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LO SPECIALE sulla guerra

Come l'Italia può essere la chiave per la difesa attiva dei confini europei

Vittorio Emanuele Parsi

Il nostro paese può giocare un ruolo rilevante nel rafforzare le capacità militari dell'Europa e della Nato. La sicurezza non c'è senza una chiara presa di coscienza e posizione, soprattutto dopo due anni di invasione dell'Ucraina e al netto degli appuntamenti elettorali del 2024

Da momento di assunzione di responsabilità a delega e poi fuga dalle responsabilità. Sono trascorsi due anni di guerra in Ucraina, due anni di aggressione spietata e barbara da parte della Russia di Vladimir Putin nei confronti di un vicino pacifico e inoffensivo, scatenata proprio quando alla presidenza di Kyiv sedeva il leader politico più bendisposto a trovare una soluzione politica alla guerra sporca che il Cremlino aveva lanciato contro l’Ucraina con l’invasione dei distretti orientali di Donetsk e Lugansk e l’annessione della Crimea del 2014.
 

In questi due anni abbiamo imparato molto sul popolo ucraino: sul suo valore e sulla sua determinazione, sul suo amore per la libertà e il suo orrore di fronte alla prospettiva di tornare sotto il giogo diretto o indiretto della Russia di Putin. Abbiamo familiarizzato con la figura di Volodymir Zelensky, che è diventato, suo malgrado, l’icona e il catalizzatore della volontà di non soccombere di un popolo, che proprio la tremenda guerra impostagli dal dittatore russo ha forgiato e rimodellato. Durante questa terribile guerra, la democrazia ucraina ha fatto passi in avanti e si è avvicinata ulteriormente all’Unione europea, rafforzando la sua irreversibile scelta occidentale, nonostante le difficilissime condizioni in cui tutte le ucraine e tutti gli ucraini si sono ritrovati a vivere. Esattamente l’opposto di quanto è accaduto in Russia, dove invece la violenza brutale esercitata nei confronti degli ucraini si è accompagnata a un crescendo osceno di repressione verso gli stessi cittadini russi. L’omicidio di Alexei Navalny è semplicemente l’ultimo passo, per ora, che dimostra come la crescita della paranoia securitaria di Vladimir Putin stia andando di pari passo con il voler gettare in faccia al mondo la pretesa onnipotenza del tiranno.
 

Basterebbe replicare questo per zittire i falsi ingenui, gli utili idioti, i prezzolati al soldo del Cremlino, gli antioccidentali in servizio permanente effettivo che pontificano, ben protetti dalle nostre leggi e dalle nostre istituzioni liberali, sulla equivalenza tra democrazie e tirannidi. Ma contro la consapevole disonestà intellettuale e miseria morale non c’è argomentazione razionale che tenga.
 

In questi due anni, abbiamo imparato qualcosa anche sull’Occidente, a partire dal fatto che la solidità e l’effettività del nostro sostegno alla causa dell’Ucraina, alla comune sicurezza e alla condivisa libertà è seriamente a rischio, minacciata dai possibili esiti delle prossime elezioni europee e, direi in misura persino maggiore, da quello delle presidenziali americane di novembre. Il combinato disposto di una vittoria di Donald Trump e di un trionfo dei partiti populisti e identitari – direi degli estremisti propensi a mistificare la realtà e a ripetere spudorate menzogne fintanto che proprio la loro reiterazione non le faccia passare per vere – costituisce la minaccia interna che le nostre democrazie liberali devono oggi fronteggiare e che si cumula con quella esterna rappresentato dalla Russia di Vladimir Putin. Lo ha spiegato in due parole con la sua solita tagliente intelligenza lo stand-up comedian Ricky Gervais, ricordando che “l’estremismo e la politica delle bugie” rappresentano il maggiore pericolo al quale le democrazie sono esposte. È questa cattiva pratica della libertà d’espressione, questa distorsione dei principi liberali che da decenni stiamo sperimentando nella prassi e nel dibattito politico interno alle democrazie a rendere così agevole l’infiltrazione dei troll putiniani e il lavoro delle sue quinte colonne. Mai come in quest’anno gli esiti di due elezioni dalla portata semicontinentale – quelle europee di giugno e quelle americane di novembre – avranno un impatto decisivo sul nostro futuro immediato. Come europei, possiamo influire complessivamente sul risultato delle elezioni dell’Europarlamento, esercitando ognuno e ognuna di noi scelte responsabili rispetto alle proposte politiche in campo a giugno. Ma, evidentemente, non abbiamo alcuna influenza su quelle presidenziali degli Stati Uniti. La sola cosa razionale che possiamo fare è quindi prepararci al peggio, l’elezione di Donald Trump, sperando che quel peggio non si realizzi ma consapevoli che il potenziale saldarsi dell’allineamento sino-russo potrebbe rendere insostenibile per gli Stati Uniti l’attuale burden-sharing con gli europei sul fronte atlantico.
 

