Ansa
il caso
Il silenzio di Gustave Dudamel su Nicolás Maduro
Sul presidente venezuelano il direttore della New York Philharmonic genera imbarazzi. Alcune tournée europee di El Sistema, progetto musicale trasformatosi in una vetrina per i governi corrotti di Caracas, sarebbero state utilizzate come copertura per traffici illeciti legati al regime
Dopo l’arresto di Nicolás Maduro, in molti si sono chiesti quale sarebbe stata la posizione di Gustavo Dudamel. Il direttore d’orchestra venezuelano si trova infatti in un momento cruciale della sua carriera: oggi è direttore musicale designato, e dalla stagione 2026/2027 diventerà direttore musicale e artistico della New York Philharmonic, la più antica e prestigiosa orchestra degli Stati Uniti. Un incarico di enorme rilievo che coincide con la caduta del dittatore e con il crollo di un apparato all’interno del quale Dudamel si è mosso per anni in modo tutt’altro che limpido. Per lungo tempo è stato il volto più celebre di El Sistema, il progetto musicale celebrato come modello di riscatto sociale e progressivamente trasformato in una vetrina internazionale per i governi corrotti di Caracas. L’arresto di Maduro ha riacceso sospetti – già emersi in passato – secondo cui alcune tournée europee di El Sistema nel 2025 sarebbero state utilizzate come copertura per traffici illeciti legati al regime. Ipotesi tutte da verificare, che tuttavia si aggiungono a una serie di dinamiche opache di cui si discute da tempo.
Solo un anno fa, incalzato da alcune domande, Dudamel liquidava la questione denunciando un’eccessiva politicizzazione del mondo: “Credo che possiamo fare la cosa giusta solo con gli strumenti che abbiamo – affermava – e lo strumento che io ho è la musica. Ho creduto nei valori del Sistema per tutta la vita, e i suoi figli meritano sostegno e rispetto a causa della terribile situazione che il nostro paese sta vivendo”. Una risposta che allora apparve evasiva, oggi suona come insufficiente. A New York, intanto, la Filarmonica osserva con crescente preoccupazione il danno d’immagine prodotto dagli ultimi eventi. Il suo futuro direttore artistico appare legato a un regime ormai smantellato e condannato a livello internazionale. Dudamel non potrà più limitarsi a parlare di musica. Dovrà rispondere alle domande della stampa americana, pronta a mettere in fila ambiguità e contraddizioni. Un peso che rischia di diventare insostenibile, anche alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, quando numerosi artisti sono stati duramente (e non sempre giustamente) criticati per la loro vicinanza a governi controversi. Ora il conto sembra arrivare anche per chi è stato vicino a Maduro.
Il silenzio di Dudamel risuona ancora più forte se confrontato con le “lacrime di gioia” della pianista venezuelana Gabriela Montero, da anni in esilio per le sue posizioni pubbliche contro la dittatura. La pianista ha dedicato diverse composizioni al Venezuela e ha invitato apertamente il popolo alla ribellione. Poche ore dopo la cattura di Maduro, ha scritto su Facebook: “Mi sono svegliata con la notizia. Sto piangendo di gioia! Ricordate che nel 2024 i venezuelani hanno votato in massa contro Maduro. L’opposizione ha vinto con un margine enorme. Edmundo González è il nostro presidente legittimo. María Corina Machado è la nostra leader legittima. Quanto accaduto ha dimostrato la nostra vittoria. E’ stato semplicemente un miracolo. Doveva succedere”. Contattata successivamente dalla Cnn, Montero ha precisato: “E’ necessario aspettare e osservare come la situazione evolverà”, respingendo al tempo stesso le accuse di aver sostenuto un’invasione voluta da Trump: “Dopo tutto quello che ho subìto, sui social blocco tutti quelli che mi chiamano fascista. Non ho più tempo per queste accuse”. Una posizione netta, che molti attendono ora anche da Dudamel prima del concerto del 25 gennaio che lo vedrà impegnato con la New York Philharmonic alla Radio City Music Hall, storica sala da concerti nel cuore della Grande Mela.