LaPresse
L'editoriale dell'elefantino
La folle idea di “passare alla storia”
Il rischio non è soltanto il neocolonialismo. Sono quei tre, Trump, Putin e Xi, diversamente uguali nel loro progetto paranoico e narcisista: specchiarsi nell’ideogramma mostruoso della Storia
Macron si è stufato, e non ha certo tutti i torti quando sbotta contro il nemico americano e soci, ma il problema posto da Trump, Putin e Xi non è solo la spinta neocoloniale o neoimperiale, l’egemonismo a tutti i costi, e sono costi alti. Certe cose le intuiscono solo coloro che sono vaccinati dal comunismo totalitario, ideologia o falsa coscienza che ha fatto della storia l’ideogramma mostruoso in cui si specchia la grande politica mondiale, lo scopo e la giustificazione del tutto. Macron è un liberale, al massimo un socialdemocratico, un centrista, una persona perbene che ha avuto la fortuna e la sfortuna di vincere le elezioni due volte nel paese più riottoso del mondo al liberalismo (con la Russia). L’insonnia mi ha suggerito l’altra notte, in combutta con il mio passato, il vero motivo per cui l’anticomunista Trump vuole tutto quello che gli serve e lo vuole subito, i comunisti Putin e Xi altrettanto, sebbene in forme più classiche o millenaristiche. Vogliono “passare alla storia”. Questo mi sembra il problema. Sono tre uomini diversissimi, in competizione e in collusione al tempo stesso, e convergono verso un identico obiettivo che sa di business, di conquista immateriale e territoriale, terra e denaro al posto di terra e sangue, e se possibile un misto delle due coppie mitizzanti del Novecento.
La cattura di Maduro, sacrosanta, e dell’olio venezuelano, sottratto al contrabbando tra autocrazie in nome della superiorità democratica, populista, Maga, e dell’America (first!) e del suo re incontrastato (first!) vale l’acquisto, con le buone o con le cattive, della Groenlandia, quello sì un residuo coloniale abbastanza insensato del Regno di Danimarca ora sotto le grinfie dell’aquila Usa. Ma è già militarmente sua, secondo un trattato del 1951, si dice. Eppure con l’acquisto e l’incorporazione di un nuovo stato, l’isola più grande del mondo (first!), sebbene ghiacciata e abitata da una popolazione equivalente a una infinitesima microfrazioncella di un borough di New York (una trentina di coop a Manhattan), farebbe di Trump un nuovo Teddy Roosevelt, un caso museale di presidente naturalista a suo modo, di presidente esploratore e conquistatore, e già si sprecano i paragoni futuri con Thomas Jefferson, che con quel deal ai danni del colonialismo francese, la compera della Louisiana, fece grandi, grandissimi, gli Stati Uniti d’America.
Terre rare, d’accordo, anche se gli esperti non sono sicurissimi del deposito minerario del permafrost groenlandese. Rotte artiche d’accordo, sebbene il senso comune dica che sono già sotto controllo Usa, viste le diciassette basi militari americane una volta insediate in loco e ora perfettamente ricostruibili senza acquisizioni territoriali, per il solo effetto del Trattato con la Danimarca nell’epoca fondativa della Nato. Ma volete mettere riuscire in quello che non era riuscito a Harry Truman, vincitore finale della guerra mondiale, sganciatore di atomiche su Hiroshima e Nagasaki, costruttore della Guerra fredda e della successiva epoca di pace armata fondata sulla deterrenza reciproca? Forse glielo ha suggerito Ronald Lauder, il Grande cosmetico, ma di più ha certamente potuto il progetto tra paranoico e narcisista di “passare alla storia” senza ulteriore indugio. Golden Age. Aere perennis. Monumenti di bronzo e di ghiaccio.
Passare alla storia è anche il sogno di Putin, dopo l’incubo dei topi di Leningrado, dopo l’angoscia della “più grande catastrofe geopolitica del XX secolo” (sue parole), quando il suo nido di spie del Kgb fu cacciato dalla Germania e dal resto della Mitteleuropa da una rivoluzione gigantesca, per di più pacifica, di velluto, promossa da due colossi come Reagan e il santo Giovanni Paolo II (anche allora la bella Europa occidentale dormiva o acquiesceva, la conquista fu americo-vaticana, extraeuropea). Quattro anni di guerra d’aggressione dispiegata per il Donbas, centinaia di migliaia di morti ammazzati, molti anni di iniziativa annessionistica o stragista dalla Cecenia alla Georgia alla Crimea trionfante, la messa in pagina e poi l’applicazione realista, sicuramente “storica”, di un progetto di roll back dell’occidente o del mondo libero, che allora esistevano, in nome di una dichiarata ambizione o velleità neozarista, eurasiatica. Rischio massimo, anche personale. Risorse di un immenso flusso politico-commerciale convertite in contrabbando, in flotte ombra. Una sfida drammatica, spettacolare, anche sul piano dell’esercizio della forza, in vista di più alti obiettivi (i baltici, la Polonia, la cyberguerra), la volontà di piegare la Nato, la più potente alleanza difensiva della terra. Ma volete mettere questi rischi con la prospettiva, paranoica e narcisista, di “passare alla storia” con una battaglia di terre e ricivilizzazione addirittura cristiana che minaccia l’integrità democratica e mercantile dell’Unione europea?
Xi è un altro capitolo. Per i cinesi la storia è più lunga di tutte le storie, e la filosofia politica del comunismo cinese, da Mao a Deng, ha l’egemonismo imperiale nelle sue corde commerciali, industriali, tecnologiche e finanziarie, il suo grande sogno neomandarino e neocapitalistico, ma sono corde lunghe, ultramillenarie. Eppure anche lì il grande specchio e spettro è quello territoriale della riconquista di Taiwan, una conradiana isola ribelle, un riacciuffo tutto sommato, pur con i parametri della pazienza cinese, da ritenere strategicamente una prospettiva meno lontana di un tempo. E intanto colonialismo economico in Africa, tentato colonialismo economico in America latina, furto tecnologico globale, e imperialismo commerciale a dumping per l’egemonia sui mercati, vie della seta eccetera. Mica poco. Molto rischioso. Ma tutto necessario per “passare alla storia”.
I tre insieme fanno duecentoventi anni di vita umana. Il narcisismo è rodato e consegnato a una specie di immortalità politica che gli autocrati veri, Putin e Xi, considerano il contraltare dell’immortalità tecnologica del corpo umano, discutendone tra loro a Pechino, almeno del corpo del re, e il populista crazy e buffo, l’emulo cattivo del magnifico Berlusca, avrà i suoi medici e i suoi follower e i suoi Musk a rassicurarlo sul futuro. L’importante, credetemi, è solo “passare alla storia”. Quel sot projet que de passer à l’histoire, avrebbe commentato Pascal nel mio francese maccheronico.