il cerchio attorno a Caracas

La Russia guarda altrove, l'Iran rabbrividisce. A tutti gli alleati di Maduro è arrivato un messaggio (discordante)

Micol Flammini

A una domanda sul Venezuela, Zelensky ha risposto scherzando, ma il principio per Kyiv è chiaro: quando un dittatore minaccia la tua sicurezza, puoi intervenire. Il capo della Casa Bianca è pronto a riconoscerlo con Teheran, ma non con Putin 

Quando a Volodymyr Zelensky un giornalista ha chiesto un commento sull’attacco in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, il presidente ucraino ha risposto quasi fosse tornato sul palcoscenico, prima della sua carriera politica. Quasi fosse stato catapultato indietro nel tempo, riprendendo anche le sue antiche movenze, un certo modo di contorcersi le mani, di indirizzare lo sguardo in varie direzioni, di cambiare il tono della voce, ha detto: “Cosa posso dire? Se con i dittatori si può agire in questo modo, allora gli Stati Uniti sanno cosa fare al prossimo passo”. Da capo dello stato di un paese in guerra contro un regime alleato di Maduro, a Zelensky appare tutto chiaro: ai dittatori si fa guerra, soprattutto se interferiscono con la tua sicurezza. Donald Trump che ha ordinato l’attacco contro il Venezuela e la cattura del dittatore Maduro finora però non ha mai menzionato l’asse che unisce il leader venezuelano deposto e il capo del Cremlino Vladimir Putin. La Russia è alleata del regime di Caracas, tutto il rifornimento di attrezzatura militare è stato coordinato in questi anni con Mosca, Teheran e Pechino, una costellazione di regimi finora solida.


A ottobre dello scorso anno, quando gli Stati Uniti avevano già iniziato a intensificare la pressione nel Mar dei Caraibi, Maduro aveva indirizzato una richiesta d’aiuto a Russia, Cina e Iran. Chiedeva sostegno e armi. In quei giorni, un aereo da trasporto russo Il-76 era atterrato a Caracas, dopo aver fatto scalo in Armenia, Algeria, Marocco, Senegal e Mauritania. Non si sa cosa trasportasse, l’ipotesi è che durante il percorso abbia effettuato consegne o ritiri, di armi o di uomini, visto che anche in passato era stato utilizzato per far spostare i mercenari che il Cremlino manda in giro per il mondo a combattere le sue guerre non ufficiali. In Venezuela, ha operato il gruppo Wagner, Mosca ha rifornito il regime di armi, di vecchi missili per la contraerea di cui Maduro si era vantato ma che sono serviti a poco durante l’incursione americana, ha aperto una fabbrica di munizioni per Kalashnikov, ha offerto addestramento ai soldati, ottenendo in cambio l’esplorazione per le riserve di gas naturale e petrolio ancora non sfruttate. Maduro ha sempre offerto il massimo sostegno all’invasione dell’Ucraina, così come hanno fatto altri suoi alleati della regione, tra cui  il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, indicato da Trump come il prossimo leader che potrebbe presto subire il trattamento venezuelano. Le alleanze però hanno un limite, soprattutto quando sono di comodo: durano fino a un certo punto, fino a quando sono convenienti a entrambi, e finora Putin ha dimostrato di non essere pronto a intervenire per sostenere i suoi alleati. Non lo aveva fatto in Siria, quando un anno fa venne deposto il dittatore Bashar el Assad, che oggi è ospitato a Mosca – in quell’occasione i russi iniziarono a negoziare subito con il nuovo arrivato, l’attuale presidente Ahmad al Sharaa, per mantenere le loro basi in Siria – e sabato non lo ha fatto dopo l’attacco americano a Caracas. Il Cremlino non distoglie la sua attenzione dall’Ucraina e non è neppure convinto che intervenire per salvare Maduro coincida, in questo momento, con i suoi interessi. La Russia ha condannato la cattura di Maduro, richiamando l’attenzione sulla violazione del diritto internazionale, salvo poi diffondere sui canali di propaganda l’idea che se tutto è avvenuto senza eccessivo spargimento di sangue è grazie a Mosca, che in questi anni ha lavorato affinché l’eventuale deposizione di Maduro avvenisse in modo ordinato. I russi in questi giorni giocano il ruolo dei difensori del diritto, si indignano per i caccia americani nei cieli di Caracas, per l’operazione per catturare il dittatore venezuelano, ma sono certi che gli Stati Uniti di Donald Trump non utilizzeranno mai la stessa forza contro di loro. 


Chi invece non può esserne certo sono gli iraniani, sostenitori di Maduro e della guerra russa in Ucraina. Venerdì, il capo della Casa Bianca aveva minacciato il regime di Teheran che in caso di crescenti violenze contro i manifestanti, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti: “Siamo pronti e armati”, aveva concluso Trump. La Repubblica islamica aveva reagito alle parole del presidente mostrando più panico che fermezza e dopo l’attacco in Venezuela ha una considerazione ancora diversa di cosa effettivamente gli Stati Uniti potrebbero fare per intervenire. L’Amministrazione americana ha già effettuato un attacco in Iran, ha agito anche in Yemen, Siria e Nigeria, sostenendo che fossero a rischio i suoi interessi e quelli dei suoi alleati. Il sostegno dell’Iran al Venezuela è stato sempre crescente, e questo legame gli Stati Uniti lo vedono, contrariamente a quello russo. Trump ha detto apertamente di essere pronto a colpire la Repubblica islamica e se dovesse rifarlo sarebbe per il rifiuto di Teheran a stringere un nuovo patto sul nucleare. L’attacco a Caracas, visto dal regime a Teheran è stato un incubo. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)