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Chi sono i creduloni occidentali diventati le groupie dei regimi
Caracas, Mosca, Teheran, Kabul e Gaza: attivisti, intellettuali e celebrity continuano a rendere omaggio a regimi autoritari, scambiando propaganda per solidarietà e rivoluzione per repressione
Una delegazione dei Democratic Socialists of America, un’organizzazione progressista statunitense che avrebbe avuto un ruolo nell’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York, entra al palazzo presidenziale di Miraflores a Caracas, Venezuela. Gli otto delegati incontrano Nicolás Maduro, visitano il mausoleo di Chávez e posano con il pugno alzato. Alcuni membri, come Austin González e Sean Estelle, postano elogi a Maduro, che non sarebbe un dittatore ma un “uomo umile” e i suoi oppositori dei “reazionari di destra”. La delegazione raccoglie anche denaro su GoFundMe per “solidarietà”, mentre il Venezuela affronta una povertà al 94,5 per cento, malnutrizione grave e migliaia di uccisioni da parte delle forze di sicurezza del regime. Di quest’incontro ha appena parlato il New York Times. Nelle sue precedenti visite a New York, Maduro aveva fatto di Harlem – e delle sue rinomate chiese nere – una tappa fondamentale, lanciando la “solidarietà tra latinoamericani e afroamericani”, sostenendo che erano legati dalle loro lotte per i diritti civili e umani. “Dal Sud America, credetemi, fratelli e sorelle degli Stati Uniti, soffriamo con voi”, aveva detto Maduro. Daniel Johnson, uno dei migliori intellettuali britannici, sul Telegraph di questa settimana racconta che, come sindaco di Londra, Ken Livingstone ebbe una relazione non corrisposta con Hugo Chávez, l’ex colonnello che, dopo un fallito colpo di stato militare, era stato eletto presidente del Venezuela. “In quanto uomo forte dell’America Latina, il suo populismo di sinistra era di gran moda nei salotti di Islington” scrive Johnson. Nel 2006, Red Ken accolse questo roboante bolscevico al Municipio e fu prontamente invitato a una sontuosa visita a Caracas. L’anno successivo, il sindaco annunciò che il suo amico Chávez aveva promesso di fornire petrolio a basso costo a Transport for London, che avrebbe finanziato biglietti di metropolitana e autobus a metà prezzo. Il tentativo di Livingstone di corrompere gli elettori con la generosità sottratta ai venezuelani impoveriti non riuscì a dissuadere i londinesi dal sostituirlo con Boris Johnson. A quel punto, Maduro era succeduto a Chávez. In assenza del carisma del Colonnello, il fallimento del chavismo era diventato evidente. “Il Venezuela non solo aveva perso il suo prestigio di simbolo anticapitalista, ma si era anche rivelato un caso disperato dal punto di vista economico. Maduro si è rivelato un despota brutale, aggrappato al potere con la repressione, la corruzione e la sottomissione all’influenza cubana, cinese e russa. Eppure, la sinistra è notoriamente incorreggibile. Una volta abbracciata, nessuna causa è mai considerata troppo indegna o imbarazzante”.
E così la scorsa estate una coalizione di attivisti filo nordcoreani si è riunita a New York. Nodutdol ha ospitato il People’s Summit for Korea dal 25 al 27 luglio. L’evento ha visto la partecipazione di attivisti, accademici, funzionari governativi e radicali di lunga data con decenni di coinvolgimento nella politica di sinistra. Erano presenti anche diversi gruppi di sinistra, tra cui il People’s Forum, la Answer Coalition, la United National Antiwar Coalition e altri. Alcune di loro organizzano pellegrinaggi politici a Pyongyang. Betsy Yoon, professoressa al Baruch College e membro del Nodutdol, ha sostenuto “La lunga rivoluzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea”. Nodutdol sta facendo breccia nel mondo accademico americano. Uno dei suoi membri, Minju Bae, insegna alla New York University.
Questi gruppi di socialisti americani avrebbero potuto comparire in una edizione aggiornata di “Pellegrini politici” (il Mulino), il libro del compianto Paul Hollander. Dalla fine degli anni Venti all’inizio degli anni Ottanta, le esperienze politiche dei paesi del socialismo realizzato hanno esercitato un’irresistibile attrazione sugli intellettuali e gli attivisti progressisti d’occidente. La Russia di Stalin, la Cina di Mao, la Cuba di Castro, il Vietnam di Ho Chi Minh si tramutarono, in questi sogni a occhi aperti, nei paesi dell’utopia. Questa aspettativa si tradusse in un genere turistico, il pellegrinaggio politico, e in un peculiare genere letterario, il reportage politico. Nei resoconti di viaggio, destinati a influenzare l’opinione pubblica occidentale, questi visitatori ribaltarono talvolta in modo grottesco la realtà, finendo per giustificare la violenza, la repressione e la miseria di massa. Hollander si addentra nella psiche degli intellettuali, svelando la forza dell’illusione ideologica e del cinismo politico.