Si tratta di rafforzare, e molto rapidamente, le capacità militari dei partner europei dell’Alleanza, che in gran parte coincidono con paesi membri dell’Unione, mentre, allo stesso tempo, si provveda alla tempestiva fornitura di armi e munizioni all’Ucraina, così da consentirle di respingere la veemente offensiva russa, già in corso da alcune settimane. Un eventuale disimpegno americano nei confronti degli alleati atlantici non deve cioè spingere gli europei verso pseudo-irenici obiettivi (in realtà il servaggio verso Mosca) auspicato da qualche nostrano e maldestro filoputiniano, ma semmai spingere gli europei a farsi carico dell’onere della propria difesa nei confronti di chi ci minaccia: ovvero la Russia di Putin. 
 

Ma come si colloca l’Italia rispetto a una simile prospettiva? Sappiamo che l’opinione pubblica è, nella sua maggioranza, allergica più ancora che refrattaria a qualunque discorso che abbia per oggetto la necessità di potenziare le spese per la difesa, così come sarebbe stanca di sostenere militarmente la resistenza ucraina all’aggressione russa (“uno sforzo che costa un euro al mese a ogni italiano”, puntualizzava Carlo Calenda ospite di Tiziana Panella qualche giorno fa, cioè meno della rinuncia di un caffè al mese). Ma piuttosto che stigmatizzare o plaudire rispetto all’atteggiamento della pubblica opinione, risulta più produttivo chiedersi le sue cause, che hanno molto poco a che fare con un generalizzato sentimento pacifista, e sono forse più spiegabili con un sentimento generalizzato di egoismo che è poi lo stesso alla base di una selva di comportamenti non civici che quotidianamente sperimentiamo nella nostra vita di tutti i giorni (dall’evasione fiscale, alla guida irresponsabile, all’inottemperanza delle normative relative alla sicurezza sul lavoro, alla richiesta di privilegi ed esenzioni che consentano di occupare e sfruttare per una manciata di euro i pubblici litorali ovvero di continuare pratiche agricole altamente inquinanti). Ma il problema della scarsa solidarietà sui temi della sicurezza e della difesa, ovvero dell’esercizio della propria sovranità e della tutela effettiva della nostra democrazia, presenta una dimensione culturale che ha delle cause specifiche che meritano di essere indagate. E che riguarda il comportamento e l’attitudine delle classi politiche e dirigenti, potremmo dire la strategia adottata per occuparsene, decisive per il diffuso senso di irresponsabilità della pubblica opinione su questi temi decisivi.
 

Dall’immediato dopoguerra la scelta dei governi rispetto alla sicurezza nazionale dell’Italia e delle sue istituzioni democratiche rispetto alle minacce esterne e interne, e degli strumenti politici e militari per garantirla, fu perseguita attraverso la sua internazionalizzazione, ovvero la salda collocazione della repubblica all’interno di istituzioni internazionali che ne impedissero derive avventuristiche: l’adesione come membro fondatore alla Nato (nel 1949) e successivamente della futura Unione europea (con l’istituzione della Ceca nel 1951 e della Comunità economica europea nel 1957).
 

