
La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen con il commissario per il Commercio Maros Sefcovic (foto LaPresse)
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Lupo e agnelli. I dazi spiegati con le fiabe
Conviene la trattativa con Trump che emana diktat? La linea sottile fra prudenza e codardia
Un agnello si sta abbeverando al ruscello, quand’ecco che sopraggiunge il lupo. Tra i due inizia una discussione. Anzi, una specie di negoziato. A vero dire, non si capisce bene perché il lupo senta il bisogno di dialogare, di intavolare una trattativa con l’agnello. Lui è il più forte, o almeno è convinto di essere il più forte. È ovvio che vuole papparselo. Non ci sarà verso di convincerlo del contrario. Il lupo ha le sue ragioni: è affamato. Eppure, qualcosa lo obbliga a giustificare in qualche modo l’azione che sta per compiere. Dargli un minimo di legittimazione, di base legale. Il lupo accampa una scusa dopo l’altra: stai insozzando l’acqua in cui bevo; hai sparlato di me; se non sei stato tu allora è stato qualcuno dei tuoi; ce l’avete da sempre con me, tu, i tuoi pastori e i tuoi cani.
Nella favola, qualcosa obbliga il lupo a giustificare in qualche modo l’azione che sta per compiere. “Stai insozzando l’acqua in cui bevo”
La favola è antichissima. Ce ne sono un’infinità di versioni. Da Esopo a Fedro a diverse fonti medievali. La più elegante è quella di La Fontaine. Una delle poche in cui il poeta alla corte di Luigi XIV sceglie di mettere la morale in testa al racconto, anziché aggiungerla in coda. “La raison du plus fort est toujours la meilleure”, la ragione del più forte è sempre la migliore. Insomma, non ci sono argomenti che tengano di fronte alla prepotenza. Men che meno argomenti giuridici. La conclusione è “il lupo prevale, e poi se lo mangia / senza altra forma di processo (Sans autre forme de procès)”.
Lupus in fabula, Donald Trump un giorno minaccia, un altro fa intendere di voler negoziare. Ha i suoi argomenti. Gli Stati Uniti “sono stati spennati per DECENNI sul commercio (e il MILITARE!), dagli amici quanto dai nemici. Ci è costato TRILLIONS OF DOLLARS [migliaia di miliardi]. Non è più sostenibile. E non lo è mai stato!”. Se non sei stato tu, sono stati i tuoi. Contro Messico e Canada si era aggiunta l’accusa di intorbidire l’acqua: ci inondate di fentanyl.
La lettera che Trump ha avuto il “grande onore” di indirizzare alla presidente della Commissione europea è notevole per il linguaggio, oltre che per il contenuto. Non tanto per quel 30 per cento di dazi a ciel sereno, dal primo agosto, in aggiunta a quelli già in vigore. Il mondo dovrebbe essersi abituato all’aritmetica disinvolta di Trump. Quel 30 è spuntato dal nulla dopo che nel Liberation Day di aprile si parlava del 20, e poi sembrava si dovesse assestare sul 10. E perché non allora 40, che nella lingua turca significa semplicemente “tanti” (quaranta ladroni, ecc.)? E’ notevole per il tono volutamente brutale, asimmetrico, unilaterale, da diktat imperiale. Prendere o lasciare. E se fiati, se reagisci, la punizione sarà ancora più pesante. Neanche i tributi che gli imperatori cinesi imponevano ai barbari confinanti, anzi al tianxia (a tutto quello che sta sotto il cielo, ovvero al mondo intero), erano così perentori e arbitrari. Peraltro era accompagnato da “doni” il cui valore spesso superava quello dei tributi richiesti.
In contropartita, all’Europa non viene proposto nulla. Se non il permesso di “partecipare alla straordinaria economia degli Stati Uniti, di gran lunga il principale mercato (number one market) nel mondo”. Accompagnato da un grazioso impegno ad accelerare le procedure burocratiche. “Come sapete, non applicheremo dazi se l’Unione europea, o imprese localizzate in Ue, decidono di produrre o fabbricare i propri beni sul suolo americano; in quel caso faremo tutto il possibile perché si ottengano rapidamente le autorizzazioni necessarie”. Tutto in cambio di niente. “Se vorrete aprire i vostri mercati commerciali, sinora chiusi agli Stati Uniti, e sopprimere le vostre politiche tariffarie e non tariffarie [il “non tariffario” è una vera e propria ossessione; comprende tutto quello che, oltre i dazi, infastidisce le esportazioni Usa, dalle normative per gli alimentari all’Iva], e rimuovere le vostre barriere commerciali, allora potremmo (we may, un condizionale) prendere in considerazione un emendamento alla presente lettera”.
