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L'editoriale del direttore
Venezuela, Siria, Iran. Perché la resistenza di Kyiv ha aiutato ad avere un po' meno Russia nel mondo
Buona parte degli incendi che l’occidente è riuscito a spegnere in giro per il mondo, negli ultimi tempi, sono stati domati anche grazie al coraggio di un paese che i follower del trumpismo faticano a considerare come uno degli argini più importanti contro l’asse del male degli stati canaglia: l’Ucraina
Nel nuovo complicato e appassionante ordine che si sta andando a configurare in giro per il vecchio globo terracqueo ci sono due verità importanti misteriosamente rimosse dal dibattito pubblico che meriterebbero di essere messe urgentemente a tema. La prima verità, che emerge con chiarezza dalla capitolazione di Nicolás Maduro in Venezuela, è che non esiste, come sosteneva Papa Francesco, una guerra mondiale a pezzi. Le guerre che si combattono nel mondo sono fatte di mille puntini, che si tengono insieme, senza soluzione di continuità. Venezuela, Russia, Iran, Cina, Corea del nord non sono dossier separati, ma sono parti di un’unica pressione per così dire sistemica contro la sicurezza globale. Se quella guerra la si affronta a frammenti, spegnendo solo un incendio per volta e lasciandone divampare altri della stessa natura, si reagisce senza convinzione, sempre in ritardo, sempre con l’illusione che il problema sia semplicemente locale. Se invece la guerra la si guarda nel suo insieme, diventa chiaro che ogni dettaglio conta e che difendere un fronte significa rafforzare tutti gli altri.
Filippo Turati, volto storico del socialismo italiano, sosteneva che le libertà sono tutte solidali, non se ne offende una senza offenderle tutte. Lo stesso, se ci si pensa bene, vale oggi quando si osservano gli incroci tra gli stati canaglia: scegliere di rimuovere Maduro senza colpire la testa della piovra significa lavorare per la libertà, e i propri interessi nazionali, con una mano legata dietro alla schiena. Maduro, come è evidente, faceva parte dell’asse degli avversari degli Stati Uniti che include Russia, Cina, Cuba e Iran e non c’è dubbio che aver indebolito l’asse del male in Sudamerica potrebbe avere un peso ulteriore sul futuro di altri stati foraggiati dalla piovra del terrore, come Cuba e Nicaragua. Ma quello che in queste ore i sostenitori di Trump, specializzati a dissimulare la presenza nel mondo di una guerra mondiale in cui ogni incendio è collegato con l’altro, faticano a riconoscere è un dettaglio importante e difficile da ammettere: buona parte degli incendi che l’occidente è riuscito a spegnere in giro per il mondo, negli ultimi tempi, sono incendi che sono stati domati anche grazie alla resistenza eroica portata avanti da quattro anni da un paese che i follower del trumpismo faticano a considerare come uno degli argini più importanti contro l’asse del male degli stati canaglia: l’Ucraina. I quattro anni di resistenza degli ucraini hanno costretto la Russia a concentrare le proprie attenzioni in Europa, drenando risorse, uomini, diplomazia. E specularmente hanno spinto Putin ad allentare la presa in alcuni storici protettorati russi.
Grazie al coraggio dell’Ucraina in Europa, che evidentemente ha impegnato la Russia più del previsto, e grazie alla forza dell’esercito israeliano in medio oriente, uno storico alleato di Putin è caduto (Assad, in Siria), un altro storico alleato di Putin si è indebolito (l’Iran, che la Russia, essendo troppo impegnata in Ucraina, non riesce più a sostenere come vorrebbe) e l’esercito russo che fino a qualche tempo fa aveva due basi importanti nel Mediterraneo (in Siria, a Tartus e Latakia) oggi è alla ricerca di un nuovo sbocco (magari in Libia) per poter rafforzare il proprio potere contrattuale. La fine del mito dell’invincibilità del fronte autoritario è un film pieno di contraddizioni, di incendi spenti e di incendi che non si vogliono vedere, ma se si ha la forza di unire i puntini si capirà con facilità chi di fronte all’asse del male degli stati canaglia c’è chi si muove per spegnere un incendio facendone divampare un altro e chi invece combatte anche per noi le guerre che l’occidente sceglie di combattere a metà. “Se si possono trattare così i dittatori, allora gli Stati Uniti d’America sanno cosa fare dopo”, ha detto ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Gli si può dar torto?