Fondi e preferenze

Biden va a riprendersi la Silicon Valley

C'è stata una grande trasformazione degli orientamenti dei manager e dei fondatori del Big Tech: l'appoggio per i repubblicani è molto più esplicito di quanto non fosse soltanto quattro anni fa. I due eventi del presidente, i suoi sponsor e un po' di numeri sulla raccolta fondi

Paola Peduzzi

Il 10 maggio Joe Biden parteciperà a due eventi nella Silicon Valley per raccogliere fondi per la campagna elettorale e per ristabilire i contatti con gli inventori e i manager del Big Tech che si sono spostati in modo sempre più ostentato dalle parti di Donald Trump. Il presidente americano sarà a Portola Valley, famosa per i suoi parchi e i progetti di ecososostenibilità, da Vinod Khosla, cofondatore di Sun Microsystems e ora del suo Khosla Venture, e poi a Palo Alto, ospite di Marissa Mayer, ex ceo di Yahoo – entrambi erano stati grandi sponsor di Barack Obama. Ma quelli erano davvero altri tempi, non soltanto perché la carica di novità e di glamour dell’ex presidente non è replicabile, ma perché l’istinto libertario che ha sempre animato la Silicon Valley si è via via imposto, e saldato con il mondo trumpiano.

Non è un fenomeno antico: nel 2020 – l’ultima stagione elettorale per la Casa Bianca con gli stessi candidati, Joe Biden e Donald Trump – ci fu una grande mobilitazione di fondi a favore di Biden rispetto a Trump ma anche rispetto a quella che c’era stata nel 2016 a sostegno di Hillary Clinton. Anche i fondi per Trump aumentarono molto tra l’elezione e la campagna di rielezione, ma i numeri complessivi erano comunque molto distanti rispetto a quelli dei democratici. Quest’anno c’è stato un altro stravolgimento, almeno per ora. Come si sa, in questo momento la campagna di Biden è molto più ricca di quella di Trump, ma gli ultimi dati disponibili sono quelli del primo trimestre del 2024 – 192 milioni di dollari contro 93 – e poi ci sono stati grandi eventi di fundraising per l’ex presidente, come quello a Palm Beach organizzato da John Paulson dove, secondo lo stesso Trump, sono stati raccolti in un’unica serata 50 milioni di dollari. Anche gli eventi per la raccolta fondi a favore di Biden stanno andando bene, ma l’orientamento della Silicon Valley continua a rappresentare un elemento importante per comprendere come i big donors si posizioneranno in vista di novembre.

Teddy Schleifer, che è uno dei giornalisti più informati sulla raccolta fondi e sul mondo che gira intorno alla Silicon Valley, sta raccontando sul sito Puck tutti i sussulti ideologici e finanziari dei big donors, in particolare quelli della Silicon Valley. E’ lui che ha raccontato per primo l’arrivo di Biden a Palo Alto e a Portola Valley alla fine di questa settimana, ed è sempre lui che ha rivelato l’incontro che c’è stato ad aprile in una cena a casa di David Sacks a Hollywood cui hanno partecipato tra gli altri Elon Musk, Rupert Murdoch, Peter Thiel, Travis Kalanick: è una coalizione che non si può definire pro Trump, ma è di certo anti Biden. Schleifer ricorda che nel 2020, quando ancora lavorava per Vox, aveva passato un pomeriggio a guidare per la South Bay di San Francisco cercando dove si stessero riunendo alcuni manager facoltosi dell’area per un “fundraising clandestino”: “Allora i repubblicani di questa zona evitavano di far sapere i loro spostamenti e le loro preferenze – scrive Schleifer – In questi giorni probabilmente si metterebbero a twittare”.

Questa è la trasformazione in corso: il sostegno ai repubblicani è diventato molto più esplicito anche perché è socialmente più accettabile in questo microcosmo. Il sostegno diretto a Trump non è altrettanto ostentato, ma si tratta di una sfumatura: l’ex presidente è il candidato del Partito repubblicano alla Casa Bianca, se si sostiene il partito si sostiene lui. Poi certo, c’è una grandissima attesa per gli endorsement ufficiali, come quello atteso, si dice per l’estate, di Elon Musk, su cui si favoleggia molto più di quanto si raccontino i guai che sta attraversando con la sua Tesla (per esempio: le vendite diminuiscono, il titolo azionario non va bene, la dipendenza dalla Cina aumenta, è stato licenziato tutto il personale che lavorava nel dipartimento delle colonnine per la ricarica delle auto elettriche).

La Silicon Valley è diventata quindi più anti democratici di quanto non sia mai stata fino adesso. Nella storia di questa trasformazione si intrecciano molte storie personali e molti riposizionamenti, che hanno un impatto anche sul team che Trump vuole costruire per la sua prossima Casa Bianca, se ci arriverà, a partire naturalmente dal suo vicepresidente. Da queste parti, il più gettonato è J. D. Vance, senatore dell’Ohio che ha avuto tra i suoi più grandi sponsor il cofondatore di Paypal Peter Thiel, che ora ha deciso di non partecipare più in modo attivo alla costruzione di profili politici che lui definiva “post trumpiani”, di cui Vance è appunto un esempio (Thiel aveva messo 10 milioni di dollari nella sua campagna per il Senato). Il legame tra Thiel e Trump non è più solido, ma Vance è molto legato anche a David Sacks, autore del seguitissimo podcast “All In”, che è anti Biden e più esposto a favore di Trump di molti altri. Poiché l’ex presidente ha fatto capire che una caratteristica importante per la scelta del suo vice è che questi sia bravo a raccogliere molti soldi, Vance non soltanto è in grado di soddisfare questa esigenza, ma è anche il preferito di questo pezzo di Silicon Valley.

Gli eventi di raccolta fondi organizzati per Biden servono a contrastare questa dinamica. Sui partecipanti non si sa ancora molto, ma è la prima volta dal 2019 che Marissa Mayer, manager dai tanti primati, mette mano al portafoglio e ai contatti per aiutare un candidato democratico: finora non aveva partecipato nemmeno alle tante iniziative dei Never Trump. Teddy Schleifer aggiorna la lista degli invitati non appena ha delle conferme: il governatore della California, quel Gavin Newsom che sarebbe stato il  candidato ideale, giovane e nuovo, su cui molti sospirano in questa campagna elettorale di anziani e di già-presidenti, ci sarà.
 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi