Il regime iraniano si sta consumando. Analisi di una protesta
Zineb Riboua, ricercatrice e responsabile per il medio oriente del Center for Peace and Security e dell’Hudson Institute, spiega sul National Interest perché a differenza delle precedenti ondate di manifestazioni, la Guida suprema Ali Khamenei si trova ora di fronte a scelte senza una via d’uscita stabile. Così i pilastri di Teheran stanno venendo meno
Dodici giorni dopo l’inizio delle proteste nei mercati iraniani per l’inflazione e la svalutazione del rial, ieri il regime di Teheran ha disconnesso ampie zone del paese dalla rete internet. Dal 28 dicembre, le manifestazioni degli iraniani sono proseguite in tutto il paese, arrivando a 418 proteste soltanto nell’ultima settimana, e secondo il tracker della Foundation for defense of democracies, oltre il 20 per cento delle manifestazioni nell’ultimo mese si è concentrato a Teheran, ma la protesta è diffusa, coinvolge anche le province di Ilam, Fars, Kermanshah, Isfahan, Khorasan Razavi, Khuzestan, Kurdistan. Nei primi giorni il regime ha ostentato un falso dialogo, poi la repressione si è velocemente fatta più intensa, le autorità hanno attribuito i disordini ai “rivoltosi” e il capo della magistratura ha giurato che non ci sarebbe stata “clemenza” nel consegnarli alla giustizia. I disordini, secondo Zineb Riboua, ricercatrice e responsabile per il medio oriente del Center for Peace and Security e dell’Hudson Institute, hanno già causato almeno venti morti e quasi mille arresti, ma mentre “le proteste affondano le radici nelle pressioni economiche, le rivendicazioni della popolazione vanno ben oltre. A differenza delle precedenti ondate di protesta, questi disordini si sviluppano mentre i pilastri fondamentali dell’Iran – la sua sostenibilità economica, la capacità coercitiva e la deterrenza esterna – vengono meno, creando una crisi sistemica che il regime non ha mai affrontato e a cui potrebbe non sopravvivere”.
Tra i primi fallimenti del regime, Riboua cita la crisi idrica, che da crisi ambientale si è evoluta in frattura politica: “Un paese di oltre novanta milioni di persone sta affrontando la peggiore siccità degli ultimi cinquant’anni, con falde acquifere in rovina, fiumi prosciugati e razionamento dell’acqua che si estende a città e province. Invece di affrontare decenni di costruzione di dighe sconsiderate e di politiche agricole insostenibili, il regime ha scaricato le colpe all’esterno. Funzionari iraniani e media filogovernativi hanno accusato paesi vicini come Turchia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita di deviare le nubi cariche di pioggia e, più recentemente, hanno affermato che Stati Uniti e Israele stanno manipolando il meteo”. La crisi idrica iraniana contribuisce direttamente a prolungate interruzioni di corrente che intensificano ulteriormente i disordini e trasformano i guasti infrastrutturali in immediata rabbia politica, scrive la ricercatrice sul National Interest. Queste carenze di risorse sono sintomi di un vincolo più profondo, che opera “a livello finanziario e di capacità statale”: la prima e la seconda Amministrazione Trump hanno imposto sanzioni di portata e intensità senza precedenti al regime iraniano, e la designazione della Banca centrale dell’Iran per motivi di finanziamento del terrorismo ha isolato il paese dal sistema finanziario globale. Le sanzioni statunitensi hanno inoltre gravemente limitato la base di esportazione petrolifera dell’Iran, riducendo drasticamente il suo bacino di acquirenti. La Cina rappresenta ora circa il 90 per cento delle esportazioni di greggio dell’Iran, scrive Riboua, “ponendo Teheran in una posizione di dipendenza quasi totale”.
Questa asimmetria consente a Pechino di dettare le condizioni, ottenere forti sconti, ritardare i pagamenti e sostituire frequentemente il contante. Allo stesso tempo, “la carenza di valuta estera ha costretto il regime a imporre controlli estremi sul rial”. L’Iran attualmente mantiene un tasso di cambio ufficiale di circa 42 mila rial per dollaro, ma le ultime proteste sono scoppiate quando il tasso di mercato si è avvicinato a 1,45 milioni di rial per dollaro. “Questo enorme divario distorce la vita economica quotidiana in tre modi”, spiega la ricercatrice. In primo luogo, “l’inflazione ha raggiunto livelli di crisi, con i dati ufficiali che mostrano un tasso del 42,2 per cento a dicembre 2025, in aumento dell’1,8 per cento rispetto a novembre, mentre i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 72 per cento e quelli dei beni sanitari e medicinali del 50 per cento su base annua. Combinate con una crisi idrica mal gestita, queste pressioni hanno fatto aumentare drasticamente il costo dei beni di prima necessità”. In secondo luogo, l’erosione delle pensioni e dei risparmi costringe le famiglie ad abbandonare la pianificazione a lungo termine e a passare alla modalità “sopravvivenza”, accelerando la fuga dal rial verso i beni durevoli. Il terzo motivo è che la perdita di fiducia nella valuta mina direttamente la capacità di governo della Repubblica Islamica. “Quando il rial non funziona più come riserva di valore, la tassazione, la gestione del bilancio e il controllo dei prezzi perdono credibilità”.
Ecco perché anche le misure fiscali di routine ora scatenano reazioni negative, spiega Zineb Riboua, e le priorità esterne del regime aggravano queste distorsioni interne: “Nonostante il collasso interno, Teheran continua a destinare ingenti risorse a clienti regionali e proxy, spesso a scapito degli investimenti interni. L’opinione pubblica è ampiamente consapevole di questo compromesso e lo ha reso politicamente rilevante. Gli slogan di protesta che rifiutano i coinvolgimenti stranieri riflettono una crescente consapevolezza del fatto che le risorse nazionali vengono destinate all’influenza regionale, mentre gli standard di vita all’interno dell’Iran peggiorano costantemente”. Ma a Teheran quando le politiche falliscono, la risposta non è l’aggiustamento, ma la negazione e la repressione. E’ per questo, secondo la ricercatrice dell’Hudson Institute, che a differenza delle precedenti ondate di protesta la Guida Suprema Ali Khamenei si trova ora di fronte a scelte senza una via d’uscita stabile. “La repressione è costosa e meno efficace; sanzioni e inflazione limitano drasticamente le risorse; le difficoltà esterne hanno ridotto il margine di manovra del regime all’estero. Mantenere il controllo in queste condizioni richiede di esaurire ciò che resta della capacità economica e coercitiva dello stato. Il regime potrebbe sopravvivere a questa fase, ma solo accelerando un collasso a lungo termine, in cui l’autorità viene preservata a scapito della sostenibilità, e la sopravvivenza stessa diventa un processo di declino controllato piuttosto che di ripresa. E’, in effetti, l’inizio della fine”.