Ayman al Zawahiri, ucciso domenica da un drone americano (foto Ansa)

I nomi per il dopo Zawahiri

Il ruolo di Haqqani nel raid di Kabul e il denaro da sbloccare

Luca Gambardella

Fino a domenica l'Afghanistan era un paese povero governato da un regime che prometteva di non ospitare terroristi. Dopo l'uccisione del numero uno di al Qaida è ancora più povero e ancora meno credibile

A febbraio 2020, Sirajuddin Haqqani, ricercato dall’Fbi con una taglia da 10 milioni di dollari e futuro ministro dell’Interno talebano, scrisse un editoriale sul New York Times intitolato: Cosa vogliamo noi talebani”. Nell’articolo, pubblicato nei giorni dell’accordo di pace siglato con gli Stati Uniti, Haqqani spiegava che non si doveva dare ascolto a chi parlava dell’Afghanistan come di un paradiso per i terroristi islamici: “Sono preoccupazioni gonfiate – scriveva – Le voci su gruppi stranieri in Afghanistan sono esagerazioni di natura politica”. Che i talebani fossero invece del tutto inaffidabili e che l’accordo di Doha si sarebbe rivelato un fallimento per la Casa Bianca è stato confermato domenica scorsa. L’appartamento di Kabul dove è stato ucciso il leader di al Qaida, Ayman al Zawahiri, apparteneva proprio a Sirajuddin Haqqani. Zawahiri viveva nel quartiere di Sherpur, che un tempo ospitava i diplomatici occidentali e dove, da un anno a questa parte, si sono trasferiti i leader del governo talebano. Una zona ricca, dove Zawahiri aveva trovato rifugio all’inizio dell’anno e in cui si sentiva al sicuro. Subito dopo l’attacco, testimoni locali hanno detto che Haqqani ha abbandonato la sua abitazione con i famigliari e con al seguito un piccolo gruppo di uomini armati dirigendosi fuori Kabul. Nel frattempo, scrive il New York Times, gli uomini del regime hanno chiuso l’accesso alla zona dell’attacco, provando a smentire che Zawahiri si fosse mai trovato lì. 

  

 

Sui canali Telegram, alcuni militanti dello Stato islamico – che odia i talebani quanto odia al Qaida – hanno colto l’occasione per gettare ombre sul regime afghano, accusandolo di essere composto da traditori collusi con gli Stati Uniti. Non esistono prove che Zawahiri sia stato “venduto” agli americani, ma secondo Mina al Lami, esperta di jihad per la Bbc, gettare il seme del dubbio basta a creare una crepa nei rapporti, storicamente molto stretti, fra al Qaida e i talebani. “Molti jihadisti, soprattutto gli irriducibili, guarderanno con sospetto al regime, chiedendosi se ha avuto un ruolo nell’operazione”, ha scritto Lami su Twitter. I talebani hanno molto da perdere dalla morte di Zawahiri, ma secondo Rahmatullah Nabil, ex direttore generale dell’Agenzia dell’intelligence afghana, non è da escludere che qualcuno fra gli uomini del regime possa avere tentato di rimuovere il loro nome dalla lista delle sanzioni agendo in autonomia. Le fratture nel governo sono parecchie. Il clan degli Haqqani non ha buoni rapporti con Abdul Ghani Baradar, il volto del regime, architetto dei negoziati di pace con gli americani. A settembre 2021, Baradar e Khalil Haqqani (lo zio di Sirajuddin) ebbero un diverbio durante una riunione del governo. Baradar chiedeva di allargare l’esecutivo anche a esponenti esterni ai talebani, così Khalil, che non era d’accordo, si alzò dalla sedia e cominciò a spintonarlo. Finì con una sparatoria con morti e feriti. Visti i metodi dell’esecutivo talebano, Nabil ha suggerito che il mistero sul presunto tradimento degli Haqqani si risolverà da sé nei prossimi giorni: basterà aspettare e vedere “se Sirajuddin farà liberamente ritorno a Kabul” o se invece sparirà dalla circolazione. 

   

 

C’è una coincidenza che tiene insieme le operazioni che negli ultimi tre anni hanno portato all’uccisione di tre diversi leader di gruppi jihadisti: tutte e tre sono avvenute in territori controllati da organizzazioni terroristiche alla ricerca di legittimazione internazionale. E’ successo nel 2019 al califfo dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi e a febbraio 2022 al suo successore, Abu Ibrahim Hashimi al Quraishi, entrambi uccisi in due raid americani nel nord-ovest della Siria, area controllata dai jihadisti di Hayat Tahrir al Sham. Domenica scorsa è stata la volta di Zawahiri a Kabul. Sia Hayat Tahrir al Sham sia i talebani sono alla ricerca di una normalizzazione delle loro relazioni diplomatiche ed economiche con l’occidente. Laddove normalizzazione significa due cose: da una parte, vedere riconosciuta la propria sovranità su un territorio, dall’altra – ed è l’aspetto più urgente – essere rimossi dalle liste delle sanzioni sbloccando i conti bancari. La settimana scorsa in Uzbekistan si è tenuto un incontro diretto fra talebani e americani per   “scongelare” circa 3,5 miliardi di dollari e dare sollievo alla disperata situazione economica afghana. Difficile credere che ora i negoziati possano beneficiare dell’uccisione di Zawahiri. Il regime ha violato in modo palese uno dei cardini degli accordi di pace: non offrire rifugio a gruppi terroristici. Proprio quello che  Sirajuddin prometteva di fare – sapendo di mentire – nel suo editoriale sul New York Times di due anni fa.

 

Nonostante avesse ripreso a girare video di propaganda con maggiore frequenza solo da pochi mesi a questa parte, il peso di Zawahiri nella gerarchia di al Qaida era ormai ridimensionato. Ora, sul suo successore si apre un capitolo controverso. L’ipotesi più accreditata – confermata anche da un recente report delle Nazioni Unite – è che il nuovo leader possa essere un altro egiziano, Saif al Adl. Vive in Iran, dove per diversi anni è entrato e uscito dal carcere. Nel 2011, alla morte di Bin Laden, ha assunto il comando ad interim di al Qaida ed è considerato un leader abile a livello militare e strategico. Insieme a lui, sempre in Iran, è basato anche un altro papabile, Abd al Rahman al Maghrebi, responsabile della comunicazione dell’organizzazione. Ma oltre all’Iran, il successore potrebbe arrivare dal Sahel o dall’Africa orientale. Sia al Qaida nel Maghreb islamico (Aqim) sia al Shabaab sotto il comando di Zawahiri hanno conosciuto in questi anni un notevole attivismo. Hanno un limite: la loro dimensione troppo “localista”, priva dell’esperienza necessaria per il jihad globale professato da Bin Laden e Zawahiri.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it