
Yellen e Trump, l'origine fiscale della perdita d'indipendenza della Fed
L'ex segretaria al Tesoro ha ragione a indicare il pericolo. Ma una banca centrale non perde la propria credibilità in un giorno: è sempre l’atto finale di un deterioramento del bilancio, su cui l'Amministrazione Biden ha grandi responsabilità
"La storia offre una lezione cruda: il caos si scatena quando i leader catturano le loro banche centrali e le costringono ad acquistare titoli di stato o a tagliare i tassi di interesse per contenere la spesa per il servizio del debito. La Germania negli anni ‘20, l’Ungheria dopo la seconda guerra mondiale. Allo stesso modo, Argentina e Turchia, di recente: i nomi cambiano, ma la storia è la stessa”. L’ammonimento all’aggressione che Donald Trump sta muovendo alla Federal Reserve arriva, in un commento sul Financial Times, da Janet Yellen.
Si tratta di un monito doppiamente rilevante. In primo luogo per l’autorevolezza della persona: Yellen è un’affermata macroeconomista che ha lavorato su vari temi, dal mercato del lavoro alla politica monetaria, spesso in collaborazione con il marito George Akerlof, premio Nobel per l’economia. Per giunta Yellen non ha una conoscenza solo teorica, ma è stata prima presidente della Fed e poi segretaria al Tesoro nell’amministrazione Biden. Inoltre, molto banalmente, Yellen ha ragione: il tentativo di Trump di sottomettere la Banca centrale, dettandone le scelte fondamentali di politica monetaria, è tanto pericoloso quanto evidente. Gli insulti al presidente della Fed Jerome Powell, le minacce nel caso in cui non vengano tagliati i tassi d’interesse e il licenziamento della governatrice Lisa Cook avvengono sui social network, con argomenti e modalità fino a poco fa completamente inimmaginabili.
Le conseguenze della perdita d’indipendenza della banca centrale sono note: perdita di credibilità, e quindi di efficacia, della politica monetaria; indebolimento della valuta; inflazione più elevata. “Getteremmo via una delle più grandi risorse economiche del nostro paese. E, ironia della sorte, questa strategia non riuscirà nemmeno ad abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Al contrario: i tassi di interesse a lungo termine probabilmente aumenteranno a causa delle maggiori aspettative di inflazione”, scrive correttamente la Yellen.
La descrizione della situazione attuale e delle possibili conseguenze è perfetta. Ma nell’intervento della Yellen manca una spiegazione: come gli Stati Uniti sono arrivati a questo punto? L'insegnamento da trarre dal passato non è tanto che la Germania di Weimar, l’Argentina dal Dopoguerra in poi o la Turchia degli ultimi anni avrebbero evitato l’iperinflazione se solo avessero avuto una banca centrale più indipendente. Ma è chiedersi come abbiano fatto tutti questi paesi a perdere l’indipendenza della banca centrale e ad arrivare a una situazione di completa dominanza fiscale. Ebbene, la lezione storica sarebbe quella di non adottare politiche fiscali insostenibili che, poi, portano inevitabilmente i governi a chiedere alle banche centrali una prova di sottomissione e fedeltà per sostenere il debito, o acquistandolo a richiesta o tagliando i tassi di interesse per ridurne il costo.
Su questo l’Amministrazione Biden, e la stessa Yellen, hanno non poche responsabilità. La Bidenomics ha iniettato nell’economia americana una quantità enorme di denaro, 1.900 miliardi solo con l’American rescue plan, che non hanno fatto altro che alimentare l’inflazione. Quando il livello dei prezzi aumentava, mentre economisti come Larry Summers, già segretario al Tesoro di Bill Clinton, avvertivano sulla necessità di aumentare i tassi per fermare l’inflazione, la Yellen e lo stesso Powell sostenevano che bisognasse mantenere i tassi bassi perché l’inflazione era “transitoria”. Coerente con la stessa visione, l’Amministrazione Biden – nonostante un’economia in crescita e un mercato del lavoro robusto – non si è preoccupata di ridurre il deficit di bilancio, che alimentava la corsa dei prezzi. Solo molto in ritardo la Fed è corsa ai riapri alzando i tassi d’interesse e la Yellen ha ammesso di essersi sbagliata nell’aver definito “transitoria” l’inflazione.
Il risultato, però, è stato che nel frattempo l’inflazione – una delle principali lamentele e preoccupazioni degli americani nella campagna elettorale – ha contributo alla vittoria di Trump. Che, per giunta, si è ritrovato i conti pubblici fuori controllo: un deficit superiore al 6%, per giunta con i tagli fiscali in scadenza, il livello più elevato della storia degli Stati Uniti fuori da guerre e recessioni; una spesa per interessi che, per la prima volta, supera la spesa per la difesa; un debito pubblico in crescita destinato a superare il picco raggiunto con la Seconda guerra mondiale.
Dopo aver fatto un’enorme espansione fiscale sostenendo che non avrebbe avuto impatto sull’inflazione e appoggiato la politica di tassi bassi della Fed, i democratici chiedono a Trump di essere più responsabile di loro. Non è esattamente il tipo. L’attacco di Trump alla Fed è pericolosissimo e senza precedenti, ma una banca centrale non perde la propria credibilità e indipendenza in un giorno. È sempre l’atto finale di un deterioramento fiscale che arriva da lontano, sul quale – oltre alle denunce – l’Amministrazione Biden dovrebbe fare qualche autocritica.