Foto Epa, via Ansa
il commento
Venezuela e Groenlandia, la vera sfida per Ue e Italia (l'etica non c'entra)
Le mosse di Trump mettono a nudo l’impotenza strategica europea: è tempo di abbandonare la postura moralistica e tornare a una politica estera fondata su interessi, alleanze e accordi proattivi dentro la cornice occidentale
L’inizio del 2026 è stato tumultuoso. Il blitz Trump in Venezuela, per l’esfiltrazione coatta di Maduro in carcere, e le reiterate allusioni alle mire statunitensi sulla Groenlandia. hanno reso incandescenti le relazioni con Cina e Russia. E hanno sin qui confermato che l’Europa continua a ritenere che il suo ruolo sia quello di reagire verbalmente a ciò che accade, invece di affermare con decisione un proprio ruolo come grande potenza, pilastro dell’occidente insieme agli Stati Uniti. Sulla scia di ciò che su queste colonne è stato scritto dal direttore Cerasa e da Giuliano Ferrara, e in pieno accordo con le analisi di Carlo Alberto Carnevale Maffè sulle vere questioni economiche in gioco per occidente ed Europa in Venezuela e Groenlandia, è il momento di spogliarsi del mero ruolo di tribunale etico della coscienza che impazza sui media, e di assumere invece un profilo proattivo e realista, basato sugli interessi strategici e non sulla rituale condanna di “Trump pericolo per il mondo”. Se gli States con Trump si infileranno in Venezuela nella riproposizione di un modello di nation building pilotato direttamente dagli Usa sulla punta delle baionette, saranno i suoi elettori americani a punirlo e non le nostre scomuniche etiche, visto che Trump ha vinto promettendo “mai più disastri come quelli rimediati in Iraq e Afghanistan”. E lo stresso vale nell’impensabile caso di un’invasione militare della Groenlandia.
L’analisi realista da condurre è diversa. Come parte essenziale della comunità occidentale, è interesse dell’Europa e dell’Italia fermare i flussi petroliferi venezuelani verso Russia e Cina? Ed è interesse anche nostro fare in modo che il 25 per cento di riserve mondiali di diverse terre rare e minerali nobili che giacciono nel sottosuolo groenlandese, e che sono strategiche per le nuove tecnologie, restino prioritariamente rivolti all’utilizzo delle tecnologie e delle industrie occidentali, dopo che per vent’anni la Cina ha realizzato una politica commerciale e di investimento globale per assicurarsene l’utilizzo ed eccellere nella loro raffinazione a fini industriali, tanto da strozzare oggi l’occidente usando il suo attuale quasi monopolio come un cappio intorno al nostro collo?
Se la risposta alle due domande è affermativa, allora Europa e Italia devono cambiare marcia. E assumere un ruolo non di inane contenimento delle pulsioni emotive quotidiane di Trump e della sua cerchia di fedelissimi accoliti, bensì di co-architetti insieme agli Usa di una nuova cornice di accordi negoziali con i paesi in cui si concentrano gli interessi strategici occidentali. Non bisogna inventarsi niente di nuovo. Chi racconta la storia che gli Usa hanno sempre fatto guerre per il petrolio dimentica che dal secondo dopoguerra in realtà la potenza dominante dell’occidente non si è impegolata solo in sanguinosi disastri militari, dal Vietnam all’Afghanistan. Washington ha costruito una fitta rete di accordi bilaterali in cui sicurezza, difesa e fluissi di interscambio economico e tecnologico hanno offerto pervasive garanzie di sicurezza, stabilità e crescita economica a molti paesi altrimenti a forte rischio. Senza mai invaderli. Fin dai tempi di Truman e Eisenhower, trattati come il Seato nel sud-est asiatico, o come l’Anzus con Australia e Nuova Zelanda, i trattati bilaterali con Filippine, Giappone, Micronesia e Corea del Sud gettarono le basi per la tutela degli interessi reciproci di quei paesi e dell’occidente. Quando dal primo gennaio 1979 gli Usa fecero la scelta di pieni rapporti diplomatici con la Cina comunista, quattro mesi dopo il Congresso americano, d’accordo con il governo di Taipei, adottò il Taiwan Relations Act a cui Reagan aggiunse le cosiddette “Sei assicurazioni”, che sin qui sono stati i caposaldi del pieno sostegno alla difesa dell’isola da ogni ipotesi di attacco militare da parte di Pechino. Sempre senza ricorrere a Trattati, ma con impegni del Congresso e della Casa Bianca come l’ultimo Memorandum of Understanding bilaterale vigente sino al 2008, gli Usa hanno riconosciuto a Israele la qualifica di alleato più stretto non Nato, concedendogli il pieno accesso anche alle tecnologie più avanzate che Washington nega spesso agli stessi membri della Nato. E per venire a questi ultimi giorni, il fondamentale accordo per le garanzie alla piena sicurezza all’Ucraina, dopo il cessate il fuoco della Russia e per tutti gli anni successivi, finalmente messo nero su bianco da membri essenziali della Nato e Ue insieme agli americani, appartiene anch’esso alla tipologia di accordi che ratificano nuovi impegni proattivi dell’occidente in materia di difesa e insieme di garanzie alla crescita economica.
Ecco perché Europa e Italia dovrebbero mobilitarsi per costruire insieme a Washington strumenti bilaterali che vedano le imprese occidentali protagoniste della messa a coltura e della raffinazione delle immense risorse di “petrolio pesante” del Venezuela per sconfiggere la povertà della popolazione vittima del madurismo. E lo stesso impegno va offerto al parlamento groenlandese, non per sottrarre la Groenlandia alla Danimarca, ma perché essa sarebbe la prima interessata a una straordinaria mobilitazione di risorse a difesa della Groenlandia e per la valorizzazione delle sue preziose risorse minerarie, sfide entrambe per le quali i danesi non possono mettere in campo risorse adeguate. La via per contenere l’umiliazione europea non è opporre a Trump una condanna etica, ma proporsi a quelle parti di mondo di cui abbiamo assoluto bisogno come garanti di nuovi accordi occidentali per interessi reciproci.