Il fallimento cinese e la differenza con l'Occidente: i vaccini

Enrico Bucci e Luciano Capone

Campagna vaccinale disastrosa, prodotti poco efficaci e insostenibilità dei lockdown. La politica nazionalista e autocratica ha portato il Dragone al collasso. In Occidente hanno funzionato democrazia e, soprattutto, i vaccini. Ecco perché il governo dovrebbe spingere sulla quarta dose

A fronte dei dati e delle scarne informazioni provenienti dalla Cina, comincia nuovamente ad alzarsi un polverone comunicativo che consente scarso discernimento ai cittadini. Da un lato, fino a pochi giorni or sono, la pandemia era finita, i sintomi dell’infezione da Sars-Cov-2 erano quelli del raffreddore e non era necessaria nessuna particolare cautela, se non vaccinare ulteriormente i cosiddetti soggetti fragili – nebulosamente identificati, e senza fretta, per carità. Dall’altro, oggi si cominciano a riprendere i test negli aeroporti per tutti i voli provenienti dalla Cina e si parla di numeri esplosivi di casi, con il fare grave di chi si attende inevitabili gravi disastri nel nostro paese e nel mondo. Forse è tempo, come al solito, di qualche semplice considerazione, che serva ad avere le idee un po’ più chiare e a non oscillare emotivamente come navicelle nel mare in tempesta.

 

Riassumiamo le cause di quanto sta succedendo. In Cina, si ha una violentissima ripresa della pandemia, perché un ampio numero di varianti derivate da Omicron sta alimentando le infezioni come mai prima, vista la fine delle politiche Zero Covid per frenare la circolazione virale. Quei lockdown erano insostenibili e inumani, ma ovviamente funzionavano dal punto di vista epidemiologico: di quanto è facile vederlo ora che non ci sono. Invece di portare avanti con vigore un ampio programma di vaccinazione, durante i tre lunghi anni di prigionia intermittente di centinaia di milioni dei suoi cittadini in Cina si è raggiunta un’immunizzazione insufficiente e mal distribuita.

 

In primo luogo, i vaccini maggiormente usati sono basati su virus attenuato e hanno mostrato efficacia diversa rispetto ai vaccini a mRna (Pfizer/Moderna) o a vettore virale (AstraZeneca). Sia i vaccini di Sinopharm, sia quelli più diffusi di Sinovac, sono risultati molto inferiori in termini di capacità di prevenire le infezioni e meno efficaci nel prevenire la malattia sintomatica. Inoltre, mentre almeno fino all’avvento di Omicron Sinopharm è risultato prevenire in maniera comparabile ai vaccini occidentali la malattia severa e la morte, così non è stato per Sinovac, come studi condotti in Cile, Brasile, Indonesia e Hong Kong hanno appurato. Soprattutto, l’efficacia di entrambi i vaccini diventa interessante dopo tre dosi, mentre prima è largamente inferiore.

 

La scelta di utilizzare vaccini “nazionali” non è stata ottimale, ma peggiore è stata la scelta successiva di rifiutare i vaccini “occidentali” una volta constatato che quelli cinesi non funzionavano. Pechino ha annunciato più volte l’imminente realizzazione di vaccini a mRna cinesi, ma non sono mai arrivati. Il fallimento tecnologico è diventato un problema “politico”, di competizione con l’Occidente, e il Partito comunista cinese ha evidentemente ritenuto di poter continuare a chiudere la popolazione senza così dover cedere ai vaccini euro-americani. Il calcolo si è rivelato sbagliato e il regime ha dovuto rinunciare, a causa della diffusione del “virus” delle proteste, alla strategia “zero Covid”. La vicenda ha dimostrato che i sistemi autoritari, spesso elogiati per la loro capacità di gestire le crisi, sono in realtà più incapaci di ammettere i propri errori, di correggersi e di fare innovazione tecnologica rispetto ai sistemi che si basano su democrazia ed economia di mercato.

