Ansa
La lezione di Julien Benda
Come può esistere un'Europa schiacciata fra Trump e Putin? È l'ora di un nuovo patriottismo continentale
A noi europei sembra che tocchi l’onere di difendere la civiltà liberale, democratica, socialista e antiautoritaria di cui siamo stati inventori e dovremmo essere eredi. Dobbiamo mostrarci difensori dei valori morali e della necessità di rispettare il diritto internazionale, ridotto a lettera morta
Sarebbe ora, è l’ora di un patriottismo europeo, di un patriottismo continentale. Non un sogno, ma sempre più una necessità che non può più essere un’ipotesi da relegare in secondo piano. La politichetta, le politichette nazionali in cui gli europei sono immersi con la mediocrità dei loro leader, lo squallore culturale dei loro partitini e la povertà delle sue agende, nascondono l’urgenza pratica e attuale del problema europeo.
Dopo più di mezzo secolo di dipendenza “esistenziale” dalla politica estera degli Stati Uniti, ora l’Europa è costretta a capire come esistere, se non vuole cessare di esistere, schiacciata fra le inaspettate nuove forme di imperialismo russo e americano. Con due pericolosissimi pazzi, diversi e complementari, al potere, che fanno politica con le minacce e le promesse, le bugie e la negazione dei fatti, l’Europa deve assumersi il compito e la responsabilità di pensare e di decidere rispettando il diritto internazionale e acquisendo l’autorità per difenderlo efficacemente. E’ scoraggiante la sproporzione fra un tale dovere e la capacità, cioè il potere, di farlo rispettare. Il nostro continente è diviso da troppo tempo e il vizio dei particolarismi continua a indebolire, se non a paralizzare, le decisioni e l’azione politica necessaria a impedire che l’irrazionalità e la prepotenza di Putin e Trump abbiano la meglio. Sembra davvero di vivere in una favola sinistra, in cui la logica del potere senza limiti domina giorno dopo giorno, in mano come è a un enfatico e sfacciato uomo d’affari e a un ex agente dei servizi segreti, tecnicamente addestrato nel totalitarismo più longevo, ambiguo e menzognero del Ventesimo secolo, quello russo sovietico. A noi europei sembra che tocchi l’onere di difendere la civiltà liberale, democratica, socialista e antiautoritaria di cui siamo stati inventori e dovremmo essere eredi.
Mi capita fra le mani un saggio di Julien Benda, l’autore più famoso fra tutti coloro che nel secolo scorso si sono impegnati a definire ruolo, funzione e responsabilità degli intellettuali e della cultura nel momento in cui la politica sembrava farli ammutolire o cedere alla barbarie dello scontro politico, bellico e del dominio assoluto. Oggi, fra un giocatore d’azzardo come Trump e un abile scacchista abituato all’omicidio come Putin, gli europei devono mostrarsi difensori dei valori morali e della necessità di rispettare il diritto internazionale, ridotto a lettera morta. Nei primi decenni del Novecento un idealista e moralista disarmato come l’ebreo francese Julien Benda difendeva la libera razionalità e l’onestà intellettuale contro la faziosità politica, e il culto delle idee contro i dogmatismi ideologici e propagandistici. Ora che gli intellettuali sono pubblicamente in via di sparizione, affondati nel ceto burocratico e neutralizzato delle istituzioni professionali, come fare efficacemente politica con la cultura e con la difesa della civiltà? Nel 1932 Benda pubblicò un suo disperato Discorso alla nazione europea affermando che, dopo un Ottocento impegnato nel patriottismo nazionale, il Novecento avrebbe dovuto passare alla fondazione di un pensiero sovranazionale di un’Europa unita nella cultura rappresentata e incarnata da Erasmo e Montaigne, Spinoza, Kant, Goethe.
Dopo aver parlato nel 1927 di “tradimento dei chierici”, cioè di intellettuali che dimenticano lo spirito critico e civile disinteressato a favore della passionalità attivistica, Benda, un anno prima dell’ascesa di Hitler al potere nella coltissima Germania, parlò di “fare l’Europa” nazione continentale. Disse che non si rivolgeva alle masse, ma a un’élite di “educatori” che pensano a una rivoluzione europea come a un problema soprattutto morale: “L’Europa non sarà il frutto di una semplice trasformazione economica, né politica; non esisterà veramente se non adottando un certo sistema di valori morali ed estetici, di un certo modo di pensare e di sentire, glorificando certi eroi della storia, svalutandone altri”. Una tale scelta di valori più europei somiglierà però anche alle scelte che un secolo prima avevano avuto come scopo le unificazioni e le indipendenze nazionali. Come il patriottismo nazionale ottocentesco ebbe i suoi educatori, apostoli e patrioti eroici, così il Novecento avrebbe dovuto avere educatori e patrioti europei: “Ben inteso, io non nego le gravi trasformazioni economiche che l’Europa dovrà attuare per realizzarsi. Dico che queste trasformazioni saranno veramente acquisite, potranno essere ritenute stabili, soltanto il giorno in cui saranno legate a un mutamento profondo della sua moralità, dei suoi giudizi morali (...) sarà il mutamento morale a produrre veramente, attuandosi, il mutamento economico”.
Purtroppo questo imperativo, benché motivato oggi più che in passato, sconfina nell’utopia. E purtroppo, quando si parla ripetutamente di trasformazioni morali, questo significa che nella società e nell’economia di morale ce n’è ben poca. Gli educatori mancano, mancano gli individui esemplari e ispiratori, e la stessa educazione è una pratica in declino. Le élites culturali sono svalutate e rese pubblicamente invisibili da una cultura di massa sempre più tecnologicamente invasiva. Anche la cultura che fu di élite ora idolatra le merci culturali più scadenti e vendute. E’ l’economia ad annullare la morale dei valori culturali. Se c’è forse un vantaggio offerto oggi alla necessità di un’Europa unita nella sua cultura civile e politica, questo vantaggio è nel dover fronteggiare l’America di Trump e la Russia di Putin: due mostruosità con cui per l’Europa è impossibile convivere. Nella speranza che l’ascesa delle destre europee non lavori a far somigliare il nostro continente a chi ne minaccia “da fuori” la civiltà dei diritti umani e civili che almeno idealmente la caratterizza dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Noi europei dovremmo essere conservatori almeno in questo: nel non tradire quanto da decenni abbiamo promesso a noi stessi: giustizia, libertà e cultura del dialogo.