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L'editoriale del direttore

Sognare il regime change a Teheran è lo sceneggiato dell'anno, meglio di una serie Apple

Claudio Cerasa

L’Iran potrebbe non essere il Venezuela di Maduro, ma la Repubblica islamica non è mai stata così vulnerabile. I suoi alleati più vicini sono stati demoliti, mentre quelli più potenti sono indaffarati in altre guerre per loro esistenziali. L’occidente deve scegliere presto la strada da seguire

C’è uno sceneggiato da sballo che dopo mesi di attesa tornerà a far discutere e che ci darà la possibilità di entrare con la fantasia, con i dialoghi e con gli effetti speciali in un mondo inaccessibile come quello iraniano. Lo sceneggiato si chiama “Teheran”, è arrivato alla terza stagione, è distribuito da Apple Tv ed è la storia di un’agente del Mossad, Tamar Rabinyan, che vive sotto falsa identità in Iran e che è alla ricerca di una strada per sabotare il programma nucleare iraniano. Contemporaneamente, lontano dalle piattaforme streaming, c’è un altro sceneggiato da sballo che pur essendo decisamente più reale della serie tv continuerà a catturare poco l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, soprattutto quella europea, soprattutto quella italiana. Lo sceneggiato da sballo, che ci rifiutiamo quotidianamente di vedere, è quello che sta andando in onda da giorni in Iran ed è uno sceneggiato dove si sommano due fattori dirompenti. Il primo è interno all’Iran e coincide con le proteste che si sono diffuse nelle ultime settimane contro il regime. Proteste represse con arresti di massa, violenza diffusa, arresti senza soluzione di continuità, oscuramenti di internet, scioperi e molto sangue sulle strade, morti compresi. Il secondo fattore, esterno all’Iran, riguarda un effetto emulazione che l’internazionale dell’umanitarismo globale cerca di stigmatizzare con forza. In sintesi: la possibilità che il regime change che ha colpito il Venezuela di Maduro possa essere un’esperienza vissuta anche dalla leadership islamista di Teheran.

Osservare lo sceneggiato di Teheran, quello vero, non quello cinematografico, è sempre un esercizio complicato per tutti coloro che cercano diversivi utili per non aprire gli occhi di fronte agli orrori commessi in nome dell’islamismo radicale. Perché parlare di Teheran con sincerità significherebbe dover riconoscere quante volte il cosiddetto Diritto internazionale è stato utilizzato come uno scudo per nascondere le violenze degli ayatollah, significherebbe dover riconoscere da quanto tempo la comunità internazionale si rifiuta di considerare l’Iran per quello che è, ovvero uno stato sponsor del terrorismo globale, e significherebbe dover riconoscere che chi ha provato in questi anni a indebolire l’Iran, come Israele, dovrebbe essere considerato non come un nemico dell’occidente ma come un alleato prezioso per chiunque ami la parola libertà. Il leader dell’opposizione di Israele, Yair Lapid, non un pericoloso estremista, subito dopo l’arresto di Maduro ha scritto su X che “il regime iraniano dovrebbe prestare molta attenzione a ciò che sta accadendo in Venezuela”. L’evocazione di un regime change a Teheran, titolo che meriterebbe di risuonare nelle orecchie pigre del sonnambulo occidentale con la stessa dolcezza con cui da anni riecheggia il più famoso “Leggere Lolita a Teheran”, è un sogno astratto, ancora vago, ma è una prospettiva non più impossibile se si sceglie di mettere in fila alcuni elementi. L’Iran potrebbe non essere il Venezuela, ma la Repubblica islamica non è mai stata così vulnerabile. I suoi alleati più vicini sono stati demoliti, ovvero Hamas, Hezbollah, Assad, gli houthi. I suoi alleati più potenti, come la Russia, sono indaffarati in altre guerre per loro esistenziali. I suoi vertici sono stati duramente colpiti da Stati Uniti e Israele. E l’occidente libero, di fronte a quel sogno, ha due strade da seguire: prepararsi a utilizzare il Diritto internazionale come uno scudo per garantire lunga vita agli stati canaglia o auspicare che il Diritto internazionale non diventi ancora a lungo un ostacolo per far proliferare gli stati coccolati dai professionisti dell’umanitarismo che con l’aiuto dell’occidente sonnambulo sponsorizzano in nome dei diritti umani il terrorismo nel mondo. E se quel tic tac che si inizia a diffondere nell’aria fosse il rumore del conto alla rovescia di Teheran lo sceneggiato che si presenta di fronte agli occhi dell’occidente libero nel 2026 potrebbe essere persino più avvincente di quello offerto oggi da Apple Tv. 

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.