Un bambino davanti alle macerie degli edifici distrutti durante la guerra nel villaggio di Khuzaa, a est di Khan Yunis (Getty Images) 

Piani tra alleati

Che cos'è e quanto è fattibile la costruzione della “Anp riformata” per governare Gaza

Qualche apertura da parte del governo di Netanyahu per una forza politica e di sicurezza per il post guerra nella Striscia. Ron Dermer, il “cervello di Bibi”, non è più così contrario all’idea. Gli stipendi e la successione

Ron Dermer, uno dei consiglieri più stretti del premier israeliano Benjamin Netanyau, è arrivato a Washington per incontrare funzionari dell’Amministrazione Biden e parlamentari americani. Il tema di questi incontri è lo stesso da settimane: costruire una nuova fase della guerra a Gaza, a protezione dei civili palestinesi e per un piano politico nella Striscia.

  
I tempi di questa nuova fase sono distanti: Netanyahu ripete che la guerra andrà avanti fino a che Hamas non costituirà più una minaccia per Israele, mentre gli americani vorrebbero una tregua negoziata entro l’anno. Il negoziato coordinato dall’Egitto con Hamas non ha dato risultati, non ci sono condizioni condivise per una tregua, e il leader del gruppo terroristico palestinese, Yayah Sinwar, ha pubblicato un messaggio in cui dice che non ha alcuna intenzione di sottostare a imposizioni esterne

 
In questo scenario catastrofico di migliaia di morti e di devastazione, le uniche flebili aperture si intravvedono sull’idea per cui esiste già un acronimo, “Rpa”, che vuol dire: Autorità nazionale palestinese riformata. Sarebbe questa entità che è un’evoluzione dell’attuale Anp guidata da Abu Mazen – un’evoluzione dai contorni sfumatissimi – l’opportunità per garantire un futuro politico a Gaza. Ron Dermer, che a Washington è molto conosciuto perché è stato ambasciatore israeliano in America e perché ha un profilo più americano che israeliano (è nato a Miami Beach, non ha fatto il servizio militare in Israele, ha molta più dimestichezza con i trumpiani che con Joe Biden, è stato soprannominato senza molta fantasia “il cervello di Netanyahu”), non è del tutto contrario all’idea di una Autorità palestinese riformata che prenda la guida a Gaza. Con lui, altri esponenti del governo israeliano hanno rilasciato dichiarazioni possibiliste, ma certo la predisposizione di Dermer è considerata ben più strategica, essendo lui dentro alla war room di Netanyahu ed essendo uno dei consiglieri più ascoltati. Nonostante gli attriti leggendari fra Dermer e l’Amministrazione Obama, soprattutto per quel che riguarda l’ormai defunto accordo sul nucleare iraniano (Donald Trump ha ritirato unilateralmente gli Stati Uniti dall’accordo: Dermer era a Washington quando questo accadde e non è certo estraneo alla decisione, così come è  stato un interlocutore cruciale per gli Accordi di Abramo in particolare grazie alla sua relazione con il genero di Trump, Jared Kushner), oggi lo spirito di collaborazione ha la meglio. Non c’è nessuno, né in Israele né in America, che vuole distruggere l’allineamento tra i due paesi, e non soltanto perché il governo Netanyahu ha tutto l’interesse che ci sia un’accelerazione nella fornitura di munizioni e armi da parte dell’America all’esercito israeliano. E’ un allineamento necessario – lo stesso Dremer dice da tempo che gli scontri che ci sono stati in passato riguardano una visione diversa del futuro del medio oriente, ma non c’è nulla di personale –  così come è necessario che si prepari un piano per Gaza.
   

Il Washington Post ha cercato di capire com’è l’umore a Ramallah nei confronti dell’ipotesi di una Autorità palestinese riformata. Gli Stati Uniti incoraggiano la formazione di un nuovo governo e vorrebbero avviare l’addestramento delle  forze di sicurezza, ma intanto non sono ancora riusciti a convincere Israele a sbloccare gli stipendi dell’Anp. Nelle ultime settimane, molti funzionari americani hanno fatto visita alla Muqataa, lo storico complesso fortificato in cui vive il presidente palestinese, l’ottantenne Abu Mazen, a Ramallah, in Cisgiordania, per “parlare del giorno dopo”, ha detto il vicepremier dell’Autorità palestinese, Nabil Abu Rudeineh, che è molto scettico. “Anche se fossimo d’accordo” su questo piano, “come potremmo implementarlo? La politica di Israele è quella di indebolire l’Autorità, non di rafforzarla”. Al di fuori della Muqataa, le Guardie presidenziali con il berretto rosso non hanno ricevuto  lo stipendio, così come non lo hanno ricevuto le altre forze palestinesi che dovrebbero costituire la spina dorsale di una futura forza di sicurezza a Gaza, né i dipendenti dell’Autorità nella Striscia. All’inizio di dicembre, quando il consigliere per la Sicurezza nazionale americana Jake Sullivan è arrivato a Ramallah, c’era la speranza di ottenere uno sblocco degli stipendi, permettendo a Israele di controllare i destinatari dei pagamenti per assicurarsi che non avessero legami con Hamas o con l’attacco del 7 ottobre. Il ministro delle Finanze israeliano ha però dichiarato che per quel che riguarda gli stipendi di chi dovrebbe operare a Gaza non ci sarà nessuna apertura. 
C’è poi la questione dei “nuovi volti” che dovrebbero guidare l’Anp riformata: le speculazioni su chi potrebbe succedere ad Abu Mazen erano  vivaci anche prima del 7 ottobre, dal momento che  il leader dell’Anp era ed è molto impopolare, in Cisgiordania e a Gaza. Secondo fonti della Casa Bianca, gli americani non sono stati “prescrittivi” nelle loro richieste di cambiamenti dentro la leadership dell’Anp, ma le reazioni palestinesi non sono state affatto concilianti: gli americani non possono dettarci chi devono essere i nostri governanti, dicono molte fonti di Ramallah. Poi ci sono le lotte interne: “Dobbiamo trovare una soluzione che implichi” l’allontanamento di Abu Mazen, ha detto Nasser al Qudwa, il nipote dell’ex leader palestinese Yasser Arafat. “Penso che i nostri interlocutori internazionali capiscano che questi leader qui non possono portare a termine il lavoro, è semplice”, ha detto al Qudwa non lasciando alcun dubbio sulle sue ambizioni. 
Un diplomatico occidentale ha detto che i cambiamenti nella leadership dovrebbero essere accompagnati da una chiara tabella di marcia per una soluzione a due stati del conflitto: “Prima non ha senso”, ha detto al Washington Post, sottolineando quello che è considerato il rischio più grande: “Mettendo pressione su Abu Mazen, che è estremamente debole, stanco e vecchio, rischiamo che tutto crolli”. Non è però chiaro, a parte le autocandidature, chi possa davvero riformare l’ Anp, che è impopolare anche dentro allo stesso partito Fatah, come ha raccontato Saif Aqel, che è uno dei capi dell’ala giovanile del partito: Aqel dice che per molti l’Anp è considerata troppo collaborativa con Israele, che molti giovani si stanno riarmando e che comunque qualsiasi leader imposto dall’esterno è inaccettabile. E la possibilità di formare delle forze di sicurezza che possano operare anche a Gaza è considerata ancora più remota.