In asia

Perché la crisi fra Cina e Giappone non è soltanto regionale

Giulia Pompili

La nuova prima ministra del Giappone Sanae Takaichi dice che Taiwan va difesa. La Cina, furiosa, riapre il fronte asiatico

Le strette di mano e i sorprendenti sorrisi fra il leader cinese Xi Jinping e la prima ministra giapponese Sanae Takaichi, al loro primo incontro del 31 ottobre scorso, quando Takaichi era a capo del nuovo governo nipponico da soli dieci giorni, sono già un ricordo. In un evocativo post in lingua inglese sui social network, ieri l’account del portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha scritto che “chiunque osi sfidare la linea rossa della Cina affronterà un colpo deciso, diretto, e andrà in frantumi contro la grande muraglia d’acciaio forgiata da oltre 1,4 miliardi di cinesi”. Poche ore prima anche il colonnello Jiang Bin, portavoce del ministero della Difesa di Pechino, aveva detto che “se il Giappone oserà correre il rischio usando la forza per interferire nella questione di Taiwan, subirà soltanto una sconfitta schiacciante contro l’Esercito popolare di liberazione, dalla volontà d’acciaio, e pagherà un caro prezzo”.

 

 

Le ostilità fra Cina e Giappone non sono certo cosa nuova nelle relazioni internazionali, ma questo livello di crisi diplomatica non si registrava da almeno quindici anni, ed è aggravata da un contesto globale particolarmente instabile e a tratti imprevedibile. Ieri il viceministro degli Esteri cinese, Sun Weidong, ha annunciato di aver convocato l’ambasciatore giapponese a Pechino Kenji Kanasugi e di avergli riferito una protesta formale contro le recenti dichiarazioni su Taiwan di Takaichi, definite “errate e pericolose”. Le inaccettabili parole della leader di governo per Pechino sarebbero quelle pronunciate venerdì della scorsa settimana, quando parlando a una commissione della Dieta, il Parlamento di Tokyo, la prima ministra aveva affrontato l’argomento di un potenziale conflitto della Cina per l’annessione di Taiwan, e aveva detto che un attacco militare cinese potrebbe rappresentare una “situazione di minaccia alla sopravvivenza” per il Giappone, che comporterebbe la possibilità, per il paese, di esercitare il suo diritto all’autodifesa collettiva e quindi intervenire. La Repubblica di Cina, ovvero Taiwan, è un’isola de facto indipendente che la Repubblica popolare cinese rivendica come proprio territorio anche se il Partito comunista cinese non l’ha mai governata. L’articolo 9 della Costituzione post bellica giapponese vieta a Tokyo un intervento diretto in un conflitto a meno che non si configuri come autodifesa. L’isola giapponese di Taketomi, all’estremo sud-ovest del paese, dista circa duecento chilometri dalle coste taiwanesi (per fare un esempio, si tratta più o meno della distanza fra Civitavecchia e le coste della Corsica).  Il giorno dopo le dichiarazioni di Takaichi – che come l’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe fa parte di quella corrente del Partito liberal democratico da sempre incline al pugno duro con la Cina –  il console generale cinese nella città giapponese di Osaka, Xue Jian, aveva pubblicato sui suoi social un articolo di giornale sulla notizia e aveva commentato con una frase evocativa e piuttosto bellicosa: “La testa sporca che si intromette deve essere tagliata”. Il governo giapponese aveva protestato per quelle parole, e Pechino aveva risposto con altre proteste. Ma non si tratta solo di una guerra di dichiarazioni, perché già durante l’Apec, il vertice ospitato quest’anno dalla Corea del sud, subito dopo il vertice con Xi Jinping il gabinetto di Takaichi aveva dato notizia di un incontro della premier anche con rappresentanti taiwanesi. 

 


La prima ministra giapponese è da sempre molto esplicita nella sua difesa dell’indipendenza di fatto di Taiwan, ma anche in Giappone è in corso una discussione su quanto le sue parole da capo di governo siano state un punto di non ritorno nei riguardi di quella che viene definita l’ambiguità strategica nipponica (ma anche americana) sulla difesa dell’isola in caso di conflitto. Molti analisti però iniziano a sostenere che serva un cambiamento nell’approccio alla belligeranza cinese. Secondo diversi osservatori, la deterrenza esercitata dalle Forze armate della Repubblica popolare, nelle manovre militari attorno all’isola, per esempio, e nelle sfarzose cerimonie di svelamento di nuovi armamenti, sarebbe in gran parte apparenza: ieri il Financial Times ha pubblicato un lungo articolo sulle purghe volute da Xi Jinping dentro alla catena di comando dell’Esercito popolare di liberazione – oltre il 60 per cento dei rappresentanti militari era assente al Quarto Plenum del Partito comunista cinese di ottobre. Le rimozioni “potrebbero avere implicazioni molto ampie negli anni a venire, e potrebbe pesare sulle valutazioni di Xi riguardo a un eventuale conflitto nello Stretto”. E mentre gli analisti s’interrogano sulle reali capacità di Pechino, Taiwan tesse le sue relazioni indipendentemente dalle minacce. Lo scorso fine settimana la vicepresidente taiwanese Bi-Khim Hsiao ha pronunciato per la prima volta un discorso nell’edificio del Parlamento europeo, chiedendo all’Europa di fare di più per rafforzare i legami con Taipei. Qualche giorno fa l’ex presidente taiwanese Tsai Ing-wen ha parlato alla Berlin Freedom Conference di autoritarismi e resilienza della democrazia. Le due visite, accompagnate da proteste formali delle diverse rappresentante cinesi, fanno parte di uno sforzo diplomatico di Taiwan per cambiare le regole non scritte imposte da Pechino nelle relazioni di Taipei col resto del mondo. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.