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L'intervista
"L'America latina è divisa a metà. Putin ha sacrificato Maduro per l'Ucraina". Parla Andrés Malamud
Dopo il blitz in Venezuela e la cattura del presidente venezuelano rivendicata da Washington, l'America del Sud si spacca lungo la vecchia faglia destra-sinistra. Per il politologo argentino è un’operazione pensata per essere rapida ed efficace. Ma il messaggio più grande riguarda l’ordine globale: le sfere d’influenza di Cina, Usa e Russia, e un’Europa sempre più spettatrice
“L’America latina è divisa a metà: quelli con governi di destra appoggiano l’azione del presidente americano Donald Trump, quelli di sinistra la criticano”. Andrés Malamud, politologo argentino all’Università di Lisbona e tra i massimi esperti di politica argentina e sudamericana, fotografa così la mattina di Caracas, quando all’alba di sabato 3 gennaio Washington ha rivendicato un attacco in Venezuela. Poco dopo, Trump ha scritto sui social: “Nicolás Maduro e la moglie sono stati catturati e portati fuori dal paese”.
Il presidente argentino Javier Milei, ha scritto su X: “Viva la libertad, carajo”. Gustavo Petro, presidente Colombiano, chiede l'intervento dell’Onu e Cuba denuncia l’attacco. Malamud spiega che l'America del sud è divisa: i paesi guidati da governi di destra appoggiano l’azione statunitense (Argentina, l’Ecuador di Daniel Noboa, il Paraguay di Santiago Peña). Quelli di sinistra la criticano: il Brasile di Lula, appunto, la Colombia di Petro, l’Uruguay di Yamandú Orsi.
Ma che cosa significa vedere l’America tornare a usare la forza nel cortile di casa, in quello che sembra un nuovo paradigma della Dottrina Monroe? Il professor Malamud è più cauto e rovescia la fotografia: “In Venezuela è capitato il contrario rispetto agli anni Settanta, quando gli Stati Uniti appoggiavano le dittature militari. L’intervento americano ha decapitato una dittatura e difende i leader che hanno vinto le elezioni: Edmundo e María Corina”. L’operazione viene infatti raccontata come un atto di restaurazione e non di conquista, in nome di una legittimità che l’opposizione rivendica da mesi, con Edmundo González e il premio Nobel per la Pace María Corina Machado come volti e simboli.
Un altro precedente che torna in mente è l’invasione statunitense a Panama per deporre il dittatore Manuel Noriega, l’operazione “Just Cause” – Noriega si arrese proprio il 3 gennaio del 1990. Ma Malamud invita a non farsi ingannare: “Questa volta c’è una differenza enorme: non c’è un’invasione. Niente ‘boots on the ground’, niente ‘forever wars’. Piuttosto, una politica estera compatibile con la sua base elettorale”. L'operazione, secondo le ultime ricostruzioni, è pensata per essere “spettacolare” e limitata: abbastanza duro da cambiare un regime – anche se Rubio ha detto che non si tratta di regime change, perché Maduro non è il leader legittimamente eletto – e abbastanza rapido da non trasformarsi in una guerra.
Poi c’è l’Europa, impegnata sul fronte ucraino. Per il politologo argentino l'operazione in Venezuela rivela di più di quanto sembri: “La Russia e Putin hanno sacrificato Maduro. E ciò non può che creare problemi per l’Europa che, come ha detto Nathalie Tocci, non è stata abbandonata ma tradita dall’America. Putin ha già ottenuto quanto voleva: gli Stati Uniti hanno umiliato il presidente ucraino Zelensky e hanno terminato la cooperazione militare”. E quando gli si chiede che cosa, concretamente, abbia già incassato Putin, Malamud risponde: “Trump ha ricevuto Putin quando l’Europa non lo faceva e sta negoziando la pace a due: solo tra Washington e Mosca. Poi, una volta chiuso l’accordo, informeranno Kyiv e Bruxelles, che sono solo spettatori”.
L’ultima domanda è quella che sposta il bersaglio dall’Atlantico al Pacifico: se domani la Cina alzasse la posta su Taiwan, la promessa americana di difesa varrà ancora oppure ciascuno guarderà alla sua regione e basta? “Non è ancora così”, riflette Malamud, “Ma le sfere d’influenza (regionali, ndr) sono il piano di Trump, Putin e Xi. Il diritto internazionale, alla fine, resta confinato ai discorsi degli europei”.
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