LaPresse
Sussulto di consapevolezza
Stretti fra Trump e Putin, noi europei possiamo aggrapparci solo alla speranza
Non tutte le violazioni del diritto internazionale sono uguali. Non si può mettere sullo stesso piano ciò che ha fatto il presidente americano in Venezuela e ciò che quello russo sta facendo in Ucraina. Ai paesi europei non resta altro che collaborare per davvero
Povera Europa, costretta ad assistere impotente e quasi silenziosa allo scempio del diritto internazionale che le si sta consumando intorno. Purtroppo ci sono momenti in cui per far valere le buone ragioni c’è bisogno anche della forza, la forza militare, ma l’Europa questa forza non ce l’ha; con un misto di supponenza e opportunismo l’ha delegata ad altri. Salvo risvegliarsi, quattro anni fa, con Putin che invade l’Ucraina e con Trump che da quando si è insediato alla Casa Bianca non fa che ripetere di non avere alcuna intenzione di accollarsene la difesa, che deve eventualmente occuparsene l’Europa e che lui ha altro a cui pensare. Gli eventi di questi giorni ci dicono che evidentemente egli pensa non soltanto a Taiwan, ma al Venezuela, alla Groenlandia, forse alla Colombia, a Cuba, al Messico. Povero il mondo dunque, che si ritrova in una situazione in cui anche gli Stati Uniti d’America che, almeno fino a ieri, quando praticavano la loro politica di potenza sentivano comunque l’obbligo di coprirsi in qualche modo dietro al diritto internazionale, oggi invece tendono ad operare brutalmente in nome della sola forza. “Ci serve il Venezuela” e sono andati a catturare Maduro; “Ci serve la Groenlandia” e presumibilmente si prenderanno anche quella, senza curarsi troppo nemmeno del fatto che fa parte della Danimarca, alleato Nato.
Che cosa possiamo contrapporre a questo stato di cose? Di certo, per quanto impotenti, molte buone ragioni e, forse, per quanto flebile, anche una speranza. Non è mai del tutto vano richiamare il diritto dei popoli all’autodeterminazione, a non essere invasi da un esercito straniero per pura brama di conquista, a non essere sterminati per rappresaglia, a non essere deprivati delle materie prime di cui è ricca la propria terra. So bene che questi richiami hanno scarsissimo rilievo nelle opinioni pubbliche di potenze autocratiche o addirittura totalitarie come la Russia e la Cina, ma non credo si possa dire la stessa cosa per l’opinione pubblica americana. Per questo mi ostino a sperare che la rivoluzione politica che Trump sta imponendo all’America e al mondo possa anche fermarsi e prendere un’altra direzione.
Le ragioni del diritto internazionale sono importanti; sono l’unico argine che gli stati più deboli hanno di fronte alla prepotenza degli stati più forti. Guai se non ci fossero; ce ne rendiamo conto tutte le volte che di quel diritto si fa carta straccia o lo si usa in modo del tutto strumentale, ponendo ad esempio l’attenzione su alcune sue violazioni e occultandone altre, oppure mettendo tutte le violazioni sullo stesso piano. Su questo punto tutti dovremmo riflettere, specialmente in considerazione del cattivo esempio che ci è stato dato negli anni dalle Nazioni Unite. Putin che invade l’Ucraina, Netanyahu che rade al suolo Gaza e Trump che manda le sue forze speciali a catturare Maduro e sua moglie sono violazioni del diritto internazionale, ma non possono essere messe sullo stesso piano. Tutte alimentano quel senso di sgomento e desolazione che sembra essersi impadronito di molti europei, la sensazione che ci stiamo avviando impotenti verso una sorta di precipizio. Ma non sono tutte uguali, né possiamo utilizzare l’una per mitigare o per aggravare l’altra.
Mi rendo conto che quanto sto per dire potrebbe essere indigesto a molti, ma non riesco a mettere sullo stesso piano ciò che Trump ha fatto in Venezuela o detto sulla Groenlandia e ciò che Putin sta facendo in Ucraina, né penso che le gesta di Trump possano in qualche modo legittimare l’eventuale invasione di Taiwan da parte della Cina. Quanto a Netanyahu che rade al suolo Gaza, è qualcosa di tremendo, se si vuole, vomitevole, ma non può farci dimenticare Hamas, l’attacco terroristico del 7 ottobre, la volontà, anch’essa vomitevole, e più vomitevole ancora quando esaltata in certi paesi europei, di voler eliminare Israele dalle carte geografiche. E’ duro a dirsi, ma non si può essere nemmeno equidistanti. Nonostante Netanyahu, bisogna stare con Israele e lavorare per una soluzione giusta della causa palestinese. Quanto a Trump, la spudoratezza con la quale proclama che il petrolio venezuelano è sotto il controllo americano è a dir poco sconcertante, ma Maduro era pur sempre un dittatore sanguinario, l’esercito americano non ha invaso il Venezuela (per ora) e non credo che l’opinione pubblica americana sia disposta a tollerare qualsiasi sopruso. Sono invece terrorizzato da Putin che non vuol sentire parlare di pace in Ucraina, perché forse si aspetta che Stati Uniti ed Europa finiranno per abbandonarla al suo destino. Sarebbe una vera catastrofe culturale e politica. Ma anche in questo caso mi aggrappo alla speranza che non accada. Trump è tragicamente volubile. I mercati di quelli che vengono pur sempre definiti gli “alleati” europei come pure gli interessi americani per le terre rare presenti sul territorio ucraino potrebbero essere un buon incentivo a non mollare.
Quanto all’Europa, il rischio di una conclamata, totale irrilevanza geopolitica, che finirebbe per intaccare anche il suo benessere economico, potrebbe anche indurre un sussulto di consapevolezza nei suoi paesi che li spinga a collaborare per davvero, anziché continuare a coltivare ciascuno il proprio “particulare”. Anche questa una flebile speranza, ma a che altro ci possiamo aggrappare?