“Se vorrete aprire i vostri mercati (…) potremmo prendere in considerazione un emendamento alla presente lettera”. Se rigate dritto
Potremmo. Forse. Se rigate dritto e obbedite senza fiatare. Se non mi fate arrabbiare. “I dazi potrebbero (could, affermativo) venire modificati a seconda dei nostri rapporti col vostro paese”. Insomma secondo come vi comportate. Se fiatate, raddoppio la punizione. L’Unione europea non è un paese. La lettera sa di copia e incolla, non si sono premurati nemmeno di modificarla secondo a chi veniva indirizzata. L’hanno evidentemente fatta uguale per tutti i 25 destinatari. E’ già tanto che abbiano messo “Madame President”, anziché signor Presidente. La personalizzazione, al femminile, è identica a quella adottata nella lettera alla presidente del Messico, Claudia Sheinbaum.
Un diktat erga omnes. Egualitario. Che non fa torto a nessuno. Tra i minacciati, oltre all’Ue, che è il principale partner commerciale degli Stati Uniti (l’interscambio di beni e servizi rappresenta il 4,9 per cento del pil Usa, più del doppio di quello con la Cina, circa il 2,2 per cento), ci sono quasi tutti gli altri principali “alleati”, tra cui Giappone e Corea del sud, i quali, colti anche loro alla sprovvista, non sanno che pesci prendere. Non li ha aiutati l’essersi mossi ciascuno per conto proprio. Il Messico non aveva reagito con rappresaglie all’imposizione di dazi al 25 per cento. Aveva fatto come il topo che, nelle grinfie del gatto, si finge morto. Il Canada aveva risposto per le rime. Ma pare che ora stia avendo ripensamenti. Il Brasile si è visto minacciato da dazi al 50 per cento, con argomentazioni non economiche ma politiche. Perché Lula si sta comportando male: tratta male il predecessore, Bolsonaro, compare politico di Trump. La Russia, per la prima volta, viene anch’essa minacciata. Addirittura col 100 di “dazi secondari” a danno dei paesi terzi che la aiutano ad aggirare le sanzioni. Ma solo a futura memoria. Solo la Cina aveva reagito occhio per occhio. E al momento pare se la stia cavando.
“Tutti devono pagare, e l’incentivo è che così hanno il diritto di fare affari con gli Stati Uniti”, la chiosa del presidente Usa nel corso della riunione del suo governo qualche giorno dopo l’invio della lettera. “Pagare i dazi senza prendere misure di ritorsione è per gli altri paesi un modo eccellente di condividere il fardello del sistema di sicurezza che forniamo”, la chiosa alla chiosa da parte di uno dei suoi principali consiglieri economici. Sembra che chiedano il pizzo. “Il deficit [commerciale] costituisce una minaccia grave alla nostra economia e, quindi, di fatto, una minaccia alla nostra sicurezza nazionale”, il modo in cui Trump l’aveva messa nella lettera. Tutto si tiene: dazi, sicurezza e spese militari. Ecco accontentato chi pensava di poterlo rabbonire, di concludere la partita dazi impegnandosi a un aumento del 5 per cento delle spese militari.
Come rispondere? La prima reazione è stata di sorpresa. Come se tutti fossero stati presi alla sprovvista. Ma come, il 30 per cento quando il Regno Unito se l’è cavata col 10? Ma come, proprio adesso che sembrava stessimo per concludere un accordo? Come, proprio ora che la svalutazione del dollaro aggiunge un ulteriore 10-15 per cento di vantaggio competitivo effettivo al Made in Usa al 30 per cento di dazi minacciato? Poi la reazione in Europa si è assestata all’insegna della prudenza, del prendere tempo (non molto tempo, in verità, il 1 agosto è alle porte). “Negoziare, negoziare, negoziare”, è il mantra che si sente ripetere anche in Italia. Ma negoziare su che cosa? La lettera di Trump non appare affatto come un invito a negoziare. Appare come un diktat. E i diktat, per definizione, non si negoziano. Del resto l’interpretazione autentica la dà il presidente americano. “Una lettera significa un accordo (A letter means a deal)”, è il modo in cui l’ha messa.
