Da Hong Kong a Taiwan

Nessuno sa più se Trump considera Xi Jinping un alleato o un nemico

Giulia Pompili

Mentre Pechino mostra la sua leadership globale ospitando la Sco ed è pronta per la parata militare del 3 settembre, la Casa Bianca sembra sempre più divisa tra elogi e ambiguità. Eric Trump va a Hong Kong a magnificare la Cina sulle criptovalute, ma il senatore Wicker vola a Taiwan

La Repubblica popolare cinese, quest’anno presidente di turno dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), ha scelto non a caso le date di domenica e lunedì per organizzare nella città di Tianjin il vertice dei capi di stato e di governo dei paesi membri. In questo modo, gli alleati della Cina come Vladimir Putin dovranno allungare la missione soltanto di un giorno per assistere anche alla parata militare che si terrà a Pechino mercoledì prossimo, per celebrare l’80° anniversario “della Vittoria nella guerra contro l’aggressione giapponese e nella Guerra mondiale antifascista”. Lo show di forza del 3 settembre su Piazza Tiananmen si mescolerà con lo show di diplomazia della Sco, già definita da molti l’anti G7, per contribuire alla costruzione della leadership di Xi Jinping non solo regionale, ma globale. L’organismo intergovernativo fondato nel 2001 da Cina, Russia e da quattro delle cinque repubbliche centrasiatiche è sempre stato a trazione cinese, e anche oggi che ha dieci membri effettivi (tra cui l’Iran, la Bielorussia, l’India e il Pakistan) e 14 paesi cosiddetti partner, la sua funzione è soprattutto retorica, un po’ come con i Brics, secondo la regola della “sicurezza attraverso lo sviluppo, e lo sviluppo attraverso la sicurezza”. 

 


Si parlerà molto di America e dell’Amministrazione Trump, ai tavoli di Tianjin – in particolare nei bilaterali, dicono gli osservatori. Ma si parlerà soprattutto di come la Casa Bianca si sia di colpo trasformata in un asset per chi vuole creare un blocco contrapposto alle democrazie occidentali. E del resto è lo stesso Trump ad aver reso estremamente confusa la politica estera americana, piegata alla sua emotività e ai suoi interessi. Le azioni e dichiarazioni contraddittorie non riguardano solo la Russia, ma anche la Cina, la seconda economia del mondo che è considerata il maggior avversario strategico di Washington e dei suoi alleati. Dopo aver bloccato il reclutamento degli studenti cinesi in America per ragioni di sicurezza nazionale, qualche giorno fa Trump ha detto che ne avrebbe accolti 600 mila. Una sorte simile a quella di TikTok, che Trump prima voleva vietare e ora difende, ai negoziati sui microchip e a quelli sull’export. C’è molta confusione nella direzione che prenderà l’Amministrazione Trump nei confronti della Cina, una vaghezza che secondo alcuni esperti non è segno di una fine strategia che prima o poi verrà svelata, ma al contrario: di nessuna strategia. Cioè il migliore dei mondi possibili per Xi Jinping, ben rappresentato da due missioni parallele avvenute in questi giorni che svelano il bluff della politica estera trumpiana sulla Cina. 

 

Ieri Eric Trump, il quarantenne terzo figlio del presidente americano, era a Hong Kong per partecipare alla conferenza Bitcoin Asia 2025 – secondo i media americani, con le cryptovalute la famiglia Trump sta facendo parecchio denaro.  

  

Nel suo discorso ha elogiato la Cina come “una potenza incredibile” sulle cryptovalute, e ha detto di sperare che suo padre e Xi ne parlino al loro prossimo incontro. A pochi chilometri di distanza da lui, si stavano concludendo le arringhe  finali del processo per presunte violazioni della sicurezza nazionale contro il settantasettenne editore pro democrazia Jimmy Lai, in carcere da cinque anni e gravemente malato (che Trump padre aveva promesso di liberare). 

   

Mentre Trump junior elogiava la Cina in uno dei luoghi più simbolici dell’autoritarismo cinese, il  senatore repubblicano Roger Wicker, a capo della potente commissione Forze armate del Congresso, atterrava a Taiwan, l’isola de facto indipendente che Pechino rivendica come proprio territorio anche se il Partito comunista cinese non l’ha mai governata.  Wicker, che è in visita insieme con la collega repubblicana Deb Fischer, avrà incontri ad alto livello con i leader taiwanesi e secondo l’American Institute di Taiwan, l’ambasciata de facto di Washington a Taipei discuterà delle relazioni tra America e Taiwan, della sicurezza regionale, del commercio e degli investimenti: “Una democrazia fiorente non è mai completamente garantita... e siamo qui per parlare con i nostri amici e alleati di Taiwan di ciò che stiamo facendo per promuovere la pace nel mondo”. Wicker è un personaggio molto in vista dei repubblicani, ha criticato alcune scelte e alcune uscite di Trump e dei suoi fedelissimi – compreso il suo segretario alla Difesa Pete Hegseth, specialmente quando a febbraio ha detto che l’Ucraina avrebbe dovuto cedere i territori occupati dalla Russia  – ma sempre con toni particolarmente pacati per evitare rappresaglie. Questa a Taiwan è però una sfida maggiore, perché la decisione del viaggio Wicker l’ha presa un mese fa, quando la Casa Bianca ha chiesto al presidente taiwanese Lai Ching-te di evitare la consueta visita diplomatica a New York per non rischiare di mettere in pericolo i colloqui con Pechino.  Il ministero degli Esteri cinese ha protestato per la visita dei due repubblicani, ma è una prassi: a Pechino tutti sanno che le carte da gioco le hanno in mano soltanto Trump e Xi. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.