Burma blue

Un libro per entrare dentro a un paese impossibile, vittima del Bene e del Male

Giulia Pompili

Lunedì scorso il giornalista Danny Fenster, americano originario di Detroit di 37 anni, stava tornando a casa per fare una sorpresa ai suoi genitori, che non vedeva da due anni. E’ stato arrestato all’aeroporto di Yangon, la più grande città del Myanmar.  Il dipartimento di stato americano  ha fatto uno scarno comunicato per dire che sta seguendo la situazione. Danny Fenster è un volto e un nome noto per chi si occupa di sud est asiatico: è tra i fondatori di Frontier, un magazine molto seguito in lingua inglese. E Frontier è il simbolo della trasformazione che stava avvenendo in Birmania, subito prima del colpo di stato militare del 1° febbraio scorso, che ha riportato un intero paese al punto di partenza, cioè alla paura. Fino al 30 gennaio del 2021, quella condizione permanente stava via via scomparendo: “La paura che accompagnava ogni precedente viaggio in Birmania, che avvertivi negli altri e ti contagiava come un virus, ora è sopraffatta dal piacere di andare in giro. Ad avere paura, adesso, sono coloro che hanno fatto fortuna col precedente regime. E quelli che hanno sperimentato come il cambiamento in Birmania sia spesso soggetto a reazioni violentissime”. Scriveva così il giornalista Massimo Morello nel 2012, neanche dieci anni fa, in uno dei suoi numerosi reportage dalla Birmania. Morello, collaboratore storico di questo giornale, ha appena pubblicato per Rosenberg & Sellier “Burma Blue”, che definisce “una raccolta di storie birmane”, ma che in realtà è una fotografia della Birmania degli ultimi vent’anni. Soprattutto delle sue trasformazioni. 


“La Birmania è divenuta l’immagine delle contraddizioni culturali contemporanee anche perché la sua storia recente si è sviluppata secondo una trama in cui Bene e Male si manifestano in forma romanzesca, cinematografica”, scrive Morello. E la protagonista di questo romanzo è senza dubbio Aung San Suu Kyi, la Signora. Il soprannome all’inizio non era soltanto un titolo onorifico: molte persone avevano paura anche solo a pronunciare il suo nome perché nominarla significava evocare la dissidenza, e quindi il pericolo. La sua figura per anni è stata celebrata dalle istituzioni e dai media occidentali. Ma poi qualcosa si è rotto, nel 2012, due anni dopo la sua liberazione. Quando è entrata in Parlamento e ha iniziato la politica attiva,  Aung San Suu Kyi è stata costretta a vivere di compromessi politici, soprattutto con la giunta militare, il Tatmadaw. I birmani hanno accettato i suoi compromessi, l’occidente no. E adesso che il potere è tornato  nelle mani dei militari, e Aung San Suu Kyi è tornata in carcere, tutti si rendono conto che la Signora era davvero l’ultima speranza per il processo di democratizzazione. Forse, spiega Morello, il Tatmadaw si è spaventato dei risultati delle elezioni parlamentari  dell’8 novembre del 2020, quando la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi ha stravinto. Da lì in poi il sospetto che potesse diventare troppo potente ha portato al colpo di stato, alla repressione. E quindi di nuovo alla paura. Leggendo “Burma Blue” – corredato dalle straordinarie fotografie di Andrea Pistolesi – si percepisce il senso di fallimento e di frustrazione di un paese che stava vivendo l’apertura. 


Parlando del periodo tra il 2015 e il 2017, in occasione delle prime elezioni “libere”, Morello  scrive: “I birmani hanno osato liberarsi dagli stereotipi in cui erano stati intrappolati da una dittatura che aveva fermato il tempo al 1962. La vita, certo, era più semplice, ma più dura, cupa, dominata dalla paura. Più sofferta. Più breve. La stessa visione disfunzionale si manifesta in molti osservatori occidentali che analizzano secondo schemi d’astratto idealismo l’evoluzione della politica birmana”.  Le persone a cui dà voce Morello, però, anche durante quei giorni di festa, erano caute nel parlare di democrazia all’occidentale. Anzi, si evocavano i fantasmi del 1990: “Anche quell’anno la Lega aveva vinto le elezioni concesse dalla giunta militare”, scrive Morello, “e alcuni rappresentati del partito non avevano resistito alla tentazione di ipotizzare una ‘Norimberga di Rangoon’. La reazione dei militari era stata immediata: le elezioni erano state annullate, i dissidenti imprigionati, e il regime aveva iniziato un nuovo, più feroce ciclo di potere”. E’ allora che la Birmania divenne Myanmar: un atto politico dei militari che volevano distaccarsi da ogni influenza occidentale. Per questo oggi, parlando dell’arresto di Danny Fenster, Washington parla di Birmania. Un luogo che è tornato a mostrare “l’orrore dietro un velo di fascino”, dove “tutte le storie appaiono, scompaiono e riappaiono”, in un ciclo che non sappiamo quando potrà essere rotto.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.