Ma non aveva detto che era in procinto di concludere accordi con 200 paesi? Che tutti non vedevano l’ora di baciargli il c…? “Abbiamo fatto alcuni accordi [per la precisione due, solo con Uk e Vietnam]. Possiamo fare un sacco di altri accordi. Solo che si butta via troppo tempo. Complica le cose. Possiamo continuare a farli nel corso degli anni. Abbiamo a che fare con 200 paesi. Non possiamo incontrare 200 paesi…”. Insomma si è stufato di negoziare. Tanto vale provare con i diktat, col metodo del lupo.
La prima cosa da capire sarebbe cosa vuole davvero il lupo. Nella favola, non ci sono dubbi: vuole mangiarsi l’agnello. Ha le sue buone ragioni: ha fame. La prepotenza è nella sua natura. Non lo preoccupa finire esecrato da tutti, essere additato come nemico del genere umano, essere braccato in continuazione. E’ prepotente ma non particolarmente furbo. Nel medioevo fiorì, attorno al Roman de Renart, un intero genere letterario in cui viene sanguinosamente oltraggiato dall’assai più furba e maliziosa volpe. Semmai l’interrogativo è sul perché si attardi a discutere.
Per Trump, la prima spiegazione che viene in mente è che voglia fare cassa. Ragiona da immobiliarista. Pochi, maledetti e subito, per rimpinguare le entrate messe a rischio dai suoi regali fiscali. Costruire e incassare. Pazienza se aumenta l’indebitamento e prima o poi i conti vengono al pettine. “Far grande di nuovo l’America”, ma coi soldi degli altri. Meno tasse, come promesso, ai suoi elettori. “Stiamo già guadagnando miliardi”, si era vantato già all’inizio, lasciando tutti esterrefatti. I dati sembrano dargli ragione. Grazie ai dazi gli Stati Uniti hanno incassato già una cinquantina di miliardi di dollari di entrate doganali in più rispetto all’anno precedente. A costi pressoché zero. Da qui a fine anno saranno 300 miliardi in più, dice il segretario al Tesoro, Scott Bessent. Non è poco: l’intera richiesta di bilancio del Pentagono è di 850 miliardi per il 2025. Coprirebbe un anno intero dei 3.500 miliardi di deficit proiettati nel prossimo decennio dalla finanziaria appena approvata, il “Big beautiful bill”. Ma vale ammazzare il commercio mondiale, la gallina che fa le uova d’oro, mettersi contro l’universo mondo, e soprattutto gli alleati di sempre?
Finora, Trump ha fatto guadagnare i suoi amici (o alcuni più di altri). Chi subirà gli effetti deleteri dei dazi, al momento non se ne accorge
L’altra possibile ragione è che coi tira e molla, i dazi sì e i dazi no, quelli annunciati e poi sospesi, Trump ha fatto guadagnare i suoi amici (o alcuni più di altri). E ha probabilmente lucrato pure di persona, o tramite parentela. Oddio, tutti i presidenti tengono famiglia, e quelli americani, istituzionalmente, più degli altri. Ma nessuno, prima di Trump, era stato così spudorato. E’ riuscito a speculare persino sulle criptomonete celebrative. Impermeabile alle critiche, era arrivato a vantarsi pubblicamente che amici convocati nello studio ovale avessero guadagnato “miliardi di dollari nel giro di poche ore”, grazie alle montagne russe di annunci e contrordini sui dazi. Il solo annuncio di 50 per cento di dazi sul rame (dazi a latere che dovrebbero scattare il 1 agosto) ha fatto guadagnare ai big importatori del metallo, grazie all’immediata corsa a farne scorta, 300 milioni, una somma pari all’entità dei dazi. Amici qui, amici lì, l’elenco dei beneficati è lungo. I benefici hanno il vantaggio di essere percepiti immediatamente. Mentre chi subisce gli effetti deleteri, finirà col pagare in altre forme, al momento non se ne accorge.
