L'ultimo volo da Kabul a Roma

Micol Flammini

L'Italia ha evacuato 4.890 cittadini afghani e conclude così la sua presenza ventennale in Afghanistan. Gli americani si chiedono quanti collaboratori lasceranno indietro, il 31 agosto è l'ultimo giorno 

Roma. Con la partenza nella serata di oggi dell’ultimo aereo militare, si è conclusa l’operazione di evacuazione gestita dalle Forze armate italiane e anche la presenza, durata  vent’anni, dell’Italia in Afghanistan. Per rispondere al collasso afghano, gli Stati Uniti e gli altri paesi alleati presenti sul territorio hanno dovuto organizzare un’evacuazione veloce e capillare, che fra tre giorni, il 31 agosto, dovrà essere conclusa, come prevedono gli accordi con i talebani. I governi  in Afghanistan hanno cercato di portare in salvo i propri connazionali e numerosi cittadini  afghani, prima di tutto  i collaboratori delle ambasciate e delle ong ma anche chi, accalcato all’aeroporto di Kabul, ha cercato un volo che lo portasse lontano dal nuovo regime. Dopo l’attentato di giovedì, in cui  sono stati uccisi più di centosettanta afghani,  tredici soldati americani e tre cittadini britannici (due adulti e un bambino), le operazioni di evacuazione si sono intensificate. 

Al presidente americano Joe Biden, arrivato l’altra sera in conferenza stampa dopo la giornata trascorsa a contare i morti e a raccogliere i dubbi di una ritirata caotica, i giornalisti hanno chiesto quante persone, di quelle che avevano previsto, probabilmente non riusciranno a lasciare il paese. Biden ha detto che i soldati cercheranno di portare via il più alto numero di persone possibile, ma secondo il New York Times ci sarebbero più di 250.000 afghani che hanno collaborato con gli Stati Uniti che verranno lasciati lì. Inoltre ci sono mille americani che ancora non riescono a raggiungere l’aeroporto, e tra di  loro ci sono anche 24 studenti della California con le loro famiglie, tornati in Afghanistan per la pausa estiva. 

Venerdì in Italia sono atterrati gli ultimi 58 cittadini afghani, che si sono aggiunti ai 4.832 arrivati  dall’inizio dell’operazione Aquila Omnia gestita dal Comando operativo di Vertice interforze della Difesa. In tutto, sono stati evacuati 4.890  afghani, una cifra che supera di molto quella individuata  all’inizio dell’operazione da Difesa, Farnesina e intelligence. Perché a un certo punto è diventato chiaro che la crisi  sarebbe stata molto più profonda delle preoccupazioni e delle aspettative, e il numero delle persone da proteggere è aumentato. Tra i paesi europei, l’Italia è quello che ha organizzato l’operazione di evacuazione più massiccia. Ma c’è preoccupazione per chi  potrebbe essere rimasto indietro, anche se  al momento non si hanno notizie certe, né su questa eventualità né sui numeri.  
Dopo che i soldati italiani hanno lasciato la base di Herat, il 12 luglio scorso,  alcuni loro collaboratori hanno denunciato il pericolo che avrebbero potuto correre restando lì. Anche loro sono stati invitati a raggiungere Kabul per essere portati in salvo, ma per ora non si ha certezza di chi potrebbe non esserci riuscito. La Fondazione Pangea ha detto al Foglio di essere riuscita a portare via tutti i suoi collaboratori lavorando con il ministero della Difesa, ma continua a ricevere telefonate di richieste di aiuto. La maggior parte arriva da studentesse che dicono di avere i documenti in regola, ma che non sono riuscite a entrare in aeroporto.

Gli italiani che hanno deciso di restare in Afghanistan sono ventitré, fa sapere la Farnesina. Nove di loro hanno la doppia cittadinanza. Alcuni tra gli intenzionati a restare, dopo le esplosioni di giovedì hanno avuto dei ripensamenti, alcuni si sono organizzati autonomamente per lasciare il paese, spostandosi, per esempio in paesi confinanti in cui operano le ong per cui lavorano. 
Una volta atterrati a Fiumicino, i cittadini afghani vengono identificati, vengono eseguite le prime pratiche per l’ingresso in Italia ed è la Protezione civile a occuparsi della loro vigilanza sanitaria. Vengono dislocati in varie strutture del territorio appartenenti alla Difesa, alle regioni, o alla Protezione civile. Finito il periodo di contenimento dei contagi (che dura circa sette giorni) gli afghani sono a tutti gli effetti dei richiedenti asilo, e la loro tutela passa sotto la responsabilità del ministero dell’Interno. 

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