L'Fmi regala un anno di vita al regime di Lukashenka

Micol Flammini

Il Fondo monetario internazionale verserà un miliardo di dollari alla Bielorussia per la lotta alla pandemia. Il rischio è che il dittatore usi il denaro per alimentare il suo potere e aumentare la repressione 

Per far crollare un regime c’è una via che funziona più di altre, prevede un’applicazione lenta, un collasso graduale, e punta direttamente alle finanze del regime. Le sanzioni contro la Bielorussia hanno questo obiettivo, gli imprenditori dei settori tecnologici che hanno deciso di lasciare Minsk perché contrari alla dittatura di Lukashenka – e con la promessa di ritornare quando  Lukashenka se ne sarà andato – anche. Sfilacciare l’economia, già fragile, di un regime è un modo per accelerarne la fine. E’ uno dei maggiori strumenti con cui accelerare la pressione esterna. Per questo ha stupito la decisione del Fondo monetario internazionale di accordare alla Bielorussia un versamento di un miliardo di dollari. L’Fmi ha detto che il denaro serve per combattere la pandemia, che è stato anche uno dei motivi che hanno scatenato le proteste contro Lukashenka: il dittatore insisteva nel dire che il Covid si potesse curare con vodka, trattore e sauna e non ha mai annunciato restrizioni. Oggi mancano i medici negli ospedali bielorussi, alcuni sono vittime della repressione, quindi non c’è nessuno che possa curare i contagiati. Mancano vaccini e personale che possa somministrarli. Difficile immaginare come il dittatore possa decidere di utilizzare il miliardo del Fondo monetario per contrastare il coronavirus, quando finora non è mai stato nei suoi piani. E’ più facile che utilizzerà quel denaro per mantenere in vita il suo regime, alimentare la corruzione negli apparati della sicurezza che gli sono ancora fedeli, almeno per un altro anno, hanno stimato gli analisti. 


L’opposizione in esilio e tutti i cittadini che sono contrari al regime sono rimasti delusi dalla decisione del Fondo monetario internazionale, una portavoce dell’Fmi ha detto che l’assegnazione è andata avanti perché l’istituzione è “guidata dalla comunità internazionale che continua a trattare l’attuale amministrazione come governo della Bielorussia”. 

La pandemia, i diritti e le questioni economiche sono state trainanti nel determinare le proteste contro il regime. Lukashenka gestisce la nazione come se l’Unione sovietica non fosse mai crollata, ha disincentivato la creazione di un’oligarchia, la crescita di grandi capitali bielorussi. Gran parte delle fabbriche sono statali, con una gestione lenta e macchinosa come trent’anni fa. Soltanto di recente, con il peggioramento della condizione economica, Lukashenka ha cercato uomini d’affari che potessero sostenere il suo regime, dando loro in cambio tutele e speciali condizioni per fare affari. L’altra fonte di finanziamento per la Bielorussia è la Russia, con la quale sta concludendo accordi economici, che però non sono serviti  mai ad alzare il tenore di vita dei cittadini, che ormai sanno come si vive fuori da Minsk: non è soltanto questione di diritti, ma anche di possibilità economiche. Lukashenka non è mai stato lungimirante, ha bloccato la nazione ai primi anni Novanta, non vuole e non sa come farla evolvere. 
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)