Ansa

L'Iran guarda al futuro

A Teheran la disperazione è più forte della paura. Una protesta che vuole farsi rivoluzione

Tatiana Boutourline

“Non ho paura perché mi avete ucciso 47 anni fa”, dice una donna in un video, con i capelli bianchi, un braccio alzato e un rivolo di sangue che le impasta le labbra. Ciò che stiamo vedendo è lo straordinario diario di una società che si guarda allo specchio e grida "morte al dittatore"

Roma. Centinaia di puntini colorati pulsano sulle mappe digitali che geolocalizzano i luoghi della rivolta. Da nord a sud, nei piccoli centri rurali e nella città santa di Mashad, nella capitale Teheran e sotto alle palme dell’isola di Kish, la rabbia degli iraniani ribolle, dilaga nelle strade e sfida il regime. E’ una manifestazione, una protesta, un’insurrezione. Le etichette si aggiornano, non è ancora una rivoluzione, si dice, ma è già un “momento rivoluzionario”. Così, di ora in ora, le mappe si aggiustano e gli analisti soppesano la geografia dei puntini che raddoppiano e si allargano verso est e verso ovest. Lo fanno per tenere la contabilità della minaccia al sistema khomeinista e perché non esiste un modo migliore per cercare di prevedere la forza di quest’onda che s’ingrossa. A ogni puntino corrispondono migliaia di video (alcuni veri e altri verosimili, verificarli tutti in tempo reale è pressoché impossibile), si tratta di immagini potenti: una ragazza con le unghie laccate di nero che si accende una sigaretta con una foto dell’ayatollah Khamenei avvolta dalle fiamme.

 

 

E ancora: la bandiera prerivoluzionaria con il sole e il leone issata in una piazza gremita, la statua di Qassem Soleimani immortalata mentre viene rovesciata, una folla nella città natale di Ruhollah Khomeini che grida “morte al dittatore”, “lunga vita allo scià”, “Pahlavi ritornerà”. E’ lo straordinario diario di una società che si guarda allo specchio e grida, perché la sua disperazione è più forte della sua paura. “Non ho paura, perché mi avete ucciso 47 anni fa”, dice in un altro video che registra la marcia di una donna con i capelli bianchi che avanza nella folla, un braccio alzato a scandire il ritmo delle parole e un rivolo di sangue che le impasta le labbra. Di sangue si parla molto in queste ore, le ore successive alla più massiccia prova di forza e di compattezza dei manifestanti. Erano 45 i morti confermati prima del blackout con cui il regime ha sigillato l’Iran giovedì notte (il router è l’ultimo baluardo del regime, ha scritto un analista iraniano su X) ma il senso del buio è proprio il sangue e anche questa contabilità è destinata a salire. Ieri filtravano audio in cui si sentiva il fischio dei proiettili e il fiato corto di cercava la salvezza e le immagini (non verificate) che sono approdate sui social media grazie ai satelliti Starlink mostrano scene raccapriccianti di corpi stesi sull’asfalto. “Puntano agli occhi”, ha detto al Guardian, la venticinquenne Maryam: “Non so per quanto a lungo internet continuerà a funzionare, ma siamo in migliaia per strada e temo che ci sveglieremo con centinaia di vittime”.

 

 

Le testimonianze documentano l’uso massiccio dei famigerati pallini di piombo, ma si inizia a registrare anche la presenza di proiettili tradizionali e dagli ospedali di Teheran arrivano voci drammatiche di morti (queste voci parlano di numeri già superiori di quelli registrati durante la Guerra dei dodici giorni) e registrano la presenza di ferite da arma da fuoco. Gli ospedali stessi sono un bersaglio, lanciano l’allarme i medici che tentano di difendere i pazienti dall’assalto dei servizi di sicurezza e subiscono pure le minacce della polizia che pretende che neghino qualsiasi cura ai ribelli. Le prossime 48 ore saranno decisive per misurare la febbre della rivolta, per capire se il “momento rivoluzionario” potrà trasformarsi in qualcosa di ancora più grande e ci sono svariati motivi per rimanere lucidi. Perché dall’altra parte della bilancia, contro il piatto su cui si pesa il coraggio dei manifestanti, grava il calcolo strategico dei pasdaran che sono i kingmaker di Ali Khamenei, ma che sono anche un enigma. Molti pezzi grossi della generazione Soleimani sono stati uccisi durante la Guerra dei dodici giorni e non è chiaro quanto sia coesa questa nuova compagine, mossa dalla sete di potere e di profitto più ancora che dall’ideologia. Resistere a ogni costo, resistere senza concedere un millimetro è il mantra di Khamenei. Ma gli altri? Si sussurra di possibili colpi di stato e di “soluzioni bonapartiste”, ma potrebbe essere troppo tardi.

 

 

Jack Goldstone, professore alla George Mason University e uno dei massimi studiosi di rivoluzioni, ha detto a Radio Free Europe che come in Egitto nel 2010 è difficile stabilire se le forze di sicurezza seguiteranno a sostenere il regime, spesso questo genere di svolte – ha spiegato – sono difficili da prevedere finché non sono in atto. Ma “la speranza è enorme” ha sottolineato rimarcando l’eccezionalità di una rivolta unica per estensione geografica e varietà di partecipazione (non solo le donne, non solo gli studenti, non solo gli operai, gli ambientalisti, i conducenti d’autobus, i bazaari, ma queste categorie tutte insieme). Il “momento rivoluzionario” potrebbe scemare oppure trionfare, lo diranno le prossime settimane, ma l’unica cosa certa è che il regime ha la febbre e non gli basterà rompere il termometro per resistere.

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