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In Francia

Parigi vuole una legge per proteggere teste calve e non: sui capelli non si scherza

Mauro Zanon

Basta discriminazioni fondate sulla struttura, il colore, la lunghezza o lo stile delle acconciature: anche la Francia studia una legge ad hoc. Il dibattito e le polemiche

In Francia, fare una battuta sui pochi capelli in testa del proprio vicino di scrivania o sul taglio afro-americano di una collega, potrà essere un gesto punito penalmente. La settimana scorsa, la commission des lois dell’Assemblea nazionale, la Camera bassa del Parlamento francese, ha adottato la proposta di legge del deputato centrista di origini guadalupensi Olivier Serva, volta a sanzionare la cosiddetta “discrimination capillaire”.

Nel dettaglio: “Integrare nel campo della repressione penale qualsiasi discriminazione o distinzione fondata sulla struttura, il colore, la lunghezza o lo stile di capelli di un individuo”. Il testo verrà esaminato in sessione plenaria il prossimo 28 marzo e potrebbe rapidamente diventare legge. Il motivo che ha  spinto il deputato Serva a intestarsi questa battaglia “fondamentale” mentre la guerra bussa alle porte dell’Europa è che “la discriminazione legata all’acconciatura e alla consistenza dei capelli è un tema ampiamente affrontato negli Stati Uniti e nel Regno Unito”. La crociata legislativa contro i discriminatori di capelli, ispirata al Crown Act promulgato in California nel 2019, si basa infatti prevalentemente su esempi anglosassoni.

Uno studio condotto dal marchio di prodotti per l’igiene personale Dove negli Stati Uniti ha rilevato che due terzi delle donne afro-discendenti cambiano la loro acconciatura prima di un colloquio di lavoro, perché i capelli afro potrebbero essere percepiti come “non professionali”. Un altro esempio citato è quello di Michelle Obama, che in un programma televisivo ha spiegato di essersi sentita obbligata a lisciarsi i capelli alla Casa Bianca. Infine, uno studio britannico del 2009 ha dimostrato che una donna bionda su tre si è tinta i capelli di marrone per “sembrare più intelligente” al lavoro. Gli autori della proposta di legge hanno trovato anche un recente esempio francese di discriminazione legata alla capigliatura, ma soltanto uno: quello di uno steward di Air France che nel 2012 è stato criticato per essersi fatto le trecce. Un caso riconosciuto come discriminazione dalla Corte di cassazione nel 2022, ma per una differenza di trattamento tra uomini e donne. Insomma, poteva rientrare benissimo nell’ordine della discriminazione in base all’apparenza fisica, contro cui la legge francese offre già un solido scudo.

La legislazione attuale prevede già 25 motivi di discriminazione, basata sul sesso, l’età, lo stato di salute, l’accento, ma anche l’aspetto fisico, dunque i capelli. Ha senso aggiungere un ventisettesimo motivo di discriminazione all’arsenale giuridico francese e dibattere ore e ore all’Assemblea nazionale per casi più unici che rari, in un momento in cui la tendenza è quella di snellire l’elefantiaca macchina normativa? “La Francia ha altri problemi, infinitamente più gravi dei tagli di capelli, e se il numero di parrucchieri afro sta esplodendo (ce ne sono più di 15mila solo nell’Île-de-France, la regione parigina), significa che le discriminazioni legate ai capelli sono molto rare”, ha reagito il think tank liberale Iref, chiedendosi con toni ironici: “I deputati proporranno una sovvenzione per i calvi?”. 
 

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