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visto da mosca

La sconfitta strategica di Putin in Venezuela

Nona Mikhelidze

Dopo la Siria, la caduta di Maduro infligge a Mosca perdite sempre più importanti. Il colpo alla presunta potenza globale del Cremlino

L’attacco militare di Donald Trump al Venezuela, condotto in aperta violazione del diritto internazionale e conclusosi con la cattura di Nicolás Maduro, segna un ulteriore passo nella normalizzazione del principio secondo cui la forza prevale sul diritto. E’ il mondo del might is right, inaugurato dalla Russia all’inizio degli anni Novanta, quando scatenò una serie di guerre nel proprio vicinato, intervenendo militarmente in paesi sovrani. All’epoca, un occidente miope preferì etichettarle come “guerre secessioniste”, invece di chiamarle per quello che erano: violazioni del diritto internazionale da parte di uno stato contro un altro. Trump si inserisce oggi lungo quella stessa traiettoria, spingendoci verso un mondo sempre più instabile, più brutale, più simile a una giungla che a un ordine internazionale. Un mondo che la Russia ha a lungo invocato e legittimato, per sé e per gli altri. Eppure, anche in questa realtà senza regole, la caduta di Maduro rappresenta oggi una sconfitta per Mosca

 

Una volta Barack Obama disse che la Russia era una potenza regionale: il Cremlino se ne risentì. Mosca pretendeva di essere un attore globale e ha cercato di affermarlo lanciando la guerra contro l’Ucraina. Il risultato? Non hanno conquistato l’Ucraina, sono stati spazzati via dalla Siria, dall’Armenia e dall’Asia centrale (dove l’attore dominante resta la Cina); non riescono a fare granché nemmeno per sostenere il regime iraniano e, oggi, con la caduta del regime di Nicolás Maduro, anche il Venezuela si aggiunge a questo elenco.

 

Quella frase, pronunciata da Obama nel 2014, fu vissuta a Mosca come un insulto strategico. Non solo una svalutazione simbolica, ma una diagnosi che metteva in discussione l’intero progetto geopolitico russo post-sovietico. Da allora il Cremlino ha cercato con ostinazione di smentirla, dimostrando – o credendo di dimostrare – che la Russia non fosse una potenza confinata al proprio spazio regionale, bensì un attore globale capace di intervenire, influenzare e determinare gli equilibri internazionali. L’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, è stata il tentativo più ambizioso e rischioso di affermare questa pretesa. Ed è anche il punto da cui oggi emerge, con chiarezza crescente, la sconfitta strategica della Russia su scala globale.

 

Il caso ucraino è il cuore di questa sconfitta. Dopo quattro anni di guerra – una guerra che nelle intenzioni iniziali doveva durare poche settimane – la Russia non è riuscita a piegare l’Ucraina, né militarmente né politicamente. Kyiv non è caduta, il governo ucraino non è stato rovesciato, l’esercito non si è dissolto. Al contrario, l’Ucraina ha rafforzato la propria identità nazionale, ha consolidato il legame con l’Unione europea e ha trasformato il conflitto in un fattore strutturale della sicurezza europea. La Russia, dal canto suo, ha bruciato enormi risorse militari, economiche e umane, compromettendo la propria capacità di proiezione di potenza altrove. Anche laddove ha ottenuto conquiste territoriali parziali, il costo è stato sproporzionato e il risultato strategico nullo: non ha spezzato l’Ucraina, non ha diviso l’Europa e non ha imposto un nuovo ordine regionale.

 

Questa incapacità ha avuto effetti a catena su altri teatri. La Siria, spesso citata come esempio del “ritorno” russo sulla scena globale, è col tempo diventata il simbolo opposto. In passato Mosca aveva presentato il proprio intervento come la dimostrazione di una potenza affidabile, capace di salvare un alleato e di stabilizzare un regime. Eppure, quando il regime di Bashar el Assad è caduto, la Russia si è rivelata incapace di proteggerlo, e il massimo che ha potuto offrire al dittatore siriano è stato l’esilio a Mosca. L’attenzione e le risorse erano ormai assorbite dall’Ucraina, e la presenza russa in Siria si è progressivamente svuotata di significato. Gli equilibri sul terreno sono tornati a dipendere da altri attori – regionali e no – mentre Mosca ha perso centralità e credibilità come garante.