 

 La campagna vaccinale cinese è stata un disastro, a prescindere dai prodotti usati. Se si guarda agli over 80 , si scopre che solo il 60 per cento ha ricevuto almeno una dose. E la ragione è semplice: quando nel 2020 sono stati lanciati i primi vaccini nazionali, la sperimentazione era stata condotta utilizzando l’esercito; non c’erano dati per gli over 60, e di conseguenza il vaccino fu inizialmente approvato solo per la parte più giovane, ma anche meno vulnerabile, della popolazione. Questo ha ingenerato ovviamente una tenace convinzione della scarsa sicurezza dei vaccini per i più anziani che, unita alla propaganda sulla medicina tradizionale cinese, non poteva che riflettersi in una scarsa propensione alla vaccinazione proprio della fascia più fragile della popolazione. Non basta: al 31 gennaio 2022, si stima che siano state prodotte in totale poco più di 4,9 miliardi di dosi di vaccini cinesi, ma la produzione è drasticamente calata proprio a partire da quel mese, quando i cinesi hanno prodotto solo 45 milioni di dosi contro i 665,8 milioni di dicembre 2021. Inoltre, rispetto alle dosi dichiarate dalla produzione, a giugno 2022 i cinesi dichiaravano di aver fornito circa 2,2 miliardi di dosi del vaccino a più di 120 paesi e organizzazioni internazionali. Questi numeri testimoniano un’evidente insufficienza produttiva, volendo coprire la popolazione cinese nella sua interezza con almeno tre dosi di e volendolo fare prima di lasciar liberamente circolare un agente infettivo come Omicron.

 

I fattori appena illustrati potrebbero far pensare che, a questo punto, il problema sia esclusivamente cinese, frutto degli errori di quel paese, che ha preteso di utilizzare anche la ricerca scientifica come arma politica, sia all’interno che all’esterno del proprio territorio, vantando successi ed efficacia lontani dal vero e contemporaneamente sbagliando molto nella campagna vaccinale, il che ha costituito una miscela letale quando non si è potuto più tenere prigioniera la popolazione con la politica del “zero Covid”. Nulla di più sbagliato: come Wuhan non era un problema locale, così non lo è un’epidemia che in questo momento colpisce almeno metà di una popolazione pari a circa un ottavo di quella mondiale. Varianti come quelle del gruppo XBB, originate da una ricombinazione tra precedenti varianti Omicron, particolarmente immunoevasive e sufficientemente patogeniche da diventare problematiche su larga scala, erano già in ampia diffusione in paesi come gli Stati Uniti e l’India, a causa del loro vantaggio competitivo anche su Omicron BA.5. Il gruppo di sottovarianti XBB e altre varianti oggi sono certamente in rapidissima evoluzione, sia per mutazione che per ricombinazione, a causa dell’alto tasso di replicazione virale; non possiamo sapere cosa ne verrà fuori, ma certo sarà qualcosa in grado di replicarsi efficacemente in tutto il mondo.

 

Allo stesso tempo, proprio i dati forniti dai cinesi servono a mettere in evidenza come i vaccini cinesi siano stati ampiamente utilizzati ben oltre i confini nazionali, per esempio in molti paesi del Sudamerica. Questo perché quei paesi, spesso, non hanno avuto accesso ad altro per motivi finanziari, e contemporaneamente perché i vaccini durante la pandemia sono stati usati dalla Cina come estensione della politica con altri mezzi. Pertanto, esistono molte zone del mondo che, sebbene abbiano visto una maggiore circolazione virale e quindi il sorgere di una maggiore immunità di popolazione rispetto alla Cina, sono tuttavia state immunizzati principalmente con prodotti di minore efficacia. E ora costituiscono un terreno ideale per l’ulteriore propagazione di ciò che sorgerà dall’evoluzione del virus.

 

In questo panorama, appare poco chiara la strategia del governo italiano. I tamponi e l’eventuale quarantena dei passeggeri provenienti dalla Cina servono a poco o nulla, come ormai l’esperienza insegna. Soprattutto non si capisce bene l’atteggiamento di un governo di destra che ha fortemente contestato il “modello cinese” di contrasto alla pandemia e, contemporaneamente, è stato molto scettico sui vaccini. Giorgia Meloni non ha citato affatto i vaccini nel suo discorso di insediamento nella parte in cui ha parlato del Covid ed esponenti del governo e del suo partito ne hanno spesso messo in dubbio efficacia e sicurezza, quasi come se il vaccino facesse parte dell’apparato “repressivo” quando invece si è dimostrato l’unica via d’uscita per salvare salute e libertà.

 

Proprio ora la Cina sta dimostrando l’insostenibilità di politiche estreme di contenimento non farmacologico e l’indispensabilità di una buona vaccinazione. E proprio ora il governo dovrebbe usare quest’ondata di preoccupazione per la situazione cinese per rilanciare una campagna di vaccinazione che va molto a rilento. L’Italia è l’ultimo tra i grandi paesi europei per copertura con la quarta dose: secondo i dati dell’European center for disease prevention and control (Ecdc) solo l’11,9 per cento degli italiani over 18 ha fatto la seconda dose di richiamo, contro una media europea del 15,5 per cento.