Il più cinico oggi è George Galloway, che dopo aver adulato Saddam Hussein ora appare spesso a Mosca per le celebrazioni del “giorno della vittoria” di Vladimir Putin, magari dopo essere volato in Iran per ritirare un premio intitolato a un leader di Hamas, Ismail Haniyeh. Il leader del Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna ha assistito alla dimostrazione di forza militare di Putin, che ha definito “commovente, emozionante, stimolante, umiliante”. Galloway, un noto professore di Storia del dell’Università di Torino e il giornalista americano Tucker Carlson, che a Mosca è andato per intervistare Putin ed elogiare il sistema dei gettoni nei supermercati russi, sono tre dei molti utili idioti arruolati da Mosca.
Dopo aver adulato Saddam, George Galloway oggi è una presenza fissa nelle “parate della vittoria” di Putin a Mosca
La Cina di Xi Jinping non cerca creduloni occidentali, ma accademici blasonati. Così Gérard Mourou, uno dei più eminenti scienziati in Francia, professore all’École Polytechnique e Premio Nobel per la Fisica 2018 per il suo lavoro sui laser, è accolto con tutti gli onori a Pechino ed eletto all’Accademia cinese delle scienze. A Urumqi, capitale della regione uigura dello Xinjiang, Christian Mestre, rettore del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Strasburgo, ha partecipato a un “seminario internazionale sulla lotta al terrorismo, sulla deradicalizzazione e sulla tutela dei diritti umani”. “E’ degno dei viaggi di Aragon in Unione Sovietica”, ha affermato Marie Bizais-Lillig, una collega di Mestre. Il riferimento è ad Aragon, lo scrittore francese che visitò l’Unione Sovietica sotto Stalin e tornò convinto della bontà del sistema comunista, per poi dedicarsi alla sua propaganda in Europa.
I gruppi a favore della Corea del Nord. La Cina non vuole pagliacci, ma accademici blasonati. Cuba non attrae più dopo la morte dei Castro
La Cuba dei Castro è stata maestra di pellegrinaggi politici, ma oggi ne è un po’ orfana, complice la scomparsa dei fratelli e il grigiore del loro emulo, Miguel Díaz-Canel. Come ha scritto Jay Nordlinger sulla National Review, “fin da quando i Castro hanno preso il potere, nel 1959, la cultura americana è stata a favore della dittatura cubana. Giornalisticamente, accademicamente, cinematograficamente, il peso è stato tutto dalla parte della dittatura. Penso a Herbert Matthews, il giornalista del New York Times che è stato per Castro quello che il suo antenato Walter Duranty è stato per Stalin. In tempi più recenti, penso ad Anita Neve della Cnn e Lucia Newman dell’Ap. Quei nomi sono amaro in bocca per i democratici cubani”. Ma anche le tante star di Hollywood: “La sfilata di personalità di Hollywood che si sono sdraiate ai piedi di Fidel all’Avana è troppo lunga”, commenta Nordlinger. “Butto là alcuni nomi: Steven Spielberg, Jack Nicholson, Leonardo DiCaprio, Naomi Campbell, Kate Moss, tutte belle persone”.
Oggi Plaza de la Revolución è deserta di pellegrini. Atterrare all’aeroporto dell’Avana, deporre una corona di fiori alla statua di José Martí e unirsi a chi era sul palco durante una parata popolare erano tutti eventi comuni all’ordine del giorno di questi pellegrini stranieri. “Ora l’isola di Castro è diventata come una sala di un museo, con teche semivuote in cui pochi si riconoscono” scrive su Foreign Policy la blogger cubana Yoani Sánchez. “Visitare la sede del governo e scattare una foto con il presidente può ormai rappresentare una macchia piuttosto che un merito”.
