Una motovedetta libica intercetta un barcone nel Mediterraneo (foto LaPresse)

oltre Il "piano marshall"

In Libia serve un piano, non soldi. I dubbi dell'Ue sulla strategia di Tajani

Luca Gambardella

"Senza una strategia non si risolve il problema dell'immigrazione", ci dice la direttrice di Eubam Libia, la missione europea che aiuta i libici a sorvegliare le frontiere. Le nuove motovedette italiane a Tripoli e la Conferenza di Tunisi

Mentre il governo italiano rilancia l’idea di un “piano Marshall” per la Libia, in ambito europeo si nutrono parecchi dubbi sull’opportunità di finanziare a pioggia un paese votato all’instabilità. “La Libia non è la Turchia”, fa notare Natalina Cea, funzionaria italiana e direttrice di Eubam Libia, la missione europea che assiste Tripoli nei controlli alle frontiere. Se i turchi sanno cosa fare con i soldi europei, in Libia il rischio è invece che il denaro finisca nelle mani di bande criminali. "Sono due contesti completamente diversi”. Eppure oggi, alla riunione del Consiglio dei ministri degli Affari esteri a Bruxelles, Antonio Tajani ha provato a tastare il terreno per rilanciare in via informale la proposta su cui la premier Giorgia Meloni spinge da tempo: “Facciamo come in Turchia”, ha detto Tajani ai colleghi europei. L’idea è di versare più soldi ai paesi africani da cui partono i migranti – nel caso di Ankara la somma totale è stata di 6 miliardi di euro – in cambio di un loro impegno maggiore nell’arginare gli arrivi. 

 

“Qualcosa va fatto, ma pensare che si possa risolvere il problema dell’immigrazione solamente con il denaro è un errore. Serve piuttosto un’idea strategica di medio, lungo periodo”, dice Cea al Foglio. “Quello che i libici chiedono all’Europa è fornire più attività di addestramento. E’ su questo punto che occorre spostare gli sforzi dell’Ue”. A breve, Tripoli riceverà dall’Italia le ultime tre motovedette a beneficio della Guardia costiera, fornite nell’ambito del programma Sibmmil (Support to Integrated Border and Migration Management in Libya). L’esecutore materiale del progetto è il ministero dell’Interno italiano, mentre i finanziamenti – oltre 42 milioni di euro – sono europei. Ma i risultati concreti di questo progetto fino a oggi sono stati marginali e soprattutto hanno esposto l’Ue e l’Italia ad accuse gravi per il sostegno offerto a milizie che hanno ripetutamente violato i diritti umani e il diritto internazionale.  

  

Secondo Cea, l’arrivo delle nuove motovedette italiane dovrà essere l’occasione giusta per ridare vigore all’attività di addestramento della Guardia costiera libica. La formazione dei libici ha vissuto momenti paradossali negli ultimi due anni. Il disimpegno militare dell’Italia ha fatto sì che oggi i militari turchi si ritrovino a insegnare ai libici come pilotare le motovedette donate dal nostro paese. Un non senso a cui ora si vuole ovviare con il coinvolgimento diretto dell’Ue. Nei piani originari, la missione aeronavale europea Irini si sarebbe dovuta occupare della formazione della Guardia costiera libica. Un’idea finora scartata da Tripoli, che è restia ad accogliere sul suolo libico una missione militare europea, che sarebbe più intransigente sul rispetto dei diritti umani di quanto possano esserlo i turchi. Ora, l’alternativa allo studio è l’impiego di personale civile. 

  

Ma la priorità è spostare l’attenzione generale dal Mediterraneo al deserto, spiega Cea. “Il focus è il Sahel. E’ sacrosanto che ci si impegni sulla costa, per impedire che non si muoia in mare. Ma se davvero si cerca una soluzione di lungo periodo è a sud che bisogna guardare, perché è da lì che arriva un flusso incontrollato di migranti, grazie ai trafficanti”. Come risolvere il problema della permeabilità del confine meridionale della Libia sarà l’oggetto della prima conferenza regionale organizzata proprio dall’Unione europea – e da Eubam in particolare – e che si terrà a Tunisi il prossimo 22 novembre. Mai prima d’ora i leader del Sahel e della Libia avevano accettato di  discutere insieme di sicurezza dei confini. Se finora i francesi hanno preferito mantenere una posizione defilata, al contrario l’Italia potrebbe avere un ruolo di primo piano per fornire ai paesi della regione gli strumenti e le tecnologie idonee al controllo delle frontiere. Nel corso di uno dei panel della conferenza di Tunisi interverrà anche Marcello Minenna, direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli. L’idea sarebbe quella di replicare nel Sahel e lungo i confini della Libia il Systematic Electronic Exchange of Data (Seed), un sistema di condivisione dei dati sugli attraversamenti transfrontalieri che è già attivo con successo fra Serbia e Kosovo. Un progetto europeo che metterebbe tecnologie e conoscenze al servizio di una strategia ragionata, invece che una mancia a fondo perduto.  

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.