Il premier britannico Boris Johnson con Jill Mortimer, neoeletta a Hartlepool con i Tory (AP Photo/Scott Heppell)

Left behind

Jon Cruddas ci dice perché la middle class londinese rischia di distruggere il Labour

Gregorio Sorgi

Il simbolo della crisi è la sconfitta elettorale nell'ex rossaforte rossa di Hartlepool: "Abbiamo perso il legame emotivo con il nostro popolo, è ora di riabilitare un patriottismo inclusivo e progressista", l'appello del filosofo laburista

Di questi tempi va di moda dire che il Labour è diventato il partito della middle class londinese, che le ex roccaforti rosse non torneranno più e che, di questo passo, l’opposizione perderà la quinta elezione di fila. Tuttavia, c’è chi aveva intravisto questo pericolo in tempi non sospetti e oggi rivendica di avere avuto ragione fin dall’inizio. Jon Cruddas, 59 anni e una vita passata nell’apparato laburista, è considerato “il filosofo del Labour” e il custode della storia intellettuale del partito di cui è deputato dal 2001.

 

Secondo lui i problemi attuali – che sono culminati nella sconfitta del Labour a Hartlepool, una ex roccaforte rossa ed euroscettica che ha eletto per la prima volta un deputato Tory nelle elezioni suppletive della scorsa settimana – sono iniziati proprio nell’epoca d’oro del New Labour. “Il pensiero dominante di quegli anni”, spiega Cruddas in una conversazione con il Foglio, sosteneva che la working class fosse una categoria in via di estinzione e che il Labour dovesse costruire delle “nuove roccaforti” nelle metropoli e nelle città universitarie: “Questa mentalità ha distrutto le chance della sinistra di tornare al governo. Vent’anni dopo, il Labour ha delle maggioranze bulgare in molte città ma è quasi scomparso nel resto del paese”. Ci sono tanti alibi per la batosta di Hartlepool: il premier Boris Johnson ha capitalizzato sul successo vaccinale, il candidato conservatore ha raccolto i voti presi dal Brexit Party (il 25 per cento) nel 2019. “E’ tutto vero – dice Cruddas – però questo risultato è la conferma di una tendenza che va avanti da dieci anni e che rappresenta una minaccia esistenziale per il nostro partito. Abbiamo perso il legame emotivo con il nostro popolo e, se non cambiamo radicalmente, le cose andranno solamente a peggiorare. Hartlepool è un grande campanello d’allarme. Sono ancora convinto che possiamo vincere le prossime elezioni a patto che ci sia una svolta radicale. Penso che Keir Starmer abbia capito cosa c’è in gioco; l’esistenza stessa del Labour”.

 

Cruddas ha appena scritto il libro-manifesto “The Dignity of Labour” in cui invita il suo partito a riscoprire “la dignità del lavoro” e impegnarsi a creare “milioni di posti di lavoro di qualità, ben pagati e sindacalizzati in ogni città e in ogni regione”. Per troppi anni il dibattito nel Labour è stato guidato dalla “sinistra del post lavoro” che ha guardato con favore “a un mondo senza working class in cui i robot avrebbero sostituito gli operai”. Ma questa mentalità “distruggerà la sinistra” come si è visto a Hartlepool o Dagenham, il seggio di Cruddas dove nel 2002 la Ford ha chiuso la fabbrica, creando una grande crisi sociale. Secondo il deputato, l’assenza di tutele, l’impiego nella gig economy e il lavoro precario hanno acuito gli effetti della pandemia. A chi gli dice che la sua visione è nostalgica, Cruddas risponde che non sogna un ritorno al 1953, quando 40 mila operai lavoravano per la Ford a Dagenham. “Storicamente quando la sinistra è in difficoltà si rifugia in forme di iperottimismo tecnologico, e assume che il futuro risolverà tutto. Al contrario, io sostengo che nulla sia inevitabile e che il futuro sarà un prodotto delle nostre scelte. La mia è una battaglia contro il determinismo demografico e tecnologico che va tanto di moda a sinistra”.

 

Ma se queste idee fossero così popolari perché Jeremy Corbyn, uno dei leader più radicali nella storia del Labour, ha perso le elezioni del 2019? Secondo Cruddas è stata colpa del carattere di Corbyn, che “onestamente non lo avrebbe reso un buon primo ministro”, e soprattutto della Brexit, che ha spaccato in due la coalizione sociale del Labour. L’uscita dall’Ue non è stata la causa ma il sintomo del “riallineamento elettorale” che ricorda molto il 1979, l’anno in cui Margaret Thatcher è stata eletta a Downing Street condannando il Labour a 18 anni di opposizione. “Anche oggi rischiamo di fare la stessa fine. Per troppi anni la sinistra metropolitana è rimasta intrappolata in un dibattito binario ritrovandosi a scegliere tra: leave o remain, laureati o diplomati, giovani o vecchi, urbani o rurali. Dobbiamo costruire delle grandi coalizioni, come ha fatto Joe Biden negli Stati Uniti, anziché scegliere tra diverse categorie. E non dobbiamo vergognarci di abbracciare la cultura popolare, e identificarci nei simboli di un patriottismo inclusivo e progressista. Solo così potremmo tornare a rappresentare la working class, anziché assumere che sia dalla parte sbagliata della storia”.

 

Di più su questi argomenti: