Xi e Maduro nel 2023 (foto Epa, via Ansa)

tra Caracas e Pechino

La Cina “condanna” l'eliminazione del suo più forte alleato in America latina e prende appunti su Trump

Giulia Pompili

Le operazioni statunitensi in Nigeria e Venezuela vengono lette come un segnale a Pechino: condanna formale, ma nessuna reale intenzione cinese di intervenire a difesa di Maduro

Prima la Nigeria, poi il Venezuela. Secondo diversi analisti, le ultime due operazioni militari volute dalla Casa Bianca sono anche un messaggio diretto alla Cina. Sia la Nigeria sia il Venezuela sono  partner cruciali di Pechino nei rispettivi continenti: due anni fa la leadership di Xi Jinping ha firmato con quella di Maduro una “partnership strategica globale in ogni condizione”, uno status che la Cina ha solo con pochi, fidati alleati come Pakistan e Bielorussia. La prima reazione di Pechino all’arresto di Maduro è arrivata però con calma, otto ore dopo l’ufficializzazione della notizia da parte di Trump: il ministero degli Esteri cinese, in una scarna dichiarazione, ha fatto sapere di condannare “fermamente l’uso sconsiderato della forza da parte degli Stati Uniti contro uno stato sovrano e le azioni dirette contro il presidente di un altro paese”.

   

Ieri di Venezuela ha parlato anche Wang Yi, il ministro degli Esteri cinese, durante un incontro con il suo omologo pachistano Mohammad Ishaq Dar. Sorprendentemente senza alcuna ironia, Wang ha detto che la Cina si oppone “sempre all’uso o alla minaccia della forza, così come a qualsiasi imposizione della volontà di un paese su un altro”, e poi che nessun paese può “svolgere il ruolo di poliziotto del mondo”. Nel frattempo, un anonimo portavoce del ministero degli Esteri di Pechino chiedeva “di garantire la sicurezza personale del presidente Maduro e di sua moglie e di rilasciarli immediatamente”. Le posizioni sono chiare, ma al di là della retorica in pochi credono che la Repubblica popolare cinese interverrà in qualche modo nella difesa del Venezuela. L’influenza cinese nelle regioni lontane dall’Indo-Pacifico, dal punto di vista interno, è utile a rafforzare l’immagine della Cina come potenza globale ma non ha conseguenze dirette sulla difesa di altri paesi. Con il blocco totale delle esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti del 2019, la Cina è diventata il destinatario dell’80 per cento delle esportazioni del petrolio venezuelano. Ma quel greggio rappresenta circa il 4 per cento delle importazioni totali di petrolio della Cina. Già da una decina di anni, dopo aver rappresentato il 40 per cento dei prestiti totali cinesi in America latina, Pechino ha ridotto drasticamente i suoi prestiti, che erano garantiti non da future forniture di petrolio: il meccanismo funzionava finché il paese produceva circa 2,4 milioni di barili al giorno, ma è andato in crisi con il crollo della produzione del 2020. Trump ha detto ieri che le forniture di petrolio alla Cina continueranno anche dopo che le aziende americane ricominceranno l’estrazione di greggio in Venezuela. In pratica, Maduro aveva bisogno della protezione di Xi ben più di quanto a Pechino servisse Caracas.

 

Eppure l’operazione militare dell’altro ieri contro Maduro ha preso di sorpresa anche all’intelligence cinese, e dimostra la capacità limitata della leadership di Pechino di ottenere informazioni cruciali in anticipo. Qualche ora prima del suo arresto, Maduro ha di fatto consegnato ai servizi segreti americani la sua posizione, annunciando un incontro con una delegazione cinese a Palazzo di Miraflores guidata da Qiu Xiaqi, considerato l’inviato speciale di Xi Jinping per l’America latina: le ultime immagini da uomo libero di Maduro sono ora per sempre legate a Qiu e alla sua delegazione, di cui da ieri non si hanno notizie – qualche utente cinese ieri scriveva ironicamente: “Possiamo suggerire la prossima capitale dove inviare Qiu adesso?”. 

 

Dal punto di vista politico, sul lungo periodo la leadership del Partito comunista cinese sta costruendo una narrazione utile a sfruttare la crisi in America latina. Ieri Fred Gao, giornalista cinese di Cgtn, ha scritto che siamo entrati in un momento di li beng yue huai, cioè il “crollo dei rituali e della musica”, un’espressione cinese  che “descrive ciò che accadde durante i periodi delle Primavere e Autunni e degli Stati combattenti in Cina, quando l’ordine stabilito si disgregò completamente”. Secondo Gao, “dopo la Guerra fredda, l’ordine liberale guidato dagli Stati Uniti ha funzionato in modo  diseguale, ma  cercava di operare sotto l’ombrello della presenza militare americana. Ora, con la cattura militare esplicita del leader di un altro stato, gli Stati Uniti hanno di fatto abbandonato il loro stesso regolamento. Il vecchio ordine sta perdendo presa, ma non esiste ancora alcun nuovo consenso pronto a sostituirlo”. E’ probabilmente questa la narrazione  che porterà avanti il Partito per screditare l’America e legittimare il nuovo ordine mondiale a guida cinese. Sui social circola molto in questi giorni lo spezzone di un programma su BiliBili in cui Shen Yi,  docente di Relazioni internazionali alla  Fudan University, sosteneva che l’America di Trump non sarebbe mai intervenuta in Venezuela: “Gli Stati Uniti oggi non sono più capaci di gestire guerre di questo tipo. Il risultato è che tutta questa crisi diventa solo una messinscena politica, una prova di forza verbale” che serve a dimostrare  che “il prestigio americano in America latina è già crollato”. L’antiamericanismo è alla base della retorica cinese, e a questo servirà il Venezuela, piuttosto che a “legittimare” una eventuale aggressione militare contro Taiwan (diversa la possibilità di bloccare le navi cargo cariche di Himars americani dirette verso l’isola, che Pechino ha annunciato e nessuno sa quali conseguenze potrebbe comportare). Tutt’altra faccenda sono i negoziati diretti fra Trump e Xi in vista di un accordo commerciale da firmare ad aprile, in occasione della visita del presidente americano a Pechino.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.