Guardare "Squid Game" in Corea del nord

Giulia Pompili

La popolare serie tv vista da Pyongyang: "È il male del capitalismo!", dice la propaganda. Ma per i nordcoreani ormai anche mangiare è un gioco al massacro

 “Squid Game ha conquistato internet. Adesso vuole conquistare Halloween”, titolava ieri Usa Today. Era abbastanza prevedibile: nelle mani di Netflix, la serie tv di Hwang Dong-hyuk si è trasformata in un perfetto generatore di meme online ma anche di costumi e travestimenti. Può quindi andare in soffitta la maschera di “V per Vendetta”, e pure la tuta rossa de “La casa de papel”, in italiano “La Casa di Carta”, serie spagnola che racconta un assalto in stile Robin Hood alla Banca centrale di Madrid. Forse il prossimo 31 ottobre, ma anche alle manifestazioni di piazza, i nuovi appassionati contestatori del capitalismo imperialista muniti di abbonamento streaming indosseranno la tuta verde con il numero bianco fino al 456. 

 
Perché in molti hanno visto dentro alla serie tv coreana più vista del momento, che è anche la più visualizzata della storia, un messaggio di critica al capitalismo e alla competizione spietata a cui ci porterebbe. L’altro ieri un canale ufficiale del regime della Corea del nord, Arirang Meari, ha pubblicato un articolo su “Squid Game” (pure lui!). Succede di frequente che i nordcoreani commentino i fenomeni più pop del Sud: lo fanno per disincentivare i nordcoreani a guardare quei film, a leggere quei libri o ad ascoltare quella musica, ma lo fanno anche perché la propaganda funziona meglio se, almeno all’estero, tutti sanno di cosa stiamo parlando. “Si dice che il motivo per cui la serie tv è diventata così popolare tra gli spettatori è perché ha scavato nella realtà della società capitalista sudcoreana, dove dilaga l’estrema competizione per la sopravvivenza dei deboli e l’avidità”, scrive l’articolista di Arirang Meari.  “Centinaia di persone”, prosegue, “sono costrette a vivere una vita d’inferno, alle prese con debiti insopportabili, e finiscono in un gioco brutale in cui si uccidono a vicenda per ottenere il premio in denaro. Si dice che la serie faccia comprendere la triste realtà della bestiale società sudcoreana in cui l’umanità è spinta in una competizione estrema e l’umanità viene spazzata via”. Insomma, il regime di Kim Jong Un legge “Squid Game” come un documentario, e c’è un fondo di verità: quasi tutta la produzione culturale sudcoreana degli ultimi anni, libri film e serie tv comprese, racconta la società asiatica nelle sue storture, quelle universali nelle economie più sviluppate ma anche quelle più peculiari. Le diseguaglianze sociali, per esempio, in Corea del sud sono un tema fondamentale della vita quotidiana, e sono un tema politico.
 

La prima cosa che ha promesso il presidente democratico Moon Jae-in nel 2016 è stata quella di abbassare i prezzi delle case e renderle accessibili a tutti (no, non ci è riuscito). Il nuovo candidato alla presidenza,  Lee Jae-myung, ha detto che il fondamento della sua politica economica sarà tassare i ricchi, aumentare le case popolari e dare un reddito di base a tutti per creare “una società più giusta ed equa”. Nel frattempo, i prezzi delle case, nei primi nove mesi di quest’anno, sono aumentati di quasi il 12 per cento, di oltre il 20 per cento se guardiamo all’area della capitale Seul (dove vive l’80 per cento della popolazione sudcoreana). Se non ci si può permettere quelle case, si finisce come i protagonisti di “Parasite”, altro successo sudcoreano: nel seminterrato. Insomma la vita in Corea del sud è difficile, ingiusta, può sembrare “Squid Game”. Ma c’è di peggio: c’è la Corea del nord. 

  
Qualche giorno fa Laura Bicker, corrispondente della Bbc dalla penisola coreana, ha intervistato Kim Kuk-song, uno degli ufficiali più di alto rango dell’intelligence nordcoreana, fuggito al Sud nel 2014 insieme alla sua famiglia.  Kim Kuk-song non è un attore di una serie tv. E dice alla Bbc: “Tutto il denaro in Corea del nord appartiene al leader nordcoreano. Con quei soldi, costruisce ville, compra automobili, compra cibo, compra vestiti e si gode i suoi lussi”. A giugno, dopo mesi di chiusura dei confini – e quindi di stop ai traffici illegali – a causa della pandemia, il leader Kim Jong Un ha ammesso che il paese  “sta affrontando una grande crisi”, e ha chiesto ai cittadini di prepararsi a una nuova “marcia della sofferenza”, espressione che quasi sempre vuol dire fame e lavori forzati.  Secondo l’Unicef in Corea del nord 10 milioni di persone non sono al sicuro dal punto di vista alimentare. 140.000 bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione acuta, e la situazione nel corso dell’anno del Covid è peggiorata. 

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.