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Cosa deve fare Orbán per entrare nei Conservatori europei
Il premier ungherese in Ue è diventato ininfluente, vuole far parte del gruppo di Ecr, ma per essere ammesso deve rinuciare alla sua vicinanza al Cremlino. Qualche segnale, a cominciare dal nuovo ambasciatore ucraino a Budapest che arriva dalla guerra
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6 SEP 23
Ultimo aggiornamento: 04:00 AM

Arrivare alle elezioni europee senza una casa potrebbe rendere un partito o corteggiato o ininfluente. Quando Viktor Orbán con i suoi tredici eurodeputati ha lasciato il Partito popolare europeo (Ppe) prima di esserne cacciato, sperava di diventare il centro di una nuova alleanza tutta a destra, il prezioso fautore di una coalizione cucita attorno a lui, alla sua idea-non idea di Ue. Invece lui, con i suoi tredici, più che corteggiato, è rimasto ininfluente. Adesso è Fidesz, il partito di Orbán, a cercare una casa per non trascorrere dopo le elezioni europee del 2024 altri cinque anni in attesa, e sembra aver fatto la sua scelta: vuole stare con i conservatori di Ecr, il partito di cui fanno parte, tra gli altri, Fratelli d’Italia e il PiS, il partito che governa la Polonia. Ci sono elementi in comune e segnali di avvicinamento – Giorgia Meloni per esempio parteciperà al summit sulla demografia a Budapest la prossima settimana – ma rimangono anche differenze profonde. L’idea iniziale di Orbán, quando la sua coesistenza nel Ppe era ormai inaccettabile, era di unire Ecr e Identità e democrazia (Id), ma i due partiti sono abitati da sensibilità diverse su vari argomenti, uno in particolare: la Russia.
Di Id fanno parte la Lega, che è in un periodo di dissimulazione delle sue simpatie putiniane, ma anche il Rassemblement national di Marine Le Pen e l’AfD tedesca che invece non le dissimulano affatto. Se prima della seconda invasione dell’Ucraina sembrava ammissibile cercare dei punti in comune tra Id ed Ecr, dal 24 febbraio del 2022 è diventato inconcepibile. Per il suo rapporto con Mosca, la tendenza a puntare i piedi sulle sanzioni alla Russia, a votare contro l’invio di aiuti a Kyiv, per le sparate propagandistiche sulla Grande Ungheria che sogna di recuperare la regione della Transcarpazia, e per i rapporti nel settore dell’energia, sembra chiaro che Viktor Orbán starebbe meglio con Identità e democrazia. Ma Fidesz a Bruxelles bussa con insistenza alla porta di Ecr. Balázs Orbán, direttore politico del premier ungherese, ha detto a Politico che l’approdo tra i conservatori è quello naturale per Fidesz, tuttavia il partito ungherese non ha smesso di sperare in una grande unione delle destre. Ecr però ha fatto della difesa dell’Ucraina non soltanto uno dei suoi tratti distintivi, ma anche uno dei punti di comunicabilità con i popolari, tanto che dentro al Ppe c’è chi vagheggia un’unione con Ecr (la presenza di Fidesz complicherebbe ancora di più le cose). I conservatori, con i polacchi del PiS in testa, hanno fatto delle loro posizioni antirusse e della promozione dell’aiuto a Kyiv come vitale per l’intera Ue i tratti distintivi del loro partito, facendo passare in secondo piano i punti di attrito dentro all’Ue, almeno a livello superficiale. Quindi, per chiunque voglia portare i suoi eurodeputati dentro a Ecr, non sono permessi sgarri su questioni come l’atlantismo, l’antiputinismo o la difesa di Kyiv. Orbán, il direttore politico e non il premier, nell’intervista dice anche che l’Ungheria potrebbe bloccare i prossimi passi dell’Ucraina verso l’adesione all’Ue a causa del trattamento riservato alla minoranza ungherese: “Fino a quando questo problema non sarà risolto, non saremo in grado di sostenere il processo di allargamento dell’Ue verso l’Ucraina. Questa è una posizione solida come una roccia”. Nella regione della Transcarpazia, nell’Ucraina occidentale, vive una comunità di origine ungherese, che parla ungherese, guarda la televisione ungherese, a volte vive anche secondo il fuso di Budapest e non secondo quello di Kyiv. Il premier Orbán ha accusato l’Ucraina di discriminare questi cittadini e nella regione ci sono stati episodi di tensione.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)