Gli ucraini non abboccano alla “trappola Transnistria” e puntano a liberare Kherson

I traslochi di Odessa

Cecilia Sala

A Putin la guerra psicologica riesce bene, quella sul campo meno, ci dice un ufficiale 

Odessa. Con il coprifuoco spostato alle dieci di sera la vita di Odessa assomiglia di più a quello che c’era prima della guerra. Nelle ultime tre settimane hanno riaperto i negozi hipster che vendono le giacche vintage e le sneakers come il sushi-shop più famoso della città, e comprare una birra all’ora del tramonto è di nuovo possibile. Ma ieri si sentiva il rumore delle esplosioni e negli ultimi giorni si è fermato il flusso di quelli che, dopo essere scappati oltre il confine all’inizio dell’invasione, decidono di tornare a casa. Olga ha trentasei anni e un figlio di tredici, ha già fatto il trasloco due volte: “Tre giorni dopo l’inizio della guerra ho caricato la macchina con tutto quello che potevo portarmi via, ho preso mio figlio e sono arrivata a Palanca da amici di famiglia”. Palanca è in Moldavia, sul confine con l’Ucraina, Olga l’ha scelta per essere pronta a tornare. Il 19 aprile ha caricato di nuovo la macchina con bagagli, scatoloni e il trasportino del gatto, poi ha ripercorso al contrario la stessa strada che l’aveva portata fuori dall’Ucraina. Non ha avuto il tempo di rimettere le cose al loro posto negli armadi che Odessa è stata colpita dal missile russo che ha causato le prime vittime civili in città da quando è cominciata la guerra. 

 

E’ successo una settimana fa, il missile è stato intercettato sopra il quartiere residenziale di Tairovo: sono morte otto persone, tra cui Kira, una bambina di tre mesi, sua mamma Valeria e la nonna. Quel giorno Olga è tornata a Palanca, non si può più permettere una vita sospesa e “ora devo iscrivere mio figlio a scuola”, in Moldavia. Il sud dell’Ucraina è schiacciato tra le parole minacciose che arrivano dalla Russia (il generale Rustam Minnekaev promette di conquistare tutta la fascia costiera nel sud e quindi anche di Odessa) e una serie di eventi misteriosi nell’enclave ribelle della Transnistria, centotrenta chilometri andando verso ovest. Le esplosioni alla torre della televisione e vicino ai giganteschi depositi di munizioni sovietici che Mosca chiama “attentati” contro un popolo amico da “salvare e liberare”, una replica esatta del copione già usato per il Donbas. La conseguenza è che dalla Transnistria ci si mette in coda per scappare mentre nel sud dell’Ucraina ci si domanda se quegli episodi sono la premessa di un intervento russo oppure solo un’altra prova di nervi.

 

Quindi delle provocazioni per distrarre i soldati del sud impegnati in una controffensiva che sta funzionando e che ha come obiettivo massimo liberare Kherson: se è vera la seconda ipotesi non bisogna cadere nella trappola. “Dobbiamo ricordarci che a Putin la guerra psicologica riesce sempre benissimo, quella combattuta sul campo gli riesce meno bene”, dice al Foglio un ufficiale del comando sud di stanza a Odessa. Come esempio porta gli ultimi progressi fatti in direzione della città che i russi hanno occupato per prima: due giorni fa gli ucraini erano a meno di dieci chilometri dall’aeroporto di Kherson e continuano a bombardare i ponti che collegano la regione alla Crimea per bloccare i rifornimenti di armi dei russi. “Quello che succede a sud-est ai russi non piace”, dice l’ufficiale prima di ridimensionare il pericolo che può arrivare da ovest: “In Transnistria non hanno abbastanza uomini, anche fossero più dei circa duemila soldati russi dichiarati, anche aiutati dalle milizie locali, se entrassero così avrebbero solo da perdere”.

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