La gran lezione portoghese di Costa sa di centrismo e rilancio

Giovanni Damele

Dalle urne esce un bipolarismo azzoppato. E la crescita dei populisti dello Chega e del think tank liberale Iniciativa liberal sono le vere novità. A breve termine le elezioni aprono una fase di stabilità

Lisbona. La notizia della morte del bipolarismo lusitano era fortemente esagerata. È un fatto, però, che quello che esce da queste elezioni è un bipolarismo azzoppato. La gamba del centrosinistra tiene bene, quella del centrodestra molto meno. Cominciamo con l’indubbio vincitore: António Costa. Contrariando i sondaggi dell’ultimo mese (ma non quelli di fine anno), il Partito socialista ottiene la maggioranza assoluta e – se lo vorrà – potrà governare per quattro anni da solo. La vittoria è tutta di Costa, al quale è riuscito il colpo da maestro. Per sei anni ha cucinato a fuoco lento i partiti a sinistra dei socialisti (i comunisti e la “nuova sinistra” del Bloco de Esquerda), prima ottenendo un inedito accordo intorno al suo primo governo, poi non lasciando loro altra alternativa che l’appoggio esterno al secondo, infine offrendo loro l’amaro calice di una legge finanziaria rigorista in piena pandemia e la sola via d’uscita di togliere la fiducia all’esecutivo restando col cerino in mano. Quella che i teorici dei giochi chiamerebbero una situazione lose/lose.

 

E infatti, hanno perso. Marginalizzati, perdono metà (il Pcp) e tre quarti (il Bloco) dei loro deputati, non raggiungendo, in due, neppure il numero di rappresentanti dei populisti di destra dello Chega. Ma Costa ha fatto di più. Calcando il piede sull’acceleratore del voto utile, ha convogliato tutti i voti sul Ps e ha spinto il Psd (centrodestra) sulle montagne russe di una campagna elettorale ondivaga, indecisa tra la difesa del sistema bipolare e l’apertura a destra. Se Costa è il grande vincitore, il leader socialdemocratico Rui Rio e il grande sconfitto: a fronte di un PS che sfiora il 42 per cento, non è riuscito a portare il Psd neppure al 30 per cento e sembra non avere altre alternative che le dimissioni.

    
A destra si vedono invece le uniche vere novità. La crescita dei populisti dello Chega era largamente annunciata, ma resta comunque un exploit. È vero che il partito di André Ventura, rimane sempre al di sotto degli obiettivi che si prefigge. Se alle presidenziali era il secondo posto (mancato per poco), ora, invece dell’auspicato 10 per cento, si deve accontentare di un (comunque lusinghiero) 7 per cento. Porta però altri 11 deputati in Parlamento (passando da uno a 12) e diviene la terza forza politica del paese, consolidando l’inedita presenza di un partito di estrema destra nel parlamento lusitano. Il quarto posto è invece conquistato da Iniciativa liberal, che passa da 1 a 8 deputati. Nato intorno a un think tank liberale, Il rappresenta la novità, in Portogallo, di un partito francamente e programmaticamente liberista. Insieme, i liberali di Il e i populisti di destra dello Chega occupano oggi lo spazio a destra del Psd che era tradizionale appannaggio dei popolari del Cds-Pp: un partito in crisi di identità che, dopo alterne fortune, successi effimeri e clamorose cadute, esce per la prima volta dall’Assembleia da República e sembra ormai avviarsi al tramonto definitivo.

     
A conti fatti, il centrosinistra del Ps riesce a consolidare la sua posizione, fagocitando la sinistra che diviene totalmente ininfluente, mentre tutto lo spazio a destra dell’emiciclo entra in una fase metamorfica. Il centrodestra tradizionale del Psd e del Cds-Pp arretra e lascia spazio a due partiti espressione di due nuove destre piuttosto diverse tra loro. Iniciativa liberal convoglia, probabilmente, i voti di una parte dell’elettorato socialdemocratico orfano della breve stagione liberista di Passos Coelho e del Portogallo “buon alunno” della troika Bce-Fmi-Ce. Chega, d’altro canto, unisce l’elettorato di protesta tipico di un partito populista e sovranista a frange dell’estrema destra più tradizionale, che in Portogallo non aveva mai avuto espressione parlamentare.

     
È possibile che, a breve termine, le elezioni aprano una fase di stabilità, nel complesso centrista e politicamente moderata, col Ps a gestire il piano di resilienza europeo forte di una maggioranza che gli consente di varare la legge finanziaria da solo. Non sono esclusi accordi puntuali, vista una certa tendenza di Costa a negoziare quando è in posizione di vantaggio, ma è facile prevedere un Parlamento sempre più polarizzato e sempre meno incline alla concertazione, seguendo una tendenza che continua ormai da almeno quattro legislature.
  

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