Il Venezuela bolivariano continua ad attrarre pellegrini. Non soltanto gruppi di attivisti come Code Pink, che vanno spesso alla corte di Maduro, o relitti della Guerra fredda, come Hans Modrow, l’ultimo capo di governo comunista della Ddr. Lo scrittore britannico Tariq Ali ha detto che il Venezuela è “il paese più democratico dell’America Latina”, mentre il filosofo del pensiero debole Gianni Vattimo andava alle giornata della filosofia di Caracas (non disdegnando quella di Teheran). Il premio Nobel per la Letteratura José Saramago ha elogiato il chavismo. E poi da Adolfo Perez Esquivel a Harold Pinter, un altro Nobel per la Letteratura. Anche Black Lives Matter è andata a Caracas a trovare il dittatore venezuelano Maduro. “Attualmente in Venezuela, un tale sollievo trovarsi in un luogo in cui c’è un discorso politico intelligente”, ha scritto Opal Tometi, fondatrice di Black Lives Matter. Il premio Oscar Jamie Foxx si è presentato al palazzo presidenziale di Caracas per una foto con Maduro. Anche Sean Penn ha incontrato i leader venezuelani in numerose occasioni, descrivendo “cose incredibili per l’80 per cento delle persone che sono molto povere”. L’attivista afroamericano Jesse Jackson ha visitato Caracas elogiando quel regime per la sua “attenzione al commercio libero ed equo”.
Una delle migliori campagne pubblicitarie dell’Iran è stato il pellegrinaggio del famoso filosofo francese Roger Garaudy, sempre in cerca di una nuova chiesa e che dopo il cattolicesimo e il comunismo troverà nel Corano (passare da Stalin a Lutero al Papa a Maometto in una sola vita non è da tutti) e invitato alle parate militari per le strade di Teheran accanto alla Guida suprema Ali Khamenei. Dopo la guerra con Israele di giugno, Teheran ha chiamato a raccolta giornalisti e attivisti americani, europei e internazionali, che hanno espresso solidarietà alla Repubblica islamica. Americani, tra cui Calla Walsh e Jennifer Koonings, appaiono in video e foto condivisi sull’account ufficiale X del festival, in cui esprimono sostegno all’Iran: “L’impero americano è l’entità più criminale e malvagia del pianeta”.
La Repubblica islamica dell’Iran organizza a Teheran festival per i militanti occidentali, andati anche alle esequie del leader di Hezbollah
“E’ il più grande onore della mia vita visitare la Repubblica islamica in questo momento”, ha detto l’attivista di Boston Calla Walsh all’expo aerospaziale dei pasdaran. Quando il 23 febbraio di un anno fa si tenne a Beirut, in Libano, un funerale di massa per Hassan Nasrallah, il defunto leader di Hezbollah, alle esequie parteciparono decine di attivisti occidentali, tra cui cittadini americani, brasiliani, britannici, canadesi, francesi, tedeschi, irlandesi e portoghesi, come l’attivista Christopher Helali e il blogger Mark Thomas, la militante per la giustizia sociale Susan Taylor e l’ex parlamentare canadese Randall Carry, la scrittrice e attivista francese Angela Martinez e la tedesca Lena Kraus, fino all’attore irlandese Tadhg Hickey. Poi c’è “la sinistra passata dai Vietcong a Hamas”, per dirla col filosofo americano Michael Walzer. Parlamentari inglesi sono andati a incontrare il leader di Hamas, Khaled Meshaal, e sono andati a Gaza a stringere la mano a Ismail Haniyeh, il defunto capo di Hamas nella Striscia, invitato a parlare a Rotterdam. L’europarlamentare spagnolo Manu Pineda è andato a Gaza sotto Hamas, dove lo chiamano “Abu Carlos”. E anche il leader dello Sinn Fein irlandese, Gerry Adams, ha fatto visita a Haniyeh.
I Talebani si stanno specializzando nel reclutamento di influencer occidentali che visitano l’Afghanistan
Da Kabul è arrivato intanto un video che sembra una decapitazione. Inizia con un’immagine terrificante: tre uomini, apparentemente ostaggi, si inginocchiano davanti a un gruppo di cinque combattenti talebani armati di kalashnikov. Poi si toglie il cappuccio, sorride, alza il pollice e dichiara: “Benvenuti in Afghanistan!”. C’è un gruppo in rapida crescita di influencer che pubblicano contenuti favorevoli ai Talebani. Alcune di queste influencer sono donne occidentali. Chloe Jade, che ha mezzo milione di follower su TikTok, è una di queste donne occidentali che fanno spot per i Talebani. “Zoe Discovers” racconta al suo pubblico di TikTok che viaggiare attraverso il paese e incontrare donne del posto le ha regalato “le esperienze migliori”. Quando le è stato chiesto se il viaggio potesse essere pericoloso, la sua risposta è stata: “Fidatevi, andrà tutto bene”.