(foto Ap)

L'incontro tra Erdogan e Draghi ci ricorda perché la crisi può diventare una grande opportunità

Claudio Cerasa

Energia, Libia, grano, Ucraina e hub del futuro. Bisogna allargare l’inquadratura e cercare di unire alcuni puntini importanti per provare a capire cosa c’è in ballo oggi nei rapporti tra la Turchia e l’Italia

Il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, la trasformazione del nostro paese nell’hub energetico europeo, il massiccio investimento americano sul nostro paese, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e i nuovi confini dell’Europa. Bisogna allargare l’inquadratura per provare a capire qualcosa di più sul senso dell’incontro avuto ieri ad Ankara dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, definito poco più di un anno fa dal capo del governo italiano un pericoloso “dittatore”. Bisogna allargare l’inquadratura e bisogna cercare di unire alcuni puntini importanti per provare a capire cosa c’è in ballo oggi nei rapporti tra la Turchia e l’Italia.

Il primo puntino da cui partire è quello che riguarda naturalmente la cosiddetta diplomazia del grano: due giorni fa il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha affermato che l’Ucraina sta negoziando con la Turchia e le Nazioni Unite per esportare grano ucraino attraverso i porti (a oggi sono bloccate 22 milioni di tonnellate di grano) e la possibilità che l’Italia si affianchi alla Turchia nella mediazione per lo sblocco dei porti sul Mar Nero appare come uno scenario importante e non del tutto remoto. Il secondo punto da collegare al primo riguarda una partita energetica che coinvolge direttamente la Turchia: due importanti giacimenti di gas presenti in Asia e in medio oriente (il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian e le riserve del Leviatano al largo delle coste di Israele) per transitare in Europa devono passare attraverso la Turchia, uno dei gasdotti che si collega alla Tap riceve gas anche da un gasdotto che parte dalla Turchia (il Trans-Anatolian Pipeline) e la condivisione con Ankara di una politica energetica fondata su una partnership più ampia è oggi più che mai una priorità per un paese come l’Italia, che si candida a essere il nuovo hub energetico del Mediterraneo (l’Italia, a oggi, è l’unico paese in Europa ad avere due gasdotti da sud, uno dalla Libia e uno dall’Algeria, e uno da est, il Tap, dall’Azerbaigian).

Il terzo punto da unire ai primi due riguarda il campo libico: parte dell’approvvigionamento energetico aggiuntivo di cui l’Italia avrà bisogno nei prossimi mesi per rendersi indipendente dal gas russo arriverà della Libia, attraverso il gasdotto Greenstream, gestito da Eni, ma per poter far transitare il gas attraverso quel gasdotto sfruttandone tutta la capacità, avvicinandosi cioè ai 10 miliardi di metri cubi all’anno e non agli attuali tre, per l’Italia è cruciale avere un alleato in più, in Libia, per lavorare alla stabilizzazione dell’area, e avere per esempio in Tripolitania una Turchia più vicina agli interessi italiani che a quelli russi è uno degli obiettivi non impossibili cui il governo Draghi potrebbe lavorare in modo proficuo.

La geopolitica del gas ha costretto l’Italia a fare i conti con le sue inevitabili responsabilità nel Mediterraneo e i nuovi equilibri del mondo generati dall’aggressione russa in Ucraina hanno costretto il nostro paese a considerare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico come un tratto centrale della politica estera del futuro.  Se non ci fosse una guerra di mezzo, e migliaia di morti, ci sarebbero buone ragioni per ringraziare Putin di aver messo di fronte agli occhi dell’Italia la necessità di attrezzarsi, in medio oriente, in Africa, nel Mediterraneo, per impegnarsi in una partita che negli ultimi anni l’Italia ha sempre giocato con timidezza: trasformare il nostro paese nell’hub energetico europeo e provare – anche grazie al sostegno degli Stati Uniti – a indossare nel Mediterraneo quel ruolo di mediatore che paesi come la Germania, indeboliti dalla guerra in Ucraina, difficilmente potranno ancora avere in futuro. Il programma è vasto, presenta incognite, ma è lì a ricordarci, come suggerito dal Copasir a fine aprile nella relazione sulle conseguenze del conflitto in Ucraina, che “la crisi, se affrontata con determinazione e consapevolezza, può persino diventare per l’Italia una straordinaria opportunità”. 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.