Passiamo alle ragioni dell’agnello. Perché sprecare tanto fiato a discutere, a negoziare, quando l’esito è scontato? Difficile che l’appello alla ragione e al diritto facciano cambiare idea al lupo. L’agnello è isolato, s’è perso nel bosco. Non gode dell’“immunità di gregge”. Non ci sono nei pressi pastori o cani che lo possano salvare. Gli manca solo che quelli dalla sua parte litighino pure tra loro sul da farsi. Minacciare il lupo di ritorsioni in effetti non servirebbe. Non gli resta che prendere tempo. Magari nella speranza che succeda qualcosa che spaventi il lupo e lo faccia desistere.
Che sia questa la ragione della riluttanza generalizzata a rispondere a Trump per le rime? Abbiamo già preso nota di una tendenza alla sottomissione esagerata, al servilismo, all’adulazione, al genuflettersi, anzi allo strisciare di fronte al più potente, che sembrano inaugurare una nuova èra di invertebrati. Un giornalista americano aveva inventato un neologismo: TACO. Che è acronimo di Trump Always Chickens Out, Trump, ogni volta si tira indietro, perde il coraggio. A perdere coraggio, a fare continuamente retrofront, anche sulle contromisure già prese, ora è invece l’Europa. Malgrado una linea dura avrebbe, stando ai sondaggi, l’appoggio dell’80 per cento dei cittadini europei. Che Trump cambi idea ogni cinque minuti, è un dato di fatto. E’ possibile che sia anche questa la speranza, nemmeno tanto recondita, per cui l’Europa (ma anche quasi tutti gli altri) esitano a mostrare i denti (che pure hanno), prendono tempo in attesa che succeda qualcosa.
Per Sefcovic, commissario Ue per il Commercio, il 30 per cento di dazi “renderebbe pressoché impossibile” il commercio tra Europa e Usa
Appare una speranza esile. Ma sarebbe semplicistico tacciare la prudenza solo come codardia. Un’escalation nuocerebbe a tutti. Il commissario Ue per il Commercio con l’estero, Maros Sefcovic, non ha cavato un ragno dal buco in mesi di estenuanti trattative. Ha fatto la figura di essere preso per i fondelli da quelli che continuavano a rassicurarlo che le minacce erano solo una postura negoziale. Ma quando dice che il 30 per cento di dazi “renderebbe pressoché impossibile” il commercio tra Europa e Usa, sconvolgerebbe tutte le intricatissime catene di approvvigionamento da una parte e dall’altra dell’Atlantico, non si limita a trasudare paura. Lancia un avvertimento, in sordina ma preciso, agli interlocutori. Gli dice che se il lupo si ostina a mangiare l’agnello, rischia di soffrire, se non di morire, di indigestione. E’ già successo, negli anni 30 del secolo scorso. Ci volle una guerra mondiale a riaggiustare le cose. Il guaio è che Trump non mastica molto di storia, e comunque è convinto di avere meno da perdere degli altri. Gli interessa di più cogliere l’occasione di vantaggi immediati.
Prendere tempo rischia di venire interpretato come viltà, di risolversi in un perdere tempo. Cosa mai può sperare l’agnello? In un miracolo? L’ultima volta che Trump ha fatto marcia indietro fu quando Wall Street e i mercati finanziari scendevano a precipizio. Ora paiono invece stranamente convinti che tutto continuerà ad andare per il meglio. E questo imbaldanzisce Trump. Il lupo cattivo ha mostrato di riuscire a tenere a bada la fronda repubblicana, i giudici, i media. Ma Wall Street non la tiene a bada nessuno. Qualcosina nell’attesa in verità è successa. L’inflazione Usa ha vistosamente rialzato la testa, per la prima volta dall’inaugurazione del nuovo presidente. Più 2,7 per cento. Niente di che ancora, in apparenza. Ma un pessimo segnale sull’impatto, ancora da venire, dei dazi sui prezzi. Che rende improbabile che la Federal Reserve di Powell si decida ad abbassare i tassi di interesse. Trump minaccia di licenziarlo, poi il minuto dopo ci ripensa, come d’abitudine. Evidentemente teme che i mercati la prendano male. “Se il tasso scendesse al 2 per cento (dall’attuale 4,5) risparmieremmo un miliardo all’anno”, ha detto nell’ennesimo affondo a Powell. Tre volte quanto attendono di entrate dai dazi.