guerra e negoziati
Vicino a un accordo con Israele, al Sharaa è pronto alla resa dei conti con i curdi
Ad Aleppo le Sdf tentano di sabotare l’intesa storica tra la Siria e lo stato ebraico mediato dagli americani. Scontri e morti
Martedì, mentre una delegazione siriana e una israeliana erano sedute allo stesso tavolo a Parigi per discutere una pace che avrebbe una portata storica, ad Aleppo si è tornati a combattere. Il presidente siriano Ahmed al Sharaa si ritrova in queste ore in una situazione che ha del paradossale: un accordo con lo stato ebraico alla portata e al tempo stesso il rischio concreto che le relazioni con i curdi finiscano per spaccare la Siria. L’accordo siglato il 10 marzo dello scorso anno fra al Sharaa e Mazloum Abdi, comandante delle Forze democratiche siriane (Sdf) a guida curda, che prevede tra le altre cose l’integrazione dei curdi nelle nuove Forze armate del paese, resta ancora lettera morta. Il termine era stato fissato alla fine del 2025, ma restano alcune sacche di resistenza all’interno delle Sdf. Così nei quartieri settentrionali di Aleppo controllati dai curdi si è ripreso a sparare in quella che somiglia a una resa dei conti. Come spesso accade in Siria in queste zone contese – nel sud druso come nelle aree a maggioranza alauita, sulla costa – non è chiaro chi abbia dato il via agli scontri. Secondo alcune ricostruzioni parziali, tutto sarebbe iniziato lunedì, quando un drone delle Sdf ha ferito tre soldati e due civili a Dayr Hafir, 50 chilometri a est di Aleppo, controllata dai curdi.
Le forze del governo centrale di Damasco hanno risposto con colpi di artiglieria finché, il giorno dopo, le Sdf hanno lanciato altri attacchi con droni nei quartieri controllati dai curdi ad Aleppo, cioè Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, ma anche altrove, come a Bani Zeid, al Khalidiyeh, Sheikh al Jaber e Layramoun. Mercoledì pomeriggio, le forze governative hanno deciso di intervenire in modo massiccio. Dopo avere tenuto aperti due corridoi umanitari per fare evacuare i civili da Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, le forze di Damasco hanno attaccato le postazioni curde per riprendere il controllo di questi quartieri, storicamente controllati dalle Sdf sin dai tempi di Bashar el Assad.
Si tratta di sacche di resistenza che non coinvolgono i curdi nella loro interezza. A partire dallo scorso anno, buona parte delle Sdf si è ritirata da Aleppo, molti checkpoint sono gestiti congiuntamente dalle forze di Damasco e da quelle curde. Soprattutto, in base all’accordo del 1° aprile 2025, il governo centrale riconosce per la prima volta l’esistenza di una entità curda nel paese, una concessione senza precedenti durante il regime assadista e anche in questi giorni le trattative fra le Sdf e il governo a Damasco non si sono mai interrotte. Secondo le autorità centrali però alcuni combattenti dell’Asayish, le Forze di sicurezza interna a maggioranza curda, non si sono mai ritirati completamente da Aleppo e hanno continuato ad armarsi.
Ora, il fatto che gli scontri di Aleppo siano iniziati a ridosso degli storici incontri di Parigi fra le autorità di Damasco e gli israeliani sembrerebbe tutto fuorché casuale. L’impressione condivisa da molti osservatori è che le frange più oltranziste dei curdi, in particolare quelle legate al gruppo terroristico del Pkk, le Unità di protezione popolare (Ypg), tentino di mettere pressione ad al Sharaa perché non vogliono né una normalizzazione delle relazioni fra la Siria e Israele né un accordo nazionale con le Sdf. Nel frattempo, mentre l’Amministrazione americana si dà da fare per trovare un’intesa ardua con Israele, resta in silenzio sulla situazione dei curdi. Gli accordi di marzo e aprile dello scorso anno fra Damasco e le Sdf sono arrivati sempre grazie alla mediazione americana e non è da escludere che il silenzio mantenuto finora dagli Stati Uniti su quanto sta accadendo ad Aleppo sia uno strumento di pressione su al Sharaa per accelerare un accordo con Israele.
Al di là delle speculazioni, la linea sottile che lega in queste ore gli scontri di Sheikh Maqsoud ad Aleppo alle trattative in corso a Parigi non ridimensiona la portata dell’accordo con Israele. Con la mediazione dell’ambasciatore Tom Barrack, di Steve Witkoff e di Jared Kushner, gli americani si ritrovano a fare da arbitri a quella che potrebbe essere una delle pietre miliari della strategia trumpiana in medio oriente, la premessa per una normalizzazione delle relazioni fra Siria e Israele, che sono due paesi in guerra da quasi 80 anni. Come di consueto, il presidente americano ha proposto un approccio “imprenditoriale” per arrivare al suo obiettivo. L’intesa fra israeliani e siriani parte dalla prospettiva inedita di una zona demilitarizzata di cooperazione economica fra lo stato ebraico e la Siria. “Questa zona economica includerà parchi eolici, attività agricole, la migliore montagna sciistica del medio oriente e la comunità drusa, rinomata per la sua eccellenza nell’ospitalità”, ha detto ad Axios un funzionario americano. Curiosamente, un’idea analoga era stata avanzata da Trump – senza successo – per trovare un accordo di pace in Donbas fra ucraini e russi o nel caso del mirabolante piano per la ricostruzione di Gaza. Secondo le indiscrezioni raccolte da Axios, ci sarebbero anche in questo caso dei finanziatori nella regione mediorientale interessati al progetto, rimasti però anonimi. Al di là dei toni sin troppo trionfalistici propri dell’Amministrazione Trump, è certo che dopo l’ultimo viaggio a Mar-a-Lago alla fine del mese scorso, Benjamin Netanyahu sembrerebbe essersi convinto a siglare un accordo con al Sharaa. Un comunicato del governo israeliano ha ricordato “la necessità di un avanzamento della cooperazione economica che possa servire a entrambi i paesi” come “parte della visione del presidente Trump per proporre la pace”. Ma il vero cuore dell’intesa sta nella creazione di una “cellula di comunicazione” con sede ad Amman, in Giordania, composta da ufficiali siriani e israeliani ma sotto lo stretto controllo degli americani. Una prospettiva ambiziosa, non solo perché creerebbe un inedito forum di dialogo tra ex qaidisti e militari dell’Idf, ma anche perché, solo negli ultimi due mesi, gli israeliani hanno condotto oltre 200 incursioni militari nel sud della Siria.