La strategia dell’internazionalizzazione, prevedeva che l’assunzione di una vera e propria responsabilità nei confronti della difesa nazionale implicasse una sostanziale delega alla principale istituzione internazionale a tal fine preposta e di cui la repubblica faceva parte: la Nato, appunto. Nello scenario della Guerra fredda e della strutturazione bipolare del sistema internazionale, garantito anche – ma non solo – dall’equilibrio termonucleare, questa delega ha finito con l’assumere il significato di una progressiva deresponsabilizzazione rispetto al tema della difesa collettiva, di fatto ritenuto un compito degli Stati Uniti, in cambio di un allineamento politico con il potente alleato attorno al quale i deboli paesi europei si erano raccolti per fronteggiare l’aggressivo imperialismo sovietico.
 

Venuta meno la Guerra fredda con la caduta del Muro di Berlino alla fine del 1989 e il successivo crollo dell’impero esterno russo (scioglimento del Patto di Varsavia) e di quello interno (implosione dell’Urss) si inaugurava una stagione dominata tanto dalla strutturazione unipolare del sistema internazionale quanto dal prevalere di logiche puramente economicistiche di mercato (la globalizzazione) quanto, infine, dalla lunga e disastrosa stagione della lotta al terrorismo di matrice islamista, che coincideva di fatto con una rimozione e poi una fuga dalla responsabilità per la sicurezza nazionale, europea ed atlantica. È vero che l’Italia offriva un sostegno politico pressoché costante e totale alle iniziative di sicurezza degli Stati Uniti e forniva contributi più o meno significativi a una serie di operazioni militari oltremare (dai Balcani a Timor Est, dall’Afghanistan al Libano, all’Iraq, solo per citare i principali), ma sempre presentati come “missioni di pace”, vincolate da una serie di caveat sull’impiego della forza che consentivano di lasciare nel limbo il tema dell’impiego effettivo ed efficace delle risorse militari per concorrere alla sicurezza nazionale e collettiva e del loro finanziamento. Si pensi in tal senso all’assurdo per cui nessuna nave della nostra Marina è dotata di missili da crociera – in grado cioè di colpire obiettivi sulla costa dai quali potessero provenire minacce letali – e quindi ne limiti le capacità di deterrenza (ovvero la difesa attiva).
 

Questo è il problema che l’aggressione russa all’Ucraina solleva per noi. Dotarci come paese di mezzi adeguati per concorrere efficacemente alla difesa nazionale ed europea (oltre che atlantica) a fronte di una minaccia che da due anni si sta manifestando ai nostri confini e che rischia di andare oltre. Aumentare cioè la deterrenza europea, per dissuadere la Russia da qualunque aggressione ulteriore: dal Baltico al Mediterraneo. La responsabilità di questo non può essere caricata sulle spalle della pubblica opinione, ma su quella delle élite politiche (innanzitutto) e culturali, per aver assecondato quel sentimento secondo il quale la garanzia della nostra sicurezza non fa parte delle nostre (inevitabilmente costose) responsabilità. Oltre sessant’anni fa, Luigi Einaudi, nella prefazione all’edizione italiana al volume del presidente americano John Fitzgerald Kennedy Ritratti del coraggio, scriveva che ciò che differenzia lo statista dal politicante “è il predominio dell’arte di governare sull’arte di guadagnare voti (…) Perché il disprezzo della popolarità è la virtù massima dell’uomo di stato”. La tremenda contingenza di questi anni offre uno straordinario test per individuare statisti capaci di accettare il rischio di fare scelte impopolari nel nome della sicurezza nazionale ed europea.

 

Lo speciale del Foglio a due anni dall'invasione russa

 

 

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