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Editoriali
Le proteste in Iran aumentano e Teheran chiede consiglio a Putin
Il regime dice di essere comprensivo con la piazza, il presidente del parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ex comandante dei pasdaran, ha dichiarato che “le proteste devono essere trattate con generosità". Ma la repressione si fa più intensa
All'inizio di questa settimana, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha parlato al telefono con il capo del Cremlino, Vladimir Putin. Parte della conversazione è stata sulle proteste che da giorni vanno avanti in diverse città dell’Iran, iniziate nei mercati per l’inflazione e la svalutazione del rial, proseguite poi su iniziativa di varie categorie. Teheran si rivolge spesso a Mosca per chiedere aiuto e la collaborazione in questi anni si è verificata nella repressione delle proteste e anche sull’informazione durante le manifestazioni. Mercato dopo mercato, città dopo città, i cortei in una settimana sono diventati sempre più grandi. Mentre il regime ostenta comprensione, la repressione si fa più intensa e aumentano gli arresti. Sul piano comunicativo, però, gli uomini del regimi dicono di voler capire i manifestanti, promettono di ascoltare la loro voce.
Il presidente del parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ex comandante dei pasdaran, ha dichiarato che “le proteste devono essere trattate con generosità, responsabilità e piena assunzione di responsabilità”. Il presidente ha detto che le colpe sono dei politici precedenti ed è arrivato il momento di occuparsi dei problemi della gente altrimenti “finiremo all’inferno”. La portavoce del governo Fatemeh Mohajerani ha dichiarato: “Sappiamo che le manifestazioni derivano dalla pressione sui mezzi di sussistenza delle persone”. Queste dichiarazioni non hanno placato la piazza. Il regime ci tiene molto a non inimicarsi quella fascia della popolazione che finora non si era rivoltata la regime, ma che ora ha buoni motivi per non poterne più. Al centro di questa strategia comunicativa non c’è la paura per la fine immediata del regime, ma la consapevolezza che la Repubblica islamica soffre di una malattia cronica di impoverimento che porterà a disordini popolari crescenti. A lungo termine è una minaccia per la stabilità e da cui il regime potrebbe uscire in un primo momento addossando la responsabilità alla sua parte politica.