l'ayatollah maduro

Perché senza Maduro il regime di Teheran si sente più vulnerabile

Micol Flammini

Per la Repubblica islamica dell'Iran, il dittatore venezuelano era molto più di un alleato, senza è più debole e più povero. I traffici che collegano Teheran, Caracas e Mosca 

Nell’estate del 2022 – e all’anno va prestata molta attenzione – il dittatore del Venezuela Nicolás Maduro atterrò per l’ultima volta nella Repubblica islamica dell’Iran. L’obiettivo era sancire accordi storici con il suo alleato di sempre  e se ne andò con in tasca un accordo di cooperazione che includeva la ripresa di voli settimanali fra Caracas e Teheran, sospesi dal 2015. A compiere i voli che coprono i dodicimila chilometri di distanza dal Venezuela all’Iran è soprattutto la compagnia di bandiera venezuelana Conviasa, accusata di aiutare i due  regimi  a portare in giro per il mondo le  armi di Teheran. Qualche mese dopo, anche i voli fra la Russia e il Venezuela ripresero e in ottobre il  primo volo charter russo atterrò sull’Isla Margarita, la più grande isola dello stato venezuelano di Nueva Esparta, nota non soltanto per le antiche fortificazioni spagnole a picco sulle acque limpide, ma anche per essere stata adibita a centro logistico per riciclaggio di denaro e l’addestramento del gruppo libanese Hezbollah, la creatura su cui il regime iraniano ha investito più risorse nel creare il  sedicente asse della resistenza. Tutto torna e si intreccia. Tutto approda in Venezuela, dove, il sospetto  è che le rotte aeree altro non siano che una copertura per attività militari fra Caracas, Mosca e Teheran. La Repubblica islamica ha installato fabbriche di droni in Venezuela su invito del predecessore di Maduro, Hugo Chávez, che aveva stretto un’amicizia profonda con l’ex presidente iraniano,  Mahmoud Ahmadinejad, e si era vantato della grande produzione di armi iraniane sul territorio venezuelano. 


Nel 2022 il traffico di armi fra Teheran, Caracas e Mosca ha assunto  un significato nuovo, perché Vladimir Putin lanciò la sua aggressione contro l’Ucraina e il primo alleato che gli fornì assistenza militare fu proprio l’Iran, inviandogli droni che ora la Russia produce e implementa da sola, ma nel primo anno dell’invasione aveva bisogno che i velivoli fossero inviati da Teheran, anche tramite la rotta venezuelana, comoda per nasconderne la provenienza. 


 Il Venezuela è parte integrante del regime iraniano, che ha usato Caracas per coordinare  e finanziare gruppi terroristici come Hezbollah, attivi anche nel traffico di droga. Ha installato fabbriche di armi, disegnate in Iran, fatte in Venezuela e poi mandate in Russia per bombardare gli ucraini.   Ha creato circuiti  per aggirare le sanzioni attraverso sistemi bancari ombra, gli stessi che funzionavano anche in altri paesi, come la Siria. In questi anni Caracas è stato un alleato fedele. Lo è stata  anche la Siria. Lo è stato anche Hezbollah in Libano. Ma dopo che in Siria è stato cacciato il dittatore Bashar el Assad, che in Libano Hezbollah è in grande difficoltà dopo la guerra contro Israele, il Venezuela era rimasto l’alleato chiave, prezioso e necessario, molto più che un partner economico, un avamposto strategico capace di proiettare Teheran più vicino ai confini degli Stati Uniti o comunque nel loro emisfero. La cattura di Maduro è stata un colpo anche contro il regime della Repubblica islamica, ancora più forte in questi giorni di proteste che si espandono per tutto l’Iran, iniziate per ragioni economiche alle quali gli ayatollah e il loro sistema alla malora e corrotto non possono dare soluzioni. 


L’attacco americano in Venezuela non preoccupa tanto il regime per la possibilità che gli Stati Uniti possano presto fare qualcosa di simile anche a Teheran, sa bene che gli americani non vogliono un impegno militare prolungato e non vogliono rischiare ristorsioni. Sa bene anche che togliendo la Guida suprema Ali Khamenei non ci sarebbe una Delcy Rodríguez con cui far finta di dialogare: gli americani non hanno un vice su cui puntare nel regime iraniano. La cattura di Maduro ha reso la dittatura di  Teheran più debole, più piccola, soprattutto più povera. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)