Non solo la Luna. Così oggi l'India domina la tecnologia mondiale

Giulia Pompili

il riuscito allunaggio della missione Chandrayaan-3 al polo sud della Luna ha inaugurato una nuova èra del paese, ma soprattutto ha cambiato il modo in cui l’occidente lo guarda

Ventiquattro ore dopo lo straordinario successo spaziale dell’India, sono arrivati i complimenti al governo di Narendra Modi anche da Palazzo Chigi: “Sono certa che gli sforzi dell’India di avanzare verso nuove frontiere nella conoscenza umana”, ha scritto la presidente del Consiglio, “favoriranno la collaborazione bilaterale con le istituzioni italiane che hanno straordinarie competenze scientifiche”. E in effetti il riuscito allunaggio della missione Chandrayaan-3 al polo sud della Luna ha inaugurato una nuova èra dell’India, ma soprattutto ha cambiato il modo in cui l’occidente guarda all’India, che sempre di più viene riconosciuta come una potenza tecnologica in grado di competere con la Repubblica popolare cinese. In realtà, il percorso che ha trasformato il settore tecnologico dell’India è iniziato già da molto tempo. 

 

Fino all’arrivo di Elon Musk, al vertice di Twitter c’era Parag Agrawal, classe 1984 nato ad Ajmer, in Rajasthan, che ha studiato a Mumbai e ha iniziato come stagista alla Microsoft fino a diventare ingegnere di Twitter. Ma non è il solo. Satya Nadella, nato a Hyderabad quando ancora era parte dell’Andhra Pradesh, è il ceo di Microsoft. Sundar Pichai, nato a Madurai, in Tamil Nadu, è il ceo di Google e di Alphabet. E poi c’è Arvind Krishna, nato sempre in Andhra Pradesh, che da tre anni guida Ibm, e Shantanu Narayen, nato negli stessi anni e nella stessa città di Nadella, che guida l’americana Adobe da ben sedici anni. Conosciamo i nomi e i volti dei leader delle grandi aziende della tecnologia americana, eppure ancora oggi dei tycoon indiani sappiamo meno. La Silicon Valley indiana è a Bangalore, sede di numerose aziende leader nei settori dell’aerospazio, della Difesa e dei semiconduttori, e già da qualche anno da quelle parti si assiste a un fenomeno sorprendente: se nel 2005 una start up su tre nella Silicon Valley americana era fondata da cittadini indiani immigrati in America, adesso molti di quegli imprenditori, magari dopo un periodo di studio, preferiscono tornare in India. Per esempio Kunal Bahl, fondatore del sito di e-commerce Snapdeal, che ha studiato in America e ha lavorato per Microsoft ma nel 2007, a causa di problemi con il visto, è stato costretto a tornare a Delhi dove ha fondato la più importante piattaforma di commercio online dell’India.  

 


Nei giorni scorsi sui social media è riapparso un vecchio video della Bbc, in cui si commentava il programma spaziale indiano e il giornalista in studio domandava: “Un paese che manca di molte infrastrutture, che ha una povertà estrema, con più di 700 milioni di indiani che non hanno accesso a un bagno, dovrebbero davvero spendere tutti questi soldi per una missione spaziale?”. Anand Mahindra, tycoon indiano fondatore del gigantesco gruppo Mahindra, gli ha risposto ieri: “Andare sulla Luna ci aiuta a ricostruire il nostro orgoglio e la fiducia in noi stessi. Crea fiducia nel progresso attraverso la scienza. Ci dà l’aspirazione a uscire dalla povertà. La povertà più grande è la povertà dell’aspirazione”. Il settore automobilistico del gruppo Mahindra, oggi, possiede le motociclette Peugeot e l’italianissima Pininfarina. 

 


E mentre la ricostruzione di una globalizzazione senza rischi – la “riglobalizzazione”, come è stata definita – si fa più urgente con lo scontro tra America e Cina, l’India ci guadagna in riconoscibilità: Apple sta accelerando il trasferimento di almeno il 20 per cento della produzione totale degli iPhone nel paese, coinvolgendolo anche in alcune fasi di progettazione. A fine luglio il colosso giapponese dei chip Disco ha annunciato l’apertura di un quartier generale in India, negli stessi giorni in cui l’americana Micron ha annunciato un investimento da 825 milioni di dollari in Gujarat; più o meno la metà è l’investimento che farà l’azienda della Silicon Valley Applied Materials a Bangalore. E si capisce meglio, quindi, il motivo per cui a gennaio Washington e Delhi abbiano firmato un documento per un’iniziativa congiunta  “sulle tecnologie critiche ed emergenti”, e perché il mese scorso  Narendra Modi sia stato accolto alla Casa Bianca con i tappeti rossi. Secondo il Financial Times, questo rinnovato allineamento strategico tra America e India “è guidato da imperativi commerciali e di difesa legati a Pechino”. Ma le conseguenze sul lungo periodo le vedremo presto: l’iPhone tra le nostre mani probabilmente non avrà più la scritta “made in China” ma “made in India”, e forse anche l’Italia, tradizionalmente più vicina a Pechino che a Delhi, si renderà conto che le aziende italiane con investimenti in India sono circa 650, a fronte del migliaio in Cina. In molti sembra abbiano già prenotato un volo per Bangalore.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.