 

Ancora più evidente è il fallimento nel Caucaso meridionale. L’Armenia, formalmente alleata della Russia e membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, si è trovata sostanzialmente sola di fronte alla guerra lanciata dall’Azerbaigian, sostenuto apertamente dalla Turchia, per la riconquista dei territori persi negli anni Novanta. La Russia, che per anni aveva rivendicato un ruolo di arbitro e protettore nella regione, è rimasta impotente. Non è intervenuta, non ha dissuaso Baku, non ha difeso Erevan. Questo non solo ha segnato una sconfitta politica e simbolica, ma ha incrinato in modo profondo la fiducia dell’Armenia nella capacità e nella volontà di Mosca di onorare i propri impegni. Il risultato? L’Armenia oggi guarda sempre più all’Europa e ricostruisce progressivamente la cooperazione regionale con l’Azerbaijan e la Turchia, con le quali con ogni probabilità si apriranno anche confini rimasti chiusi per oltre trent’anni.

 

In Asia centrale il processo è meno spettacolare, ma altrettanto significativo. Qui la sconfitta russa non si manifesta attraverso una singola crisi, bensì tramite un lento ma costante arretramento. La Cina si è affermata come attore dominante, soprattutto sul piano economico, infrastrutturale e commerciale. Mosca conserva una presenza militare e una certa influenza culturale, ma il baricentro della regione si è spostato. I paesi centroasiatici diversificano le proprie relazioni, riducono la dipendenza dalla Russia e guardano sempre più a Pechino come partner strategico. La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo, mostrando una Russia indebolita, isolata e meno capace di offrire stabilità e sviluppo.

 

Tutti questi casi compongono un quadro coerente: la Russia ha sacrificato la propria posizione globale nel tentativo di riaffermarla. Ed è qui che entra in gioco il Venezuela, spesso evocato come ultimo bastione dell’influenza russa nell’emisfero occidentale. Solo due mesi fa Putin ratificava la legge sul Trattato tra la Russia e il Venezuela sul partenariato strategico e la cooperazione, che prevedeva anche una collaborazione in materia di difesa e sicurezza. Un gesto simbolico, più che sostanziale, volto a ribadire una presenza che in realtà era già fragile e largamente retorica.

 

La teoria secondo cui esisterebbe un accordo tra Putin e Trump – tu prendi il Venezuela, io prendo l’Ucraina – si rivela oggi per quello che è sempre stata: una costruzione fantasiosa. Con quali mezzi Putin avrebbe potuto difendere Maduro? Con gli stessi con cui ha “difeso” Assad? La Russia non dispone più delle capacità militari, logistiche ed economiche necessarie per sostenere un alleato lontano, in un contesto ostile e sotto pressione internazionale. Mosca può offrire dichiarazioni, qualche consulenza, forse forniture limitate, ma da tempo non è più in grado di garantire la sopravvivenza di un regime quando questo viene seriamente sfidato.

 

Il rovesciamento di Maduro potrebbe avere implicazioni molto gravi per la Russia. Sul piano economico, un cambiamento di regime in Venezuela potrebbe aprire la strada a un massiccio aumento della produzione petrolifera, soprattutto se gli Stati Uniti e altri attori occidentali tornassero a investire e a “pompare” petrolio venezuelano su larga scala. Un aumento significativo dell’offerta globale avrebbe un effetto depressivo sui prezzi del petrolio, colpendo direttamente l’economia russa, che resta fortemente dipendente dalle esportazioni energetiche. In questo scenario la Russia subirebbe un secondo colpo: alla perdita di un alleato simbolico si aggiungerebbe un danno strutturale alle proprie entrate. In altre parole, Mosca rischia di pagare la caduta di un alleato non solo sul piano geopolitico, ma anche su quello economico. Il Venezuela, da simbolo della proiezione globale russa, si trasforma così in un ulteriore moltiplicatore delle sue vulnerabilità.

 

La sconfitta strategica della Russia non consiste in una singola battaglia persa o in un alleato abbandonato. E’ un processo cumulativo che attraversa l’Ucraina, il medio oriente, il Caucaso, l’Asia centrale e persino l’America Latina. Nel tentativo di dimostrare di non essere una semplice potenza regionale, Mosca ha finito per confermare – se non aggravare – proprio quella definizione. Non perché sia irrilevante, resta pur sempre una potenza nucleare, ma perché le sue ambizioni globali superano ormai di gran lunga le sue capacità reali. Questa è la sconfitta strategica della Russia su tutti i fronti.

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