famiglia delle nazioni, ma anche la caduta degli houthi”, ci dice Kedar. “Oggi l’Europa paga molto denaro per evitare la rotta che passa davanti allo Yemen. Il mondo senza questo Iran sarebbe un posto migliore. Sarebbe più pacifico, più normale. La Cina stessa ha paura oggi vedendo quello che succede da Caracas a Teheran. Tutto ha ramificazioni globali. Anche il Qatar ha paura di quello che succede in Iran, perché è parte dello stesso asse islamista. Quando l’Iran collasserà, sarà anche un colpo fatale alla Fratellanza musulmana, perché il Qatar sarà molto più prudente. Sono ottimista dunque che la Repubblica islamica dell’Iran cada, perché per la prima volta c’è un consenso che gli ayatollah devono cadere. Tutti capiscono che la caduta di Khamenei cambierà il corso della storia”.

 

Infine, Kedar picchia duro sull’Europa: “Non capisco davvero gli europei, non dicono niente, non ho sentito condanne davvero significative e non fanno niente di concreto sull’Iran. La debolezza viene dagli investimenti economici? Nel 2003 gli americani invasero l’Iraq e molti investimenti europei, miliardi e miliardi di euro, vennero cancellati, perché il nuovo regime dell’Iraq rifiutò di riconoscere gli investimenti europei con Saddam Hussein. E oggi ci sono molti investimenti europei in Iran: hanno paura che se il regime collassa perderebbero tutto come in Iraq. L’unica cosa che sembra interessare all’Europa sono i soldi, siano iraniani o qatarini. L’Europa occidentale sta intanto diventando l’epicentro dell’islam politico. Se Israele cade, come vorrebbero molti, il giorno dopo l’Europa sarà islamizzata. Non resisterebbe un giorno senza Israele di fronte all’avanzata jihadista, sempre che la demografia non cambi prima